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Il lavoro riparte. Allarme per la giungla dei mille contratti

La ripresa trascina l’occupazione, tra aprile e giugno 523 mila nuovi posti. In Italia 985 accordi collettivi. Garnero (Ocse): “Abuso che colpisce i salari”
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ROMA - L'occupazione sale alla velocità del Pil. Ma volano i contratti a tempo. Nel secondo trimestre il 35% di questi ha una durata inferiore ai 30 giorni, il 37% tra 2 e 6 mesi, solo lo 0,6% supera l'anno. La conferma di una ripresa precaria viene dalla nota congiunta di Istat, Inps, Inail, Anpal e Ministero del Lavoro diffusa ieri. Si scopre così che tra aprile e giugno i contrattini con durate brevi sono già tornati al pre-pandemia, gli occupati no.

Ad assumere sono soprattutto le piccole imprese tra zero e 9 dipendenti: la metà dei 677 mila contratti del trimestre avviene qui (ad un lavoratore può corrispondere più di un contratto). Meglio costruzioni e servizi dell'industria. Gli occupati salgono di più tra gli under 34 (+6%), al Sud (+4%), tra le donne (+3%): tra chi cioè ha pagato il prezzo più alto alla crisi pandemica. Crescono del 38% i disoccupati over 50 - dato non confortante - e quelli che vivon…

ROMA - L'occupazione sale alla velocità del Pil. Ma volano i contratti a tempo. Nel secondo trimestre il 35% di questi ha una durata inferiore ai 30 giorni, il 37% tra 2 e 6 mesi, solo lo 0,6% supera l'anno. La conferma di una ripresa precaria viene dalla nota congiunta di Istat, Inps, Inail, Anpal e Ministero del Lavoro diffusa ieri. Si scopre così che tra aprile e giugno i contrattini con durate brevi sono già tornati al pre-pandemia, gli occupati no.

Ad assumere sono soprattutto le piccole imprese tra zero e 9 dipendenti: la metà dei 677 mila contratti del trimestre avviene qui (ad un lavoratore può corrispondere più di un contratto). Meglio costruzioni e servizi dell'industria. Gli occupati salgono di più tra gli under 34 (+6%), al Sud (+4%), tra le donne (+3%): tra chi cioè ha pagato il prezzo più alto alla crisi pandemica. Crescono del 38% i disoccupati over 50 - dato non confortante - e quelli che vivono nelle Regioni centrali (+43%).

Se gli inattivi calano di oltre 1,2 milioni, lievitano di 523 mila unità gli occupati e di 514 mila i disoccupati. Il fermento c'è, dopo la stasi tra lockdown e coprifuoco. Ma la stabilità no, visto che i lavoratori in somministrazione avanzano del 39% e quelli a chiamata o intermittenti del 64%, con in media solo 10,6 giornate lavorate al mese.

"Anche i dati di luglio confermano che, nonostante la fine del blocco ai licenziamenti, non si è rotta la diga", commenta Andrea Garnero, economista Ocse. "Ma siamo lontani dal pre-crisi, molti occupati sono rientri dalla Cassa integrazione, i contratti a tempo prevalgono, vedremo se a ritmo di crociera la precarietà si ridurrà".

Nel frattempo la giungla dei contratti collettivi nazionali di lavoro esistenti in Italia - ben 985 registrati a giugno dal Cnel, l'80% in più nell'arco di un decennio - riflettono un mercato del lavoro frammentato e dove proliferano accordi pirata firmati da sindacati o associazioni di impresa sconosciuti.

"Un quarto dei contratti copre meno di 100 persone ciascuno, metà dei contratti meno di mille", osserva Garnero. "Ci sono contratti firmati da 6-7 sigle che impattano su 1 o 2 persone: più firmatari che lavoratori. Questo proliferare non è dinamismo, piuttosto indice di deterioramento e abusi, con l'obiettivo spesso esplicito di fissare condizioni al ribasso, specie sui salari".

E il dumping salariale è la molla che nutre la bolla dei contratti pirata, soprattutto in territori del Paese meno produttivi, con alta disoccupazione o nelle imprese più fragili: si offre un contratto, ma si impone un livello di salari più basso (l'8% in media) del minimo applicato nel settore, sapendo che sarà accettato pur di lavorare.

Qui uno studio di Garnero e di Claudio Lucifora, docente all'università Cattolica di Milano, dimostra che la scontata correlazione inversa tra minimi salariali e occupazione è in realtà modesta. In altri termini, è vero che all'aumentare dei minimi l'occupazione scende. Ma, al contrario, un aumento del 10% di lavoratori sottopagati produce un aumento dell'occupazione di appena il 2%. E anzi, se la percentuale di sottopagati è ampia, l'occupazione non solo non sale, ma scende: quindi la relazione cambia di segno. A chi conviene?

Motivo in più per stimolare le parti sociali a definire con una legge la rappresentanza per sfoltire questa giungla di contratti. "Sono anni che se ne parla senza esiti", dice Garnero. "Ma così non ci guadagna nessuno, né il lavoratore, né l'impresa onesta che subisce concorrenza sleale, né il sistema economico".