Licenziamento via WhatsApp: l'azienda può farlo, ma solo in alcuni casi
di Barbara ArdùROMA – Nessuno quando ha installato WhatsApp pensava che proprio da quella finestrina verde sul cellulare sarebbe potuta arrivare un giorno una lettera di licenziamento. Eppure sì: con un messaggio in chat si può licenziare. Attenzione però, non sempre. Nei casi di licenziamenti collettivi, che solitamente riguardano le grandi aziende, non è possibile. Lo sanno bene i legali delle imprese. Tant’è che i messaggi arrivati ai lavoratori della Gkn di Firenze e anche gli ultimi, i 90 della Logista di Bologna, non contenevano lettere ufficiali di licenziamento, ma comunicazioni, come la sospensione del lavoro. O la chiusura dei cancelli.
Messaggini che però sono annunci di fine lavoro per chi li apre e li legge. “Non si può fare perché per i licenziamenti collettivi è necessario aprire la procedura di licenziamento, che con con whatsapp non è possibile fare – dichiara Alberto Piccinini, avvoc…
ROMA – Nessuno quando ha installato WhatsApp pensava che proprio da quella finestrina verde sul cellulare sarebbe potuta arrivare un giorno una lettera di licenziamento. Eppure sì: con un messaggio in chat si può licenziare. Attenzione però, non sempre. Nei casi di licenziamenti collettivi, che solitamente riguardano le grandi aziende, non è possibile. Lo sanno bene i legali delle imprese. Tant’è che i messaggi arrivati ai lavoratori della Gkn di Firenze e anche gli ultimi, i 90 della Logista di Bologna, non contenevano lettere ufficiali di licenziamento, ma comunicazioni, come la sospensione del lavoro. O la chiusura dei cancelli.
Messaggini che però sono annunci di fine lavoro per chi li apre e li legge. “Non si può fare perché per i licenziamenti collettivi è necessario aprire la procedura di licenziamento, che con con whatsapp non è possibile fare – dichiara Alberto Piccinini, avvocato del lavoro e presidente di Comma 2, associazione di giuslavoristi – tant’è che insieme ai messaggini è partita la procedura di licenziamento collettivo. Certo ricevere un messaggio di quel tipo – aggiunge Piccinini - in cui viene annunciata la sospensione del lavoro o la chiusura dei cancelli è una modalità assai brutale”.
Eppure appena caduto il blocco dei licenziamenti, sono partite le comunicazioni via chat o mail, quasi che la tecnologia non abbia riguardo alla forma e all’etica. “Anche se il problema è di sostanza oltre che di forma - sostiene Maurizio Landini, segretario nazionale della Cgil - non si passa più per gli ammortizzatori sociali, si licenzia direttamente. Questa è la cosa grave”. E così sembra stia accadendo, almeno in alcune realtà produttive del Paese.
Lo scenario cambia invece se il licenziamento è individuale. Se sei un barista, un ragioniere, un'estetista, la lettera di licenziamento via WhatsApp la puoi ricevere. Non c’è scritto da nessuna parte, in realtà. C’è la legge però, una vecchia legge, che impone la comunicazione scritta. E per ora la giurisprudenza va in direzione univoca: una raccomandata e un whatsapp pari sono. Due, forse appena tre le sentenze che hanno affrontato il problema. “I giudici in questi pochi casi hanno stabilito che la chat sostituisce la forma scritta – spiega Elena Poli, avvocato del lavoro. Anche se qualche dubbio rimane. In realtà un lavoratore potrebbe aver cancellato il suo WhatsApp, o aver escluso alcune conversazioni”. Come dire che si può essere licenziati senza ricevere la comunicazione. Un’incertezza che comunque è sempre in capo al datore di lavoro: non è efficace è come non ricevere la raccomandata. Un problema quello del licenziamento individuale via chat o mail, che non è mai arrivato, in Cassazione, almeno per ora.
“E non è un caso che sia richiesta la forma scritta per il licenziamento individuale – spiega il giurista bolognese Franco Focareta – e solo in alcuni casi, un licenziamento disciplinare è difficile farlo via WhatAapp. Fino al 1966 – aggiunge - bastava un cenno del capo per mettere un lavoratore fuori dall’azienda. Fu la Corte costituzionale a stabilire che la forma scritta era necessaria e lo era in base a un ‘principio di civiltà’. E secondo me – commenta Focareta – oggi una chat non è molto diversa dal cenno del capo di alcuni decenni fa. E’ comunque è un passo verso un imbarbarimento dei rapporti di lavoro. Credo che un chiarimento del legislatore sia necessario, soprattutto in vista di settembre quando il blocco dei licenziamenti cadrò (forse) per tutte le imprese, compresi i servizi. Proprio lì dove i contratti spesso sono individuali”. “You are fired”. Sei licenziato tuonava Donald Trump, non ancora presidente Usa, da un popolare programma televisivo in cui due squadre di aspiranti imprenditori si contendevano il titolo. Ecco: il messaggio in chat sembra un urlo insultante.