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Stop al blocco dei licenziamenti, i segnali di ripresa che fanno sperare in impatti limitati

Secondo un'analisi di Legacoop-Prometeia, grandi imprese, costruzioni e industria non dovrebbero subire contraccolpi gravi dalla fine della misura di luglio. Alberghiero, ristorazione, catering, ma anche tessile e abbigliamento restano i più fragili perché il loro valore aggiunto è crollato e ci sono molte piccole imprese
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MILANO - Si avvicina la fine del blocco dei licenziamenti nelle grandi imprese (fine giugno), cui faranno seguito da fine ottobre le piccole. Il governo non sembra intenzionato a intervenire con ulteriori correttivi, in assenza di un accordo che metta insieme tutte le forze che sostengono l'esecutivo. Anche i sindacati, che hanno in programma manifestazioni unitarie in tre città per sabato prossimo chiedendo di uniformare il blocco al 31 ottobre per tutti, come ha ricostruito Repubblica vedono in calo le probabilità che entri in pista un nuovo decreto-ponte. E allora si ragiona di quel che potrà accadere nel mondo dell'occupazione.

Le ultime indicazioni sui possibili effetti de…

MILANO - Si avvicina la fine del blocco dei licenziamenti nelle grandi imprese (fine giugno), cui faranno seguito da fine ottobre le piccole. Il governo non sembra intenzionato a intervenire con ulteriori correttivi, in assenza di un accordo che metta insieme tutte le forze che sostengono l'esecutivo. Anche i sindacati, che hanno in programma manifestazioni unitarie in tre città per sabato prossimo chiedendo di uniformare il blocco al 31 ottobre per tutti, come ha ricostruito Repubblica vedono in calo le probabilità che entri in pista un nuovo decreto-ponte. E allora si ragiona di quel che potrà accadere nel mondo dell'occupazione.

Le ultime indicazioni sui possibili effetti della fine del blocco dei licenziamenti sono meno allarmanti di quanto apparisse qualche mese fa. La riapertura economica e il ritmo sostenuto della ripresa sono il necessario supporto anche al lavoro: l'Ufficio parlamentare di bilancio calcola un potenziale effetto da 70 mila posti, ordine di grandezza completamente diverso dal milione che si citava in ambiente sindacale e dai 577 mila che calcolava Bankitalia, come mix di quelli fisiologici che non ci sono stati nel 2020 e aggiunta di 200 mila licenziamenti come effetto della crisi economica, dato in miglioramento grazie appunto a una congiuntura in ripresa.

Anche un'analisi appena pubblicata dall'Area Studi di Legacoop, insieme a Prometeia, propende per attenuare gli allarmi. Il termine di fine giugno - che riguarda sostanzialmente imprese industriali con più di 15 addetti, costruzioni, grandi imprese dei servizi - "non dovrebbe presentare criticità particolari alla luce dell'andamento dell'attività economica in questi comparti; così come il termine a fine ottobre del blocco dei licenziamenti per i fruitori di Cig in deroga e Fis, se accompagnato dalla ripresa che l'estate dovrebbe portare per tutte le attività più colpite dall'anno di emergenza e distanziamento", dice il rapporto.

In pratica, a soffrire resterebbero i settori che già hanno pagato il conto più duro della crisi: "Diversamente, sia per le imprese dei settori più direttamente colpiti, sia per tutte quelle che la crisi potrebbe aver lasciato più in difficoltà (alberghiero, ristorazione, catering, ma anche tessile e abbigliamento) con il venir meno del blocco potrebbe manifestarsi un problema occupazionale che si sommerebbe alle perdite già accumulate, concentrate nel settore dei servizi: nel primo trimestre 2021 le posizioni lavorative erano 960mila in meno rispetto al periodo pre-crisi".

Nel rapporto, Legacoop e Prometeia lanciano uno sguardo su quel che è accaduto nel resto d'Europa per contrastare la crisi del lavoro. Se l'approccio è stato simile in tutta Europa, con Paesi che hanno per la prima volta attivato programmi paragonabili alla Cig (Regno Unito o Grecia) e altri che li hanno potenziati ed estesi, "solo Spagna e Grecia hanno accompagnato queste misure con una sospensione dei licenziamenti economici, analogamente a quanto è stato fatto in Italia. Tuttavia, solo in Italia sono stati vietati tutti i licenziamenti economici. In Spagna è stato proibito di utilizzare la pandemia come giustificativo per il licenziamento. In Grecia sono stati vietati i licenziamenti nelle imprese la cui attività è stata sospesa con decisione del governo". L'effetto generale degli schemi di riduzione dell'orario di lavoro è stata una divaricazione tra il crollo dello ore lavorate e una tenuta dell'occupazione ben superiore.

A questo punto, il rapporto coglie segnali di recupero che lasciano sperare in un impatto attutito dalla fine del blocco. In primo luogo, i "lavoratori equivalenti" in Cig (ovvero una unità di misura convenzionale che equivale a un lavoratore a tempo pieno) sono tornati a diminuire da aprile in avanti: erano 3,25 milioni nell'aprile 2020, 400mila nell'aprile scorso. Si scorgono in senso aggregato altri appigli ai quali si aggrappano gli economisti. Nonostante la seconda ondata della pandemia di inizio anno, riparte l'occupazione dipendente a termine: ad aprile i lavoratori dipendenti aumentano di 139mila unità rispetto a gennaio, come saldo di un incremento di 183mila unità di dipendenti con contratto a tempo determinato ed un decremento di 44mila permanenti. "Ciò - confida il rapporto - può essere letto come un segnale di attese da parte delle imprese di una ripresa della domanda".

Se le costruzioni e l'agricoltura sono al pre-crisi, l'industria in senso stretto ci è vicina, la crisi resta un bagno di sangue per commercio e HoReCa (-675mila). Questi settori, maggiormente colpiti dalle restrizioni, hanno alcune caratteristiche 'aggravantì per le prospettive: spiccano per caduta di valore aggiunto (molto colpiti dalla crisi) e per una presenza elevata sia di micro imprese sia di lavoro dipendente, e li identifica quindi come quelli più a rischio di "licenziamenti latenti". Restano dunque, per loro, aperte le domande sui danni permanente della pandemia: quanti lavoratori che hanno perso l'occupazione potranno ritrovarla? E quante imprese non riapriranno definitivamente i battenti?

"Dopo la fase di pronto intervento nell'emergenza, ora inizia quella di gestione della ripresa", il commento che Mauro Lusetti, presidente di Legacoop, ha affidato a una nota. "La prima richiedeva coraggio e tempestività, quest'ultima richiede buon senso e strumenti di precisione. Il mercato del lavoro è la prima prova: numeri sul tavolo, freddezza e niente preconcetti. A noi pare che così come gli impatti della crisi sono stati fortemente asimmetrici, così questa fase vada affrontata differenziando le misure per settore: accelerando dove la situazione lo consente, rallentando nei comparti più colpiti, dove le conseguenze sociali della crisi rischiano di sommarsi a inevitabili ristrutturazioni". Per Lusetti, bisogna "affrontare l'inevitabile sblocco dei licenziamenti non solamente con i tradizionali strumenti del confronto sociale, ma pure investendo finalmente in formazione e politiche attive del lavoro. Limitiamo gli impatti, ma scommettiamo insieme sulla modernizzazione del paese".