✕

Istat: Italia in forte ripresa e fiducia ai massimi. Dal Pnrr un impatto positivo quasi del 3% sul Pil al 2026

Il blocco dei matrimoni secondo le stime dell'Istat ha inciso su un calo delle nascite che si ripercuoterà fino al 2023 
Presentato oggi dal presidente Gian Carlo Blangiardo il Rapporto Annuale. Da recuperare ancora 735 mila posti di lavoro andati in fumo, 40 mila nascite perdute per via del blocco dei matrimoni e dei timori delle famiglie, metà delle microimprese che rischiano di chiudere per la crisi, due milioni di famiglie povere, l'8% degli studenti che non ha partecipato alla didattica a distanza
4 minuti di lettura

ROMA - Una crisi senza precedenti, ma l'indicatore di fiducia delle imprese è ai massimi da 15 anni, e anche quello delle famiglie sta andando bene. L'Italia è ripartita, anche se le stime dell'Istat, si legge nel Rapporto Annuale, sono un po' più contenute di quelle di governo, Ue e Bankitalia: Pil in rialzo del 4,7% quest'anno e del 4,4% l'anno prossimo. Dal Pnrr arriverà una spinta consistente: un innalzamento del livello del Pil – rispetto allo scenario base - compreso tra il 2,3 e il 2,8% al 2026. Ma puntando di più sugli investimenti in ricerca e sviluppo si potrebbe arrivare a un impatto del 4,5% al 2026. I consumi delle famiglie già quest'anno sono stimati in crescita del 3,6%. Ma c'è molto, molto da recuperare, soprattutto perché il Covid ha colpito i settori produttivi e le persone più deboli, accentuando le diseguaglianze strutturali del Paese, a cominciare da quella tra uom…

ROMA - Una crisi senza precedenti, ma l'indicatore di fiducia delle imprese è ai massimi da 15 anni, e anche quello delle famiglie sta andando bene. L'Italia è ripartita, anche se le stime dell'Istat, si legge nel Rapporto Annuale, sono un po' più contenute di quelle di governo, Ue e Bankitalia: Pil in rialzo del 4,7% quest'anno e del 4,4% l'anno prossimo. Dal Pnrr arriverà una spinta consistente: un innalzamento del livello del Pil – rispetto allo scenario base - compreso tra il 2,3 e il 2,8% al 2026. Ma puntando di più sugli investimenti in ricerca e sviluppo si potrebbe arrivare a un impatto del 4,5% al 2026. I consumi delle famiglie già quest'anno sono stimati in crescita del 3,6%. Ma c'è molto, molto da recuperare, soprattutto perché il Covid ha colpito i settori produttivi e le persone più deboli, accentuando le diseguaglianze strutturali del Paese, a cominciare da quella tra uomini e donne e tra Nord e Sud.

"Il Rapporto di quest’anno ha dovuto misurarsi con un compito arduo: disegnare il quadro di un paese scosso da un’emergenza imprevedibile che ha investito le vite, i rapporti sociali, l’economia, all’interno di uno scenario di crisi globale. - ha detto il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo, che ha presentato stamane il Rapporto alla Camera dei Deputati - Ma che ha permesso di cogliere i segnali recenti e robusti di recupero sul piano economico e i molti cambiamenti in atto nei comportamenti e nelle scelte collettive".

Quanto si pensa ai danni del Covid i primi dati che vengono in mente sono il crollo del Pil dell'8,9% nel 2020, i 900 mila lavoratori persi e ancora recuperati solo in minima parte (180 mila fino a maggio), l'impennata del numero dei morti (solo tra marzo e aprile 2020 sono stati 49 mila in più rispetto al 2019, 100.500 in più nell'intero anno), i 5,6 milioni di poveri, i consumi crollati come non era mai accaduto dal Secondo Dopoguerra. Ma ci sono danni più subdoli, meno evidenti, che l'Istat analizza uno per uno nel Rapporto Annuale: il fortissimo calo delle nascite, quasi un dimezzamento rispetto a quelle che ci sarebbe potuto aspettare senza la pandemia, con una proiezione di 34 mila bambini in meno da qui al 2023. L'aumento dell'abbandono scolastico, l'accentuarsi delle disuguaglianze persino davanti alla morte: si è ampliata la forbice tra il tasso di mortalità dei meno istruiti e quello dei laureati. I giovani hanno avuto difficoltà a spostarsi all'estero in cerca di fortuna, ma rimanendo in Italia di fortuna ne hanno avuta veramente poca: la permanenza nello stato di Neet (di chi non studia né lavora) è aumentata di 4 punti rispetto al 2019. E l'8% degli studenti non ha avuto accesso alla didattica a distanza. Ma se si considerano gli studenti disabili esclusi la quota è altissima, 23%, e se si arriva ai disabili del Mezzogiorno si arriva al 29%. Gli effetti negativi del Covid sono tanto più difficili da recuperare quanto mal distribuiti, addossati alla parte più fragile della popolazione e delle imprese.

