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Petrolio, ecco perché lo scontro tra Opec+ ed Emirati Arabi potrebbe far salire l'inflazione

(reuters)
Oggi riprendono le trattative tra i paesi produttori per decidere fino a quando mantenere i tagli alle quote: i prezzi destinati a salire se non ci sarà un accordo. Ma bisogna convcincere Abu Dhabi
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Roma – Non solo i mercati finanziari, ma anche le cancelleria della maggiori potenze economiche mondiali oggi avranno un occhi di riguardo per quello che accadrà alla ripresa dei lavori dell’Opec+. L’organizzazione dei maggiori produttori di petrolio, allargata alla Russia (da cui il segno più), è convocata in seduta permanente da giovedì scorso per decidere se estendere o meno i tagli fino al dicembre del 2022, riaprendo i rubinetti solo gradualmente.

La riduzione delle quote di produzione – politica attuata da cinque quattro anni a questa parte allo scopo di sostenere le quotazioni del barile – sono state decise durante il lockdown dell’anno scorso, quando la domanda di greggio ave…

Roma – Non solo i mercati finanziari, ma anche le cancelleria della maggiori potenze economiche mondiali oggi avranno un occhi di riguardo per quello che accadrà alla ripresa dei lavori dell’Opec+. L’organizzazione dei maggiori produttori di petrolio, allargata alla Russia (da cui il segno più), è convocata in seduta permanente da giovedì scorso per decidere se estendere o meno i tagli fino al dicembre del 2022, riaprendo i rubinetti solo gradualmente.

La riduzione delle quote di produzione – politica attuata da cinque quattro anni a questa parte allo scopo di sostenere le quotazioni del barile – sono state decise durante il lockdown dell’anno scorso, quando la domanda di greggio aveva raggiunto i suoi minimi storici.

Già prima del fine settimana – quando sono stati sospesi i lavori – l’Opec+ aveva raggiunto un accordo, ma l’opposizione degli Emirati Arabi Uniti che sono uno dei “soci” di peso del cartello ha impedito che venisse sottoscritto.

Gli Emiri di Abu Dhabi, al momento, sono irremovibili e già in passato avevano minacciato di uscire dall’organizzazione, sempre a causa della loro diversità di veduta con i sauditi. Così come è accaduto anche in questa occasione.

Ryad e Mosca sono favorevoli a mantenere il livello dei tagli ancora per un anno e mezzo: perché è vero – sostengono supportati dal comitato ministeriale dei Paesi Opec+ - che la domanda di petrolio salirà del 6% nel corso del 2021, ma poi dovrebbe subire un rallentamento. Quindi – è la conclusione – per sostenere i prezzi non bisogna esagerare nella ripresa della produzione.

Abu Dhabi la pensa diversamente. Sia sulle previsioni della domanda per l’anno prossimo, sia sulla durata dei tagli che chiedono non vadano oltre la fine dell’anno in corso. Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti hanno posto sul tavolo il tema della revisione delle quote che toccano a ciascun paese: sostengono che il loro livello di produzione dovrebbe alzarsi, perché negli ultimi anni hanno fatto investimenti e altri ne faranno nei prossimi, tali da aver alzato il loro peso all’interno dell’organizzazione. L’Opec+ ha risposto che quest’ultima condizione potrebbe essere accolta, ma solo se Abu Dahi accetterà l’estensione dei tagli fino alla fine dell’anno prossimo.

Alla fine, come è sempre accaduto, un compromesso si troverà. Anche perché, in questo momento, il tema dei prezzi del petrolio interessa tutte le grandi potenze, impegnare nel sostenere la ripresa economica dopo l’emergenza pandemica. I costi dell’energia sono la prima voce dalla ripresa dell’inflazione. Per non dire che da Washington parlano di un presidente Joe Biden preoccupato dei possibili rialzi della benzina, proprio a un passo dal tradizionale periodo di vacanza degli americani.

Tra l’altro, c’è chi fa notare come le quotazioni anche nei prossimi anni non potranno che mantenersi sostenute visto che gli investimenti delle big oil company sono destinati a calare sotto la pressione delle politiche che combattono le emissioni di CO2.

Da non scordare, infine, la variabile “shale oil”. Il petrolio estratto dagli strati rocciosi – con la tecnica invasiva del fracking -  ha reso gli Stati Uniti indipendenti dalle importazioni, ma ha bisogno di un livello di prezzi sopra i 50 dollari per essere competitivo e reggere gli investimenti necessari per e attività di estrazione.

Ma sopra questo livello, i produttori di shale americani sono in grado di mettere fuori gioco i maggiori produttori, a partire da paesi come la Russia e l’Arabia Saudita, sottraendo loro quote di mercato.

Per questo motivo Opec+ ha tutto l’interesse a mantenere le quotazioni del greggio a questi livelli ma senza esagerare. Sia per evitare pressioni geopolitiche eccessive da parte delle superpotenze preoccupate per l’inflazione, sia per non dare spazio ai concorrenti più pericolosi. Ma per raggiungere l’obiettivo bisognerà superare le resistenze degli Emirati.