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Mancano duecentomila lavoratori: è record per i posti vacanti

(palazzotto)
Da una parte il mercato fatica a riassorbire gli oltre 700 mila disoccupati lasciati in eredità dal Covid. Ma ci sono settori, turismo in testa, dove a scarseggiare è il personale
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ROMA - Duecentomila lavoratori che non si trovano: nel primo trimestre 2021 è stato raggiunto il valore record di "mismatch" degli ultimi 5 anni nell'indice Istat dei posti vacanti nell'industria e nei servizi. Un dato che si contrappone ai licenziamenti degli ultimi giorni, e alla difficoltà di riassorbimento dei 900 mila disoccupati dell'anno scorso, tanto che a maggio ne rimanevano senza lavoro ancora 735 mila.

Ogni 1.000 occupati ci sono ben 15 nuove posizioni da ricoprire, quasi il doppio rispetto al 2020, quando erano 8, rileva il Rapporto 2021 sul lavoro sostenibile della Fondazione per la Sussidiarietà, in collaborazione con Crisp (Centro di Ricerca Università di Milano Bicocca). Un fenomeno che non si limita ai lavoratori ad alta specializzazione: il settore che ha più difficoltà a trovare addetti è il turismo, con 30 posti vacanti ogni 1.000 occupati, mancano gli stagionali ma anche figure importanti com…

ROMA - Duecentomila lavoratori che non si trovano: nel primo trimestre 2021 è stato raggiunto il valore record di "mismatch" degli ultimi 5 anni nell'indice Istat dei posti vacanti nell'industria e nei servizi. Un dato che si contrappone ai licenziamenti degli ultimi giorni, e alla difficoltà di riassorbimento dei 900 mila disoccupati dell'anno scorso, tanto che a maggio ne rimanevano senza lavoro ancora 735 mila.

Ogni 1.000 occupati ci sono ben 15 nuove posizioni da ricoprire, quasi il doppio rispetto al 2020, quando erano 8, rileva il Rapporto 2021 sul lavoro sostenibile della Fondazione per la Sussidiarietà, in collaborazione con Crisp (Centro di Ricerca Università di Milano Bicocca). Un fenomeno che non si limita ai lavoratori ad alta specializzazione: il settore che ha più difficoltà a trovare addetti è il turismo, con 30 posti vacanti ogni 1.000 occupati, mancano gli stagionali ma anche figure importanti come i cuochi. Seguono informatica e telecomunicazioni (24 posti vacanti ogni mille occupati), studi professionali (22), costruzioni (22) e servizi alle aziende (18).

L'indice che misura le ricerche di nuovi lavoratori era crollato a 0,8% nel 2020 a causa della pandemia, ma tra gennaio e marzo  è risalito all'1,5%. Non è un problema solo italiano: a livello europeo nei primi tre mesi dell'anno svetta il Belgio con 35 posti vacanti ogni 1.000 addetti, seguito da Olanda (30) e Germania (29). La media europea è di 20.

Per i lavoratori del turismo gli imprenditori puntano il dito contro i sussidi, ma i sindacati replicano che, in assenza di certezze, gli ex dipendenti preferiscono continuare con un mix di lavoro nero e aiuti di Stato, perché temono di ritrovarsi da un momento all'altro fuori dal mercato del lavoro, come è successo l'anno scorso alla fine dell'estate. Nei settori ad alta specializzazione invece, secondo i direttori del personale è difficile trovare lavoratori con le competenze giuste, da quelle digitali all'inglese alle soft skills, a cominciare  dalla capacità di assumere responsabilità. La difficoltà di incontro tra domanda e offerta del lavoro è sempre stata una caratteristica negativa del mercato italiano del lavoro, ma adesso con la pandemia sembra essere un fenomeno diffuso, e molto più grave di prima, che andrebbe affrontato con un robusto programma di formazione e una riattivazione mirata delle politiche attive, ma si vede molto poco di entrambi gli interventi. Secondo l'Employment Outlook 2021 dell'Ocse i lavoratori italiani hanno talmente poca fiducia nella capacità dei centri per l'impiego di ricollocarli che solo il 18% dei disoccupati vi ha fatto ricorso durante la pandemia contro una media Ocse del 41%; peggio ancora per le agenzie private, 11% dei disoccupati contro il 25% della media Ocse.

La formazione dei lavoratori è scarsa, e molto spesso si limita ai programmi obbligatori sulla sicurezza. Mentre ai percettori del reddito di cittadinanza non è stata offerta alcun tipo di formazione. "Con la progressiva rimozione del blocco dei licenziamenti - avverte l'Ocse - diviene particolarmente importante sostenere i lavoratori che corrono il rischio di perdere il posto. Formare i lavoratori in cassa Integrazione può aumentarne la produttività, riducendo il rischio di licenziamento e migliorando la probabilità di trovare impiego altrove. Per incentivare la mobilità volontaria dei lavoratori, è possibile concedere una riduzione temporanea dei contributi sociali a carico dei lavoratori che decidono di lasciare la cassa Integrazione per un nuovo impiego".

Durante la pandemia, rileva l'Ocse, la maggior parte dei Paesi ha aumentato la spesa per le politiche attive. In Italia si è fatto molto con i sostegni, ma poco pensando alla formazione e alla ricollocazione dei lavoratori. Una questione che rischia di diventare sempre più urgente, considerato anche l'arretramento dei nostri livelli d'istruzione, sempre più distanti dalle medie Ue: solo il 27,8% (contro il 40% dell'Ue27)  dei nostri 30-34 anni è laureato, riscontra l'ultimo Rapporto Istat, siamo al penultimo posto, davanti solo alla Romania, e va ancora peggio con le lauree scientifiche. Soprattutto è la fascia dei giovani a destare preoccupazione: gli under 25 che abbandonano gli studi avendo al massimo raggiunto la licenza media sono stati 543mila nel 2020, e il 46,6% vive nel Mezzogiorno. La pandemia ha aggravato una situazione già fragile.