Enea tech, arriva il compromesso: focus non solo su biomedicale e dote finanziaria più ricca
di Alessandro Longo , di Alessandro LongoDopo la tabula rasa della fondazione Enea Tech, presente nel decreto Sostegni Bis, spunta una soluzione di compromesso. Arriva con un emendamento approvato durante la conversione dello stesso decreto.
L’emendamento, passato al vaglio della commissione competente alla Camera, è una versione riformata dell’emendamento Patuanelli, che invece mirava a ripristinare lo status quo pre decreto Sostegni Bis.
In sostanza, a quanto emerge dal testo che Repubblica ha potuto leggere, sono confermati – come voleva il decreto – l’azzeramento del CDA (capitanato da Salvo Mizzi) e l’eliminazione del focus sulle startup. Enea Tech viene rinominata Enea Tech e Biomedical e già nel nome c’è il sapore del compromesso. Il decreto imponeva infatti un nome tutto focalizzato sul biomedicale, Enea Biomedical Tech, settore su cui spostava il focus della fondazione, che finora invece è stata focalizzata sulle startup.
Dopo la tabula rasa della fondazione Enea Tech, presente nel decreto Sostegni Bis, spunta una soluzione di compromesso. Arriva con un emendamento approvato durante la conversione dello stesso decreto.
L’emendamento, passato al vaglio della commissione competente alla Camera, è una versione riformata dell’emendamento Patuanelli, che invece mirava a ripristinare lo status quo pre decreto Sostegni Bis.
In sostanza, a quanto emerge dal testo che Repubblica ha potuto leggere, sono confermati – come voleva il decreto – l’azzeramento del CDA (capitanato da Salvo Mizzi) e l’eliminazione del focus sulle startup. Enea Tech viene rinominata Enea Tech e Biomedical e già nel nome c’è il sapore del compromesso. Il decreto imponeva infatti un nome tutto focalizzato sul biomedicale, Enea Biomedical Tech, settore su cui spostava il focus della fondazione, che finora invece è stata focalizzata sulle startup.
Nell’attuale emendamento biomedicale e startup (“tech”) stanno insieme, anche se va via lo speciale focus sulle startup. Viene garantita una dotazione minima di 250 milioni di euro, per interventi di finanziamento dalla fondazione ai settori ICT, deeptech, green e agritech.
Le risorse della Fondazione sono aumentate di 400 milioni (come voleva l’emendamento Patuanelli) e si dà libertà (prima assente) di costituire sul territorio centri di ricerca applicata, laboratori, stabilimenti. Di contro la versione riformata dell’emendamento stabilisce la costituzione di un comitato di revisori, per controllare l’attività della fondazione, nominato dalla presidenza del Consiglio.
Il nuovo CDA invece sarà a cinque, con due nomine dal Mise, una da Enea, una da Miur e una dal ministero della Salute.
“Quest’emendamento è il massimo che siamo riusciti a ottenere”, spiega Luca Carabetta (responsabile innovazione al M5S), “auspicavamo e ancora auspichiamo una continuità per la governance di Enea per non mettere in dubbio i deal aperti dalla fondazione con varie startup”, aggiunge. “Questo è un aspetto ancora aperto e nelle mani del ministero dello Sviluppo economico”.
La vita della Fondazione è stata contornata da polemiche dall’inizio, però, sfociate in effetti nel decreto che ne faceva tabula rasa.
Numerose le critiche arrivate alla fondazione, come l'aveva ideata il vecchio Governo, sotto l'egida dell'allora sottosegretario del Mise Andrea Manzella (PD). Cruciali quelle che Stefano Firpo, ex-sottosegretario al Mise, aveva lasciato sulle pagine del Foglio poco prima essere nominato capo della segreteria tecnica dell'attuale Mise. "Firpo aveva espresso critiche condivise da tutto il mondo della ricerca, dal Politecnico di Milano al Politecnico di Torino e dal mondo dei venture capital", spiega Mario Calderini del Politecnico di Milano. Il problema: "La Fondazione, con il suo focus su startup, era un doppione del Fondo Innovazione, con ben mezzo miliardo di dote; per di più senza competenze reali sul trasferimento tecnologico, che già viene fatto in centri di ricerca autorevoli", dice Calderini
“La Fondazione ha avuto effetti distorsivi: stava investendo in startup e pmi con fondi pubblici, competendo con società venture che invece hanno dovuto raccogliere i soldi sul mercato e sottoposte a regole a cui invece la Fondazione non è sottoposta”, spiega Massimiliano Magrini, tra i primi e più noti venture capitalist, già manager Google, ora fondatore di United Ventures.
"Oltre a essere uno spreco di soldi crea distorsione del mercato perché mette fondi pubblici sull'offerta di capitale dove già ci sono soldi di privati investitori". "Non avevamo bisogno di soldi in Italia - aggiunge Calderini - ma di una struttura che supportasse la nascita delle imprese innovative".
Concorda Marco Cantamessa, ordinario del Politecnico di Torino: "Uno spreco di soldi. Per questo tipo specifico di trasferimento tecnologico bastavano 50milioni di euro. Non ha senso mettere mezzo miliardo per fare una simile variante del venture capital. Ciò di cui abbiamo bisogno è diverso: costituire e finanziare enti che sappiano sviluppare e far maturare le nuove tecnologie, trasferendole al mercato come nel modello tedesco".
Ciò di cui le startup e le pmi innovative hanno bisogno ora è chiarezza, come indicato anche da Carabetta. Lo stesso decreto Sostegni Bis, anche senza emendamenti, ha creato una situazione di confusione. È quanto rappresentato da Angelo Coletta, presidente dell’associazione Innovup: “il nuovo decreto ha messo in un limbo tutte le altre startup non appartenenti al settore biomedicale”, spiega a Repubblica. “Enea Tech, infatti, nasceva l'anno scorso a valle del Decreto Rilancio con una dotazione di 500 milioni finalizzati a facilitare il trasferimento tecnologico nella complicata fase pre-commerciale e pre-competitiva (dove troppo spesso le realtà più innovative del Paese guardano a fondi esteri). In questo lasso di tempo – spiega Coletta , oltre 1.000 startup e PMI innovative hanno presentato progetti a seguito delle diverse call for startup lanciate dalla Fondazione e il rischio concreto è che anche le trattative già in fase di finalizzazione possano ora bloccarsi definitivamente. È quindi fondamentale che i prossimi decreti attuativi vadano a sanare la situazione di ambiguità esistente, con l'obiettivo di proteggere i nuovi imprenditori che hanno investito tempo ed energie nell'innovazione in settori diversi da quello biomedicale e non meritano di essere abbandonati ad un passo dal traguardo".
Bisognerà vedere, a valle della conversione del decreto, come il Mise vorrà gestire questo passaggio.