Gli esclusi del lavoro

A maggio c'erano ancora 735mila occupati in meno rispetto a prima dell’emergenza. Crollati anche i salari, del 7,6%. Tra i più colpiti i giovani e le donne, e tra i giovani è aumentato lo smarrimento. Nel 2020, il 13,1% dei giovani di 18-24 anni ha abbandonato precocemente gli studi avendo raggiunto al massimo la licenza media (contro 10,1% in Ue27). E la possibilità di permanere nello stato di Neet (che si riferisce ai giovani che non studiano e non lavorano) è aumentata di 4 punti sul 2019. Nel 2020 sono arrivati a 2 milioni e 100mila i giovani di 15-29 anni non più inseriti in un percorso scolastico o formativo e neppure impegnati in un'attività lavorativa, pari al 23,3% dei giovani di questa fascia di età in Italia (in aumento rispetto al 22,1% del 2019) e a circa un quinto del totale dei Neet europei.

E dalla scuola

Tra aprile e giugno 2020, l’8% degli iscritti (600mila studenti) delle scuole primarie e secondarie non ha partecipato alle video lezioni, con un minimo di esclusi al Centro (5%) e un massimo nel Mezzogiorno (9%). Più alta la quota di esclusi nella scuola primaria (12%), più bassa nella secondaria di primo (5%) e secondo grado (6%). Molto più alta la quota di disabili (23%) soprattutto se residenti nel Mezzogiorno (29%). L'Italia è in ritardo sull'istruzione rispetto agli altri paesi della Ue27, soprattutto per la formazione universitaria: appena il 20,1% degli individui di 25-64 anni risulta aver conseguito un titolo terziario in Italia, contro il 32,5% nella Ue27.

I poveri

La povertà assoluta è in forte crescita e interessa nel 2020 oltre 2 milioni di famiglie (7,7% dal 6,4% del 2019) e più di 5,6 milioni di individui (9,4% dal 7,7%). La condizione peggiora di più al Nord che al Centro e nel Mezzogiorno, ma nel Mezzogiorno vi è ancora l’incidenza più elevata (9,4% l’incidenza familiare), nel Centro la più bassa (5,4%). Un quinto degli italiani dichiara che le condizioni della propria famiglia sono peggiorate.

Mai così tanti morti

Nel 2020 sono morte 746.146 persone, il valore più alto registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019. Non è stato solo il Covid: c'è stato un aumento dell'incidenza di una serie di malattie, probabilmente più difficili da seguire a causa del peso della pandemia sul sistema sanitario. La speranza di vita alla nascita, per il complesso della popolazione (maschi e femmine insieme), è scesa a 82 anni nel 2020, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. Per osservare un valore analogo occorre risalire al 2012. Tra le malattie croniche, gli aumenti maggiori di morti si osservano per demenze e malattia di Alzheimer (+2.708 decessi), cardiopatie ipertensive (+2.477) e diabete (+1.557).

E così pochi nati

Nel 2020 si sono celebrati meno di 97mila matrimoni, quasi la metà rispetto al 2019 (-47,5%, pari a oltre -87mila). Il calo è stato del 68% per le nozze con rito religioso e del 29% per i matrimoni civili, una diminuzione dovuta ai divieti imposti a causa della pandemia, ma che ha avuto un impatto disastroso sulle nascite: l'Istat stima che tra il 2021 e il 2023 potrebbe portare a circa 36 mila e 500 nascite rispetto alle 70 mila che ci sarebbero state senza la pandemia, con un "perdita" di 34 mila bambini, ma potrebbero anche essere di più, fino a 40 mila.

Le imprese piccole stritolate

La crisi sanitaria ha compromesso in molti casi la solidità delle imprese: risultano strutturalmente a rischio la metà delle micro (3-9 addetti) e un quarto delle piccole (10-49 addetti), soprattutto nel terziario. "Solo l’11 per cento delle imprese italiane con almeno 3 addetti risulta solido, - rileva Blangiardo - ma tale insieme rappresenta il 46,3 per cento dell’occupazione e il 68,8 per cento del valore aggiunto totali". In effetti le nostre imprese risentono ancora degli strascichi della crisi del 2008: in 20 anni la produttività è cresciuta di appena 2 punti percentuali, uno dei livelli più bassi d'Europa. Tuttavia dall'inizio di quest'anno i ricavi hanno ricominciato a crescere per 15 settori su 23, con variazioni tendenziali molto eterogenee: alla brillante performance di mobili (+29,6%), metallurgia (+29,1%), apparecchiature elettriche (+27,6%) e dei mezzi di trasporto (+25,4% per gli autoveicoli; +25,6% per gli altri mezzi di trasporto), si contrappone quella più contenuta, o stagnante, della filiera tessile-abbigliamento-pelli (rispettivamente +5,0%, +0,5% e -1,6%) che nel primo trimestre 2020 aveva subito cadute di fatturato molto severe. In 9 settori - che incidono per oltre il 40% sull’indice totale - si è tornati ai livelli pre-crisi: legno-carta-stampa, chimica, gomma e plastica, prodotti della lavorazione dei minerali non metalliferi, metallurgia, prodotti in metallo, apparecchiature elettriche, autoveicoli.