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Giovani e donne, le vittime del non-lavoro. Al Mezzogiorno i Neet sono più di un ragazzo su tre

La Svimez mette in fila le forti difficoltà di questa crisi "asimmetrica" che colpisce le parti più deboli della popolazione, in particolare al Sud. Il problema dei lavoratori poveri:
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MILANO - Donne e giovani del Mezzogiorno hanno pagato un prezzo più alto alla crisi lavorativa legata alla pandemia. L'Istat ha appena allargato al primo trimestre del 2021 il suo sguardo sulle dinamiche dell'occupazione, rilevando ancora un 'buco' di quasi 900mila occupati rispetto al primo trimestre del 2020, proprio l'ultimo a cavallo tra la normalità e l'emergenza. Ma è da una ricerca della Svimez, che si basa sui dati del consuntivo 2020, che emerge quanto la pandemia abbia determinato "effetti asimmetrici" sul lavoro.

Tra chiusure e protezioni scattate per legge con cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, la Svimez certifica che a livello territoriale il calo degli occupati tra la fine del 2019 e dell'anno scorso è stato tutto sommato omogeneo: 2% al Mezzogiorno a fronte del -1,9% del Centro-Nord. Ma se si inseriscono altre variabili su età e genere il quadro cambia. "Sono le donne e i giovani …

MILANO - Donne e giovani del Mezzogiorno hanno pagato un prezzo più alto alla crisi lavorativa legata alla pandemia. L'Istat ha appena allargato al primo trimestre del 2021 il suo sguardo sulle dinamiche dell'occupazione, rilevando ancora un 'buco' di quasi 900mila occupati rispetto al primo trimestre del 2020, proprio l'ultimo a cavallo tra la normalità e l'emergenza. Ma è da una ricerca della Svimez, che si basa sui dati del consuntivo 2020, che emerge quanto la pandemia abbia determinato "effetti asimmetrici" sul lavoro.

Tra chiusure e protezioni scattate per legge con cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, la Svimez certifica che a livello territoriale il calo degli occupati tra la fine del 2019 e dell'anno scorso è stato tutto sommato omogeneo: 2% al Mezzogiorno a fronte del -1,9% del Centro-Nord. Ma se si inseriscono altre variabili su età e genere il quadro cambia. "Sono le donne e i giovani del Mezzogiorno a subire l’impatto occupazionale maggiore nella crisi pandemica: -3,0% a fronte del -2,4% del Centro-Nord per le donne; -6,9% a fronte del -4,4% del Centro-Nord per gli under 35", spiega il rapporto.

Giovani e donne sono dunque i gruppi che preoccupano maggiormente. Basta pensare che i cosiddetti Neet, i giovani under 35 che non studiano e non lavorano, incidono quattro volte più che nel resto d'Europa. Ma all'interno del Paese ci sono punte gravissime: nella media del 2020 i Neet sono saliti al 36,1% nel Mezzogiorno dal 35,8% nel 2019, ed al 18,6% nel Centro-Nord rispetto al 16,6% nel 2019. In generale, la condizione lavorativa meridionale è preoccupante, visto che "tra il 2008 ed il 2020 è risultata in discesa l'occupazione "in tutte le regioni del Mezzogiorno, con picchi elevati in Calabria (-10,4%) e Sicilia (-8.9%) e relativamente bassi intorno al 3% in Campania e Basilicata".

In questo quadro, dove pure è crollata la domanda di lavoro da parte delle aziende, sono cresciute le difficoltà di reperimento, per il rapporto "da circa il 26 al 30% delle figure richieste. Anche in questa fase è proseguita la polarizzazione del profilo professionale delle entrate: è aumentata la quota di dirigenti, specialisti e tecnici e di operai specializzati, mentre è calata quella delle figure intermedie. Si è confermata molto ampia la domanda di competenze digitali, green e trasversali. La difficoltà di reperimento è molto elevata per le figure specialistiche e tecniche e per le figure  operaie specializzate, interessando circa il 40% del totale delle entrate previste. Nel dettaglio, le figure più difficili da reperire sono gli specialisti di saldatura elettrica, i tecnici programmatori e gli agenti immobiliari". E anche in questo caso il Mezzogiorno rischia di pagar dazio: "Tradizionalmente su livelli meno elevati, registra tuttavia un aumento relativamente più accentuato delle difficoltà di reperimento che passano dal 21 al 25% delle entrate previste mentre nel Centro Nord salgono dal 28,5 al 31,5%".

Per le donne valgono considerazioni analoghe. "Un discorso simile - dice la Svimez - vale per l’occupazione femminile: la partecipazione femminile al lavoro in Italia era e rimane tra le più basse in Europa. Prima della crisi, solo il 53,8 per cento delle donne tra 20 e 64 anni aveva un lavoro (contro il 70,1 per cento della media Ue), un dato calato al 52,7 per cento nel 2020 (69,1 per cento in Unione europea). L’Agenda di Lisbona del 2000 prevedeva il raggiungimento di un tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010. Oltre undici anni dopo, l’Italia non ha ancora raggiunto gli obiettivi fissati due decenni fa".

Tra le note critiche evidenziate dal rapporto realizzato per l'ente bilaterale confederale Enbic, la Svimez inserisce anche la questione dei salari. Già prima della recessione scattata nel 2008 per la crisi finanziaria e poi quella dei debiti sovrani "la crescita dei salari reali italiani era relativamente piatta ed inferiore alla metà di quanto osservato in altri paesi europei". Un discorso che affonda le radici indietro nel tempo e chiama in causa più fattori: la crescita dell'incidenza di dipendenti poco qualificati e quindi pagati poco, un sistema di contrattazione che stenta a rinnovarsi, una tassazione che non premia il lavoro, "ma soprattutto di un’economia debole e di una produttività tendenzialmente in declino". Con salari che stagnano e ore di lavoro che scendono "non sorprende che il numero di persone che pur lavrando sono comunque povere (formalmente gli occupati il cui reddito disponibile è inferiore al 60% del reddito disponibile mediano) sia nettamente aumentato. I poveri tra gli occupati in Italia erano l’8,9% nel 2004, sono saliti al 12,2% nel 2017 e 2018, per poi scendere leggermente nel 2019 e verosimilmente portarsi intorno al 13% nel 2020".

Confermando come lo shock da Covid abbia avuto effetti estremamente significativi su una struttura del mercato del lavoro già segnata da criticità e debolezze, la Svimez chiede di presidiare tre settori con specifiche misure utili a scongiurare i rischi di amplificazione delle disuguaglianze tra persone, settori e territori: 1) Lo strutturale disallineamento tra domanda di lavoro delle imprese e i livelli di competenze maturate dai giovani italiani più istruiti al primo ingresso nel mercato del lavoro; 2) La graduale riduzione delle misure di sostegno a imprese e lavoratori; 3) Le nuove forme di organizzazione del lavoro quali lo smart-working nel settore pubblico e privato.