I southworkers ci hanno preso gusto: "Lavoro più flessibile, non vogliamo tornare indietro"
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoROMA - Un fuorisede su cinque in questo anno e mezzo segnato dalla pandemia è tornato nella propria città di origine, o si è spostato da una grandi metropoli a un piccolo centro. Secondo un’indagine di Facile.it, Web company che mette a confronto le richieste di mutui e prestiti, guidano la classifica dei rientri Sardegna, Sicilia e Calabria, mentre Lombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%) sono le Regioni che più perdono nel bilancio tra smart workers partiti e rientrati. E adesso l’85% di questi 400 mila ex fuori sede guarda con molta preoccupazione al 31 dicembre, data che segna la fine dell’emergenza, perché non ha intenzione di tornare alla vita e al lavoro pre-Covid: il dato emerge da un sondaggio effettuato dall’Osservatorio Southworking, associazione nata l’anno scorso per iniziativa di un gruppo di giovani professionisti e manager, per lo più provenienti dal Mezzogiorno. Southworking sta lavorando a…
ROMA - Un fuorisede su cinque in questo anno e mezzo segnato dalla pandemia è tornato nella propria città di origine, o si è spostato da una grandi metropoli a un piccolo centro. Secondo un’indagine di Facile.it, Web company che mette a confronto le richieste di mutui e prestiti, guidano la classifica dei rientri Sardegna, Sicilia e Calabria, mentre Lombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%) sono le Regioni che più perdono nel bilancio tra smart workers partiti e rientrati. E adesso l’85% di questi 400 mila ex fuori sede guarda con molta preoccupazione al 31 dicembre, data che segna la fine dell’emergenza, perché non ha intenzione di tornare alla vita e al lavoro pre-Covid: il dato emerge da un sondaggio effettuato dall’Osservatorio Southworking, associazione nata l’anno scorso per iniziativa di un gruppo di giovani professionisti e manager, per lo più provenienti dal Mezzogiorno. Southworking sta lavorando a una serie di progetti che possano rendere possibile cogliere le opportunità offerte dallo smartworking per ripopolare i piccoli centri e in particolare il Sud, da una rete di hub di coworking vicini agli aeroporti e alle stazioni di alta velocità a una carta per avere affitti scontati quando c’è la necessità di tornare per periodi brevi nella sede di lavoro.
“Le aziende che operano nei settori più tradizionali e con meccanismi più routinari chiederanno ai loro dipendenti di rientrare in sede a fine emergenza, ma il terziario si sta orientando verso il lavoro a distanza, anche perché c’è la possibilità di risparmiare sui costi delle sedi, è una soluzione win win.– dice Gaetano Vecchione, ricercatore Svimez – Non ci dobbiamo illudere che lo smartworking sia la soluzione per frenare l’impoverimento del Mezzogiorno, l’ottimo sarebbe portare qua anche il cuore delle imprese, ma questo è un piccolo passo in avanti, riavere qui sul territorio professionisti under 40 potrebbe comunque riattivare circuiti virtuosi, migliorare la qualità della classe dirigente locale e attraverso il coworking potrebbero anche venir fuori idee per aprire nuove imprese”.
Mario Mirabile, 27 anni, vicepresidente associazione Southworking
“Southworking è nato nel marzo 2020. Io, Elena Militello e altri amici abbiamo coniato questo termine, e anche registrato il marchio perché volevamo evitare il rischio di confusione con altri fenomeni, come quello del nomadismo digitale. Siamo 66 volontari che lavorano tutti in settori strategici, in Italia e all’estero”. Mario Mirabelli, 27 anni, di Palermo, si è laureato in Scienze Politiche a Bologna, e lì ha iniziato a lavorare, nel 2019: “E’ la città dove mi sono formato, ma non la sentivo più come un luogo dove continuare la mia vita”, confessa. L’anno scorso è stato assunto da un’agenzia londinese che si occupa di analisi territoriali e impatto delle trasformazioni urbane. Per lavoro è stato in Spagna, Messico e Stati Uniti ma, racconta, “dopo l’inizio della pandemia sono ritornato in Sicilia”. Per promuovere il Southworking sta utilizzando tutta la professionalità e l’esperienza accumulata negli anni di lavoro e di studio: “Non si tratta di fare il telelavoro a casa propria, noi stiamo cercando di metter su un sistema di rete sostenibile di coworking, che decentralizzi il lavoro dalle sedi tradizionali, possiamo già contare su 230 spazi. E non c’è alcuna contrapposizione tra il nostro progetto e il rientro in sede per brevi periodi: ci stiamo organizzando con soluzioni di housing flessibili e accessibili. Una migliore distribuzione dei lavoratori attenuerà le disuguaglianze territoriali e limiterà il problema della divisione tra grandi centri collettori di energia e territori dormitorio. Abbiamo anche incontrato il ministro Franceschini per parlare della riorganizzazione resiliente dei luoghi della cultura”.
