Economia

Petrolio, in vendita 140 miliardi di giacimenti e tecnologie. Finanzieranno la transizione verde

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ROMA - Le grandi compagnie petrolifere hanno iniziato le grandi manovre per uscire dagli investimenti nel petrolio, sotto la pressione dei fondi di investimento e delle istituzioni pubbliche che chiedono una accelerazione verso le tecnologie verdi.

Per questo motivo, le big oil company stanno iniziando a pianificare la cessione di una parte dei loro asset, dai giacimenti alle piattaforme in mezzo al mare. Secondo un report appena pubblicato, stanno arrivando sul mercato 140 miliardi di dollari di possibili cessioni. Eppure - nonostante la transizione energetica abbia preso una direzione molto precisa non certo favorevole a petrolio e gas - non dovrebbero fare fatica a trovare un acquirente.

A fare il conto è stata la società di consulenza Wood Mackenzie: dei 140 miliardi una parte (28 miliardi) derivano dalle vendite già avviate dai colossi ExxonMobil e Chevron negli Stati Uniti, mentre in Europa sono al lavoro BP, Royal Dutch Shell, Total and Eni in Europa. Ma è solo l'inizio, perché altri 30 miliardi di cessioni - rivela ancora lo studio - sono in cantiere.

Come segnala anche il Financial Times, c'è chi è pronto ad approfittare dell'occasione. Il quotidiano finanziario britannico ha intervistato sul tema l'ex direttore finanziario di Bp Brian Gilvary, ora a capo del settore energia del gruppo chimico Ineos. Per lui che conosce bene il settore si tratta di una occasione: Ineos ha rilevato per 160 milioni le attività di un gruppo danese (uno dei paesi più avanti nel passaggio alla green economy) e non intende fermarsi.

Ma per quale motivo c'è chi pensa di fare affari in un settore destinato ad avere sempre più limitazioni?  E' vero che ill petrolio è destinato a essere sempre più marginale, ma questo non avverrà da subito: per cui è possibile approfittare di prezzi a sconto, sapendo bene che si tratta di un investimento a tempo. Un po' come è avvenuto in Europa centrale con le miniere di carbone qualche anno fa.

Inoltre, le big oil company sono società quotate, che devono rispondere a fondi etici e fondi pensione che chiedono sempre maggiore impegno nelle politiche a favore della lotta al cambiamento climatico. Per non parlare delle iniziative nei confronti di una governance più trasparente, come è appena accaduto nel caso di Exxon Mobil, con l'associazione Engine n.1 che è riuscita a convincere una parte degli azionisti a votare in favore della loro lista, facendo entrare tre membri in consiglio di amministrazione.

Una serie di vincoli che, per esempio, non hanno società meno conosciute e soprattutto non quotate in Borsa e che possono anche "permettersi" di non perseguire politiche ambientaliste. Lo stesso potrebbe avvenire per qualche Paese produttore che non ha ancora abbracciato i nuovi vincoli nelle emissioni di CO2.

Tra l'altro, le big oil sono state caldamente "invitate" anche dall'Agenzia internazionale dell'energia a ridurre gli investimenti nella ricerca di gas e petrolio. I fondi così risparmiati possono essere in parte redistribuiti ai soci, ma per la maggior parte verranno dirottati verso le tecnologie verdi. Tutto questo produre l'effetto già segnalato da qualche analista per cui le società (ex) petrolifere inizieranno a fare concorrenza in modo sempre più serrato alle utility, dalle rinnovabili ai progetti nell'idrogeno verde.

Il "tesoretto" delle big oil company sarà alimentato sia dai risparmi negli investimenti per la ricerca di idrocarburi, ma anche dalla cessione di asset. Giusto per capire come mai non deve sorprendere se ci sono 140 miliardi di asset in vendita. E senza nemmeno troppi problemi.