Attenzione! Cosa non funziona del lavoro remoto
di Beniamino Pagliaro , di Beniamino PagliaroCara abbonata, caro abbonato,
ecco un nuovo numero di Attenzione. Qui puoi scoprire tutte le newsletter di Repubblica. Se vuoi scrivermi, la mia email è b.pagliaro@repubblica.it. Su Twitter e Instagram mi trovi come @bpagliaro.
Sta tornando tutto come prima, sosteneva con sicurezza una signorina sorseggiando un caffè macchiato in un bel bar di Milano qualche giorno fa. Il suo prima era “prima del Covid”, ovviamente, e da allora ho provato a darle ragione o confutare la sua tesi. Nella mia mente l’immagine che più le darebbe ragione è quella della fiumana di lavoratori della City di Londra che ho visto camminare di nuovo in fila ordinata verso il lavoro, qualche settimana fa, con un pessimo caffè in cartone in mano, passo svelto, vestito grigio. Mi aveva impressionato proprio perché ci eravamo raccontati che quei lavoratori, digitali per forza, non sare…
Cara abbonata, caro abbonato,
ecco un nuovo numero di Attenzione. Qui puoi scoprire tutte le newsletter di Repubblica. Se vuoi scrivermi, la mia email è b.pagliaro@repubblica.it. Su Twitter e Instagram mi trovi come @bpagliaro.
Sta tornando tutto come prima, sosteneva con sicurezza una signorina sorseggiando un caffè macchiato in un bel bar di Milano qualche giorno fa. Il suo prima era “prima del Covid”, ovviamente, e da allora ho provato a darle ragione o confutare la sua tesi. Nella mia mente l’immagine che più le darebbe ragione è quella della fiumana di lavoratori della City di Londra che ho visto camminare di nuovo in fila ordinata verso il lavoro, qualche settimana fa, con un pessimo caffè in cartone in mano, passo svelto, vestito grigio. Mi aveva impressionato proprio perché ci eravamo raccontati che quei lavoratori, digitali per forza, non sarebbero proprio tornati in ufficio. Invece l’amministratore delegato di Goldman Sachs ha detto che bisognava tornare, e il resto dell’industry ha preso nota.
Molte altre immagini possono confutare questa tesi. Avvocati, ingegneri, consulenti, contabili e commerciali lavorano molto più a casa che in ufficio. In alcuni casi sanno già che quando si tornerà, nel 2022, sarà richiesto uno o due giorni “in presenza” su cinque. Alcune aziende hanno iniziato a pagare i dipendenti anche in base alla geografia, grande nodo per il futuro che verrà. Pwc ha fatto sapere che il lavoro remoto sarà per sempre. Molti gruppi della tecnologia continuano a rinviare il ritorno e vietano persino le riunioni informali (questo scatena l’inventiva nelle sedi lontane dalla Silicon Valley: in Italia mi raccontano di riunioni clandestine al bar di cui però, per favore, non avvisare i colleghi che solerti lo riferirebbero alle risorse umane).
Ci sono quindi notizie ogni giorno su questa evoluzione e le grandi aziende si sfidano ormai anche su questo campo per attrarre talenti. Ma questi sono solo aneddoti, e dovremmo fuggirli come la peste: la dittatura dell’aneddoto, dell’esperienza diretta sempre presunta come migliore del dato generale, che in verità inquina e confonde.
La domanda che ci facciamo dall’inizio della pandemia è: non c’è dubbio che si possa lavorare da remoto, ma funzionerà? Farà bene ai dipendenti, ai processi, all’azienda, il lavoro solo da remoto?
Per la prima volta possiamo guardare dei numeri. Uno dei primi importanti studi accademici che prova a rispondere a questa domanda ci fa intravedere qualche problema. Lo studio è stato fatto su 61mila lavoratori di Microsoft ed è stato pubblicato da Nature Human Behaviour. I ricercatori di Microsoft e della University of California Berkeley Haas Business School hanno analizzato le abitudini di comunicazione tra i dipendenti di Microsoft tra il dicembre 2019 e il giugno 2020, dunque prima e dopo. In questo senso, come sappiamo, la pandemia ha scatenato delle dinamiche impossibili da osservare “prima”, quando comunque il 18% della forza lavoro era remota.
Lo studio presenta qualche evidenza interessante. Il lavoro a distanza...
- “ha reso meno interconnessi i gruppi di lavoro all'interno di Microsoft”,
- “ha ridotto il numero di legami (in inglese ties) che vanno a colmare i buchi strutturali nella rete di collaborazione informale dell'azienda e ha fatto sì che gli individui dedicassero meno tempo a collaborare con i legami rimasti”,
- “ha fatto sì che i dipendenti trascorressero una gran parte del loro tempo (di collaborazione) con i loro legami più forti, con cui è più normale condividere informazioni, e una parte minore del loro tempo con i legami deboli, che invece sarebbero più in grado di dare accesso a nuove informazioni”,
- “ha fatto sì che la rete di collaborazione diventa più pesantemente isolata (in inglese i ricercatori parlando di silos), con meno legami che attraversavano le business unit formali o colmavano buchi strutturali nella rete di collaborazione informale”, “la rete è diventata più statica, con meno collegamenti aggiunti ed eliminati al mese. Ricerche precedenti suggeriscono che questi cambiamenti nei modelli di collaborazione possono impedire il trasferimento di conoscenze e ridurre la qualità della produzione dei lavoratori”,
- “ha causato la diminuzione della comunicazione sincrona e l'aumento della comunicazione asincrona” e “potrebbe aver reso più difficile per i lavoratori trasmettere ed elaborare informazioni complesse”.
Dunque, provo a tradurre: il lavoro a distanza ci fa parlare di meno con i colleghi con cui non dovremmo parlare per forza. Parliamo quasi soltanto con i nostri contatti forti e facciamo passare mesi o anni invece con contatti meno diretti. Del resto, non esiste più la famosa macchinetta del caffè. Questo fa sì che ci chiudiamo in piccoli gruppi (silos) e possiamo perderci dei pezzi della vita aziendale. Facciamo un po’ meno riunioni (comunicazