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La stretta della Sec sulle società cinesi che vogliono quotarsi a Wall Street

L'Autorità di controllo sui mercati intende chiedere documentazione supplementare a questo tipo di imprese prima dello sbarco in Borsa negli States. Il precedente della turbolenta Ipo di Didi e la stretta di Pechino sulle offerte pubbliche all'estero
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NEW YORK - Limiti alle società cinesi che intendono quotarsi sulle Borse statuitensi. Lo ha deciso la Sec, Securities and Exchange Commission, la commissione di vigilanza incaricata di vegliare, appunto, sulla regolarità degli acquisti sui mercati americani. Una mossa, rivela il Financial Times, decisa venerdì, quando l’Authority ha annunciato di voler chiedere a quelle società con sede nella terra del Dragone ma intendono quotarsi in America un tipo di documentazione ulteriore, dove sia specificata in maniera approfondita la loro struttura e i loro contatti con il governo cinese.

A imporre maggiore trasparenza è stato Gary Gensler, presidente della Sec, dopo le polemiche seguite all’Ipo, sì, l’offerta pubblica, del gruppo cinese Didi Chuxing qualche settimana fa. Il colosso dei taxi da chiamare tramite app in patria aveva spodestato Uber già nel 2016, tanto che quest'ultima poi ha preferito fondersi in Didi (rice…

NEW YORK - Limiti alle società cinesi che intendono quotarsi sulle Borse statuitensi. Lo ha deciso la Sec, Securities and Exchange Commission, la commissione di vigilanza incaricata di vegliare, appunto, sulla regolarità degli acquisti sui mercati americani. Una mossa, rivela il Financial Times, decisa venerdì, quando l’Authority ha annunciato di voler chiedere a quelle società con sede nella terra del Dragone ma intendono quotarsi in America un tipo di documentazione ulteriore, dove sia specificata in maniera approfondita la loro struttura e i loro contatti con il governo cinese.

A imporre maggiore trasparenza è stato Gary Gensler, presidente della Sec, dopo le polemiche seguite all’Ipo, sì, l’offerta pubblica, del gruppo cinese Didi Chuxing qualche settimana fa. Il colosso dei taxi da chiamare tramite app in patria aveva spodestato Uber già nel 2016, tanto che quest'ultima poi ha preferito fondersi in Didi (ricevendo in cambio una quota pari al 12,8% del gruppo integrato). Come già altre (vedi Alibaba e JD.com) Didi era approdata negli Usa usando lo strumendo del “Vie” (entità a interesse variabile). Un modo per agire il controllo di Pechino con società di comodo “offshore”, e solo a quel punto emettendo azioni in America.  

Le nuove regole arrivano dopo il giro di vite cinese annunciato a inizio luglio. Il Dragone ha infatti inasprito le restrizioni sulle quotazioni all'estero, stabilendo regole più severe sulla proprietà dei dati detenuti dalle società con sede nei suoi confini. Una scelta ribadita pure venerdì, quando il Partito comunista cinese ha affermato di essere determinato a “migliorare” ancora il quadro normativo sulle società offshore. Nel frattempo, il regolatore cinese di Internet ha specificamente accusato Didi - che aveva appena raccolto 4 miliardi di dollari a Wall Street - di violare le leggi sui dati personali, ordinandone la rimozione dagli app store cinesi. Una mossa repressiva che ha letteralmente terrorizzato gli investitori americani. Tanto da far crollare le azioni della società di quasi il 50% in pochi giorni, salvo poi risalire del 15%, dopo che sono circolate indiscrezioni secondo cui la società starebbe valutando di tornare privata, a poche settimane dalla quotazione, abbandonando la Borsa. 

L’accaduto ha sollevato seri dubbi sulla trasparenza di Didi. Evidentemente, non aveva informato abbastanza gli investitori riguardo ai rischi normativi affrontati in Cina, né sui suoi frequenti contatti con i regolatori cinesi in vista dell’offerta di New York. Diversi studi legali americani hanno intentato azioni legali collettive contro la società, mentre due membri del comitato bancario del Senato hanno chiesto alla Sec di indagare.  

Secondo la U.S.-China Economic and Security Review Commission, ci sono almeno 248 società cinesi quotate nelle tre principali Borse statunitensi, con una capitalizzazione di mercato totale di 2.100 miliardi di dollari.