Attenzione! Copiare la Silicon Valley non funziona
di Beniamino Pagliaro , di Beniamino PagliaroCara abbonata, caro abbonato, ecco un nuovo numero di Attenzione. Qui puoi scoprire tutte le newsletter di Repubblica. Se vuoi scrivermi, la mia email è b.pagliaro@repubblica.it. Su Twitter e Instagram mi trovi come @bpagliaro.
La scorsa settimana mi sono occupato dell’evoluzione del mercato pubblicitario e del ruolo di Apple. Oggi parliamo di altro, ma un articolo di Cnbc ha segnato un pezzo di quest’evoluzione: le modifiche al sistema operativo di Apple iniziano a far male al business pubblicitario di Facebook. In particolare diventa più complicato tracciare i risultati di un’inserzione e dunque definire il costo di acquisizione di un determinato cliente.
Ma oggi parliamo di territori e delle scelte che dovrebbero fare per crescere. È la settimana giusta, visto che domenica e lunedì molte grandi città italiane vanno al voto.
Venerdì …
Cara abbonata, caro abbonato, ecco un nuovo numero di Attenzione. Qui puoi scoprire tutte le newsletter di Repubblica. Se vuoi scrivermi, la mia email è b.pagliaro@repubblica.it. Su Twitter e Instagram mi trovi come @bpagliaro.
La scorsa settimana mi sono occupato dell’evoluzione del mercato pubblicitario e del ruolo di Apple. Oggi parliamo di altro, ma un articolo di Cnbc ha segnato un pezzo di quest’evoluzione: le modifiche al sistema operativo di Apple iniziano a far male al business pubblicitario di Facebook. In particolare diventa più complicato tracciare i risultati di un’inserzione e dunque definire il costo di acquisizione di un determinato cliente.
Ma oggi parliamo di territori e delle scelte che dovrebbero fare per crescere. È la settimana giusta, visto che domenica e lunedì molte grandi città italiane vanno al voto.
Venerdì scorso a Torino ho incontrato, riunite nella stessa stanza, molte delle migliori menti della scena tech italiana. Dico tech per fare sintesi, ma in verità il tech è davvero la piattaforma sulla quale si muovono aziende che cambiano la formazione, i pagamenti, l’esplorazione spaziale, la moda. Non si trovano le migliori menti nella stessa stanza per caso: era il risultato di un preciso impegno, che si chiama Italian Tech Week.
Certo, quello è stato un singolo evento. Ma come si crea una simile combinazione di persone in una stanza, in un territorio, tutto l’anno? E dunque come questa combinazione diventa positiva per le nostre città, perché crei posti di lavoro e valore nel lungo periodo? È anche una questione di attenzione, ovviamente, di scegliere dove porre le nostre risorse (scarse) per progettare il futuro. Troppo spesso ci siamo innamorati di idee lontane e abbiamo provato a replicarle. Quanti sindaci o presidenti di regione abbiamo sentito annunciare la Silicon Valley... di qualcosa?
Nelle fiacche campagne elettorali per le nostre città si è discusso poco in generale, ancora meno di idee di sviluppo. Come fare? Mi è tornato in mente uno dei libri più interessanti letti negli ultimi mesi: Innovation in Real Places, scritto da Dan Breznitz, docente alla Munk School dell’University of Toronto.
La parola innovazione è stata tra le più abusate dall’inizio del nuovo secolo. Miriadi di assessori e consulenti si sono alternati tra convegni e pubblicazioni pur di fatturare qualcosa. Dunque appena la sentiamo, è vero, ci assale il legittimo dubbio di essere davanti a un venditore di fumo. Il libro di Breznitz è dunque prezioso perché porta in luoghi e epoche diverse, per vedere l’innovazione in posti veri e propri, in “real places”, dove la realtà è contrapposta alla presunta perfezione del simbolo, la Silicon Valley.
Soprattutto, Breznitz chiarisce che l’innovazione non è una parolina da usare al prossimo convegno, bensì è un concetto di sopravvivenza, è "l’unica via per assicurare nel lungo periodo una sostenuta crescita economica e del welfare per le persone”.
Si parte dalla teoria: “L’innovazione è il completo processo di prendere nuove idee e immaginare prodotti e servizi nuovi o migliorati”. Ancora: “L’invenzione è il processo di avere una idea veramente nuova”, mentre l’innovazione “è il processo di usare delle idee per offrire prodotti e servizi allo stesso fattore di costo”.
Ma poi dalla teoria bisogna passare ai real places. Ogni area esplorata da Breznitz ha una storia diversa. Ne scelgo tre:
- L’area di Shenzhen è stata disegnata a tavolino nel 1979. Il partito comunista temeva di fare un esperimento che non portasse risultati e soprattutto nel resto del Paese la competizione capitalistica non era prevista. Dunque ai confini della zona speciale economica furono piazzati checkpoint armati “per evitare che nulla del pericoloso esperimento capitalistico potesse finire nel resto della Cina senza approvazione” del partito. Grazie a quell’esperimento, oggi la Cina può giocare la sua partita: lì sono nate aziende come Huawei, Tencent, Oppo, e Zte.
- La città di Atlanta, in Georgia, ha una ricca tradizione di imprese tech, ma quando ha provato a inseguire l’ondata delle start-up nella seconda metà degli anni Duemila, qualcosa non ha funzionato. Gli acceleratori di nuove start-up sono arrivati ma tutti i fondi non erano locali. Non immaginavano di costruire qualcosa sul territorio.
- Israele è famosa come start-up nation grazie a una strategia decennale. Ma dato che molti degli investimenti arrivano dall’estero, spesso anche gli utili finiscono all’estero. L’aspetto positivo riguarda però l’occupazione, perché molte aziende scelgono di aprire in Israele i propri centri di ricerca.
La regola generale che suggerisce Breznitz è una: certo, è utile conoscere la storia di chi ha creato sviluppo prima di noi. Ma copiare un modello è spesso controproducente, perché le condizioni di partenza sono diverse. Non ha senso fotocopiare il modello Silicon Valley. Dunque è meglio:
- conoscere bene il proprio territorio
- capire cosa fa di davvero unico
- interrogarsi sul ruolo per questa unicità in un mondo più veloce e globale
- provare a metterla in rete, online
Siamo pronti? Il problema più grande che mi accennava a Torino il fondatore di una delle start-up più finanziate e in crescita d’Italia, denuncia un ritardo generazionale. Finalmente, ed è una notizia, ci sono i fondi per investire. Ma quanti professionisti ci sono, in Italia, che abbiano fatto scalare una società da uno a un milione in pochi mesi? Le start-up di oggi stanno correndo la propria sfida, ma come tutti i pionieri, stanno spianando la strada alle start-up che nasceranno domani.