✕

Facebook, gli editori australiani responsabili dei commenti diffamatori degli utenti

Storica sentenza della Corte Suprema australiana che rigetta l'appello presentato da Newscorp e Nine Entertainment dopo la causa di un giovane che si riteneva diffamato: i media che gestiscono pagine social traggono profitto dall'engagement e quindi sono responsabili dei contenuti postati dai lettori nei commenti
2 minuti di lettura

Gli editori devono essere considerati responsabili dei commenti dei lettori ai propri post pubblicati sui social media e come tali ne rispondono penalmente in caso di contenuti diffamatori. Dopo l'annosa battaglia sul pagamento dei contenuti giornalistici, è ancora una volta l'Australia a fissare una pietra miliare nei rapporti tra editoria e piattaforme digitali, con una sentenza della Corte Suprema che rigetta l'appello presentato da alcuni editori - Fairfax / Nine Entertainment e la Newscorp di Rupert Murdoch - in una causa intentata da Dylan Voller, un giovane finito al centro di un caso di cronaca nel 2017, come vittima di maltrattamenti in un carcere minorile.

La pubblicazione della notizia sulle pagine Facebook di alcune testate australiane - il Sydney Morning Herald, The Australian e Sky News Australia - portò a una serie di commenti in calce a quei post, da parte di diversi utenti, che il ragazzo considerò offensivi e diffamatori nei suoi con…

Gli editori devono essere considerati responsabili dei commenti dei lettori ai propri post pubblicati sui social media e come tali ne rispondono penalmente in caso di contenuti diffamatori. Dopo l'annosa battaglia sul pagamento dei contenuti giornalistici, è ancora una volta l'Australia a fissare una pietra miliare nei rapporti tra editoria e piattaforme digitali, con una sentenza della Corte Suprema che rigetta l'appello presentato da alcuni editori - Fairfax / Nine Entertainment e la Newscorp di Rupert Murdoch - in una causa intentata da Dylan Voller, un giovane finito al centro di un caso di cronaca nel 2017, come vittima di maltrattamenti in un carcere minorile.

La pubblicazione della notizia sulle pagine Facebook di alcune testate australiane - il Sydney Morning Herald, The Australian e Sky News Australia - portò a una serie di commenti in calce a quei post, da parte di diversi utenti, che il ragazzo considerò offensivi e diffamatori nei suoi confronti: per questo motivo decise di fare causa alle testate autrici dei post. Dopo quattro anni di battaglia legale, Voller ha ottenuto un pronunciamento che fissa un principio inedito per l'Australia e per quasi tutte le legislazioni nel mondo: i commenti dei lettori sui social delle testate giornalistiche vanno considerati alla stregua di contenuti editoriali e quindi rientrano sotto la responsabilità dell'editore.

La Guerra delle News

Non è valsa l'obiezione, che era alla base dell'appello, secondo la quale il contenuto originale del post non era diffamatorio e l'editore non può esercitare un controllo preventivo sui commenti dei lettori: la Corte Suprema ha stabilito che l'editore, pubblicando un post su Facebook, ne incoraggia la condivisione e l'engagement attraverso i commenti come parte integrante della propria strategia commerciale e quindi ne è pienamente responsabile.

Sulla scorta di questo pronunciamento, ora il giovane potrà proseguire nella causa di diffamazione e altri giudici dovranno entrare nel merito dei contenuti, per stabilire se sono realmente lesivi della sua reputazione. Nel commentare la sentenza, i legali di Voller hanno sottolineato l'importanza del principio come antidoto alle "tempeste" di offese, minacce e insulti che spesso si generano in seguito alla pubblicazione di notizie sui social e non vengono in alcun modo arginate.

il precedente giuridico è stabilito e rischia di avere effetti a catena per tutto il sistema di moderazione dei commenti sulle piattaforme social: se chiunque può essere chiamato a rispondere di contenuti pubblicati da altri sulla propria pagina, diventa indispensabile un controllo rigido a valle, con l'eliminazione dei commenti potenzialmente diffamatori e il blocco degli utenti molesti.

Va detto che la sentenza non è senza precedenti nel mondo: in Italia già da tempo la giurisprudenza è concorde nel ritenere i gestori di pagine Facebook responsabili dei commenti diffamatori da parte degli utenti, anche se la discriminante è data dal fatto di essere venuti a conoscenza del contenuto offensivo e non aver provveduto alla sua rapida eliminazione: se dunque il commento viene cancellato subito dall'amministratore della pagina, l'ipotesi diffamatoria decade.

Di certo la sentenza della Corte suprema australiana riapre il fronte della "guerra delle news" che vede contrapposti i grandi media e le piattaforme digitali. Nella precedente vicenda, i giudici avevano segnato un punto a favore degli editori, sancendo l'obbligo da parte di Big Tech di raggiungere accordi economici per pagare l'utilizzo dei contenuti giornalistici. Quella sentenza ha portato a nuove partnership commerciali tra editori e piattaforme non solo in Australia ma anche in Europa.

Questa volta invece tocca agli editori soccombere, mentre Facebook e gli altri grandi player dei social continuano a rivendicare la propria neutralità tecnologica di piattaforme distributive di materiale sul quale declinano ogni responsabilità penale. A meno che quei contenuti non violino gli standard fissati dalle stesse piattaforme, che possono quindi decidere di cancellarli o nasconderli a proprio arbitrio. La battaglia sul confine tra libertà d'espressione e censura è destinata a continuare.