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Inapp, lavoratori italiani sempre più precari: in dieci anni boom dei contratti a termine (+36%)

(cge)
Nel complesso invece l'occupazione è stata stagnante (+1,4%). E c'è un problema di redditi. Fadda: "Lavoratori congelati dalla pandemia. Ora politiche attive"
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MILANO - Una precarizzazione del lavoro e un impoverimento dei salari. Molti punti scuri nel rapporto presentato dall'Inapp questa mattina: "In Italia la flessibilità ha prodotto una eccessiva precarietà e questo trend continua anche in questa fase di ripresa dell'economia", si legge. Due le evidenze che fanno propendere l'Istituto per un giudizio severo di quel che è accaduto.

"Negli ultimi dieci anni i contratti a tempo determinato sono aumentati di oltre 800mila unità registrando un'impennata del +36,3% con una variazione dell'occupazione complessiva pari appena all'1,4%", spiega il rapporto. Se nel 2008 l'incidenza del lavoro a termine era del 13,2% dell'occupa…

MILANO - Una precarizzazione del lavoro e un impoverimento dei salari. Molti punti scuri nel rapporto presentato dall'Inapp questa mattina: "In Italia la flessibilità ha prodotto una eccessiva precarietà e questo trend continua anche in questa fase di ripresa dell'economia", si legge. Due le evidenze che fanno propendere l'Istituto per un giudizio severo di quel che è accaduto.

"Negli ultimi dieci anni i contratti a tempo determinato sono aumentati di oltre 800mila unità registrando un'impennata del +36,3% con una variazione dell'occupazione complessiva pari appena all'1,4%", spiega il rapporto. Se nel 2008 l'incidenza del lavoro a termine era del 13,2% dell'occupazione dipendente, nel 2019 è arrivata al 16,9%. E, nota l'Inapp, "l'incremento è stato registrato quasi interamente nelle fasi di ripresa della crescita, dal 2014 al 2018 (+31,6%), a conferma che l'utilizzo dei rapporti di lavoro a tempo determinato accompagna in modo ormai strutturale i meccanismi di aggiustamento dell'input di lavoro alla variazione del prodotto".

 

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Un meccanismo al quale non sfugge neppure questa fase di ripartenza post-Covid, come ha raccontato Repubblica nelle scorse settimane. "Sono sempre i contratti a termine, part time e di somministrazione - conferma l'Inapp - ad essere scelti dalle imprese. Nel trimestre marzo-maggio 2021 gli occupati precari sono saliti di 188mila unità mentre gli stabili sono diminuiti di 70mila unità. Le imprese sembrano così non scommettere con convinzione sulla ripartenza dopo la crisi imposta dalla pandemia, dove solo il blocco dei licenziamenti ha tutelato di fatto i lavoratori più fragili".

Il presidente dell'Inapp, il professor Sebastiano Fadda, nel commento ai dati ha spiegato che "alla forte crescita in questi anni dei contratti a termine non è corrisposta una significativa creazione di nuova occupazione, ma semmai la conferma di uno stato di incertezza e precarietà". E ha aggiunto: "Nell'ultimo anno e mezzo per via della crisi innescata dalla pandemia molti lavoratori sono stati artificiosamente "congelati" nei loro posti di lavoro e adesso bisogna avere la capacità di 'scongelare il lavoro' sostenendone la domanda sia nei settori tradizionali più colpiti sia in quelli più innovativi". La linea di Fadda guarda alle politiche attive, sulle quali bisogna "scommettere con determinazione" in particolare "con la formazione dei lavoratori che deve essere anche la base del reddito di cittadinanza; ovvero: bisogna fornire ai disoccupati non solo un sostegno economico ma soprattutto la possibilità di accrescere le proprie competenze. Come? Rilanciando e potenziando i centri per l'impiego, la cui azione è oggi fortemente carente". Punto sul quale, dalla presentazione del rapporto Caritas, è intervenuto anche il ministro del lavoro, Andrea Orlando: "I ritardi nell'attuazione del piano di pontenziamento dei centri per l'impiego sono significativi e per molti aspetti inaccettabili".

Su queste basi si inserisce anche una seconda questione, retributiva, che l'Inapp mette in evidenza. "Nel periodo 2009-2017 la distribuzione funzionale del reddito mostra una riduzione persistente della wage share, come conseguenza della contrazione marcata delle retribuzioni salariali a fronte del trend crescente, seppur debolmente, della produttività del lavoro". In pratica, nel tempo la quota di reddito generato dalla produzione tornata ai lavoratori è stata decrescente: "La flessibilità nel nostro Paese si traduce così in una sempre maggiore precarietà".

Su quest'ultimo aspetto retributivo, per l'Istituto gioca un fattore determinante la dimensione delle imprese e la sua relazione con la produttività. "La produttività e, di conseguenza, la capacità di retribuire i propri dipendenti, sono infatti positivamente legate alla dimensione di impresa". Maggiori sono le dimensioni d'impresa, più alta è la retribuzione oraria. E i lavoratori italiani, dove il tessuto produttivo è caratterizzato da Pmi, restano ingabbiati in questa trappola.