Lucrezia Martufi, 35 anni, Cagli (Marche)
Lucrezia Martufi, 35 anni, all’indomani della pandemia ha scelto di tornare a Cagli, un paese del Pesarese con meno di 10 mila abitanti. “Non è la mia città, io sono nata a Pesaro. – spiega – è la città di mia mamma. L’ho scelta perché, dopo aver passato il primo lockdown da sola, a Valencia, non volevo ritrovarmi di nuovo chiusa dentro una città, pensavo che in una casa di famiglia, in un piccolo centro, sarebbe stato meglio”. Laureata a Urbino in linguistica comparativa, master a Madrid, Phd a Barcellona, Lucrezia ha lavorato sette anni in Spagna e sei in Germania. Però adesso è disposta a cambiare lavoro pur di rimanere a Cagli: “Lavoro per la sede spagnola di una azienda danese, Language Wire, mi occupo di traduzione e interpretariato. Sto lavorando da remoto in modo sistematico dall’inizio del 2021, ma purtroppo questa soluzione potrà andare avanti solo fino alla fine di quest’anno, per scelta aziendale. Adesso stanno trovando nuove modalità di lavoro da remoto, ma non prevedono che io possa lavorare da qui, dovrei tornare in Spagna con modalità che mi richiederebbero di essere in ufficio per un certo numero di giorni. Altrimenti ci sarebbero complicazioni di natura fiscale: non si può lavorare dall’estero in assenza di una sede locale e di un sostituto d’imposta. Ma io non tornerò volentieri in Spagna, sto già cercando lavoro, anche se è un po’ difficile trovarlo da remoto, mi propongono soluzioni bizzarre che presuppongono l’apertura della partita Iva, ma poi includono giorni di ferie e di malattia, come se si trattasse di un contratto di lavoro dipendente, ma con un carico fiscale ben diverso però”.
Roberto Ceravolo, 35 anni, Pizzo Calabro
Ingegnere gestionale, 35 anni, di Pizzo Calabro (Vibo Valentia), Roberto Ceravolo ha lavorato a New York e a Baltimora con molto entusiasmo, in quella che definisce “una full immersion nel mondo americano” (cita Zalone), ma poi ha deciso di tornare in Italia, a Milano: “Mi mancava l’atmosfera italiana. A New York andavo spesso in un ristorante di cucina autentica siciliana e lì con gli amici ci dicevamo quanto era bella l’Italia, 35 giorni di vacanza per contratto contro i nostri 10”. A Milano lavora nel marketing, per un’azienda leader nelle telecomunicazioni. Affitta un bilocale, ed è lì che passa il primo lockdown: “Ho resistito alla prima ondata di fuga verso il Sud, evitando di scappare quando è stata decisa la zona rossa, per tutelare la mia comunità. A maggio, quando è stato possibile, ho fatto due tamponi e sono sceso. Ho comprato una casa di 100 metri quadri che ho ristrutturato: due bagni, studio e palestra. Da allora, sperimento un altro livello di vita: quando voglio arrivo al mare in un attimo con il motorino, c’è la mia famiglia. Da remoto si lavora molto di più ma è un prezzo che pago volentieri. Con la mia azienda ci siamo già accordati per il dopo emergenza: per le figure come la mia si prevedono tre settimane di lavoro da remoto e una a Milano: comunque un momento di incontro periodico con i colleghi è fondamentale”. Una soluzione per tutta la vita? Chissà: “Qui la generazione dei Millennials è stata azzerata, vengono solo d’estate. Chi è rimasto si è sposato, magari ha 4 figli come mio fratello. Io che a Milano o a New York ero giovincello qui sembro vecchiotto, ho la ragazza ma mi chiedono tutti perché non mi sia ancora sposato…”.
Gabriele Virzì, 31 anni, Aidone (Sicilia)
Gabriele Virzì è un Southworker preCovid. Pianista, 31 anni, “a un certo punto della mia vita quando dovevo decidere se investire in una carriera all’estero come ha fatto mia sorella, che è violinista, o in Italia, ho scelto di tornare a casa e di restaurare la casa di campagna”. Aidone, in provincia di Enna, è un paesino che non arriva a 5 mila abitanti. Ha avuto gli onori delle cronache alcuni anni fa perché nel suo territorio, nel sito archeologico di Morgantina, è stata ritrovata una Venere attribuita a Fidia, che venne venduta illecitamente al Paul Getty Museum di Los Angeles e restituita all’Italia dopo un lungo contenzioso.
Dal 2011 finalmente anche la Venere è tornata a casa: è esposta nel Museo di Aidone. “Ho cominciato a fare concerti – racconta Gabriele – e con gli amici ho organizzato un festival ad Aidone, Corifestival, che ha animato il quartiere di San Giacomo, che era malfamato e abbandonato”. E’ con la pandemia e la nascita dell’associazione Southworking che Gabriele ha l’idea di mettere a disposizione gli spazi e la rete che aveva messo a punto per un hub culturale e di coworking: “Con la nostra foresteria e la disponibilità delle famiglie arriviamo a 50 posti letto. Siamo a un’ora dall’aeroporto di Catania, due ore da Palermo e un’ora e mezzo da Comiso. Collaboriamo già con la facoltà di Architettura di Catania e l’Università Kore di Enna, ma stiamo avviando rapporti anche con la Cattolica e la Luiss. Abbiamo già vinto un bando di Formazione per il Sud e lavoriamo in progetti di cooperazione internazionale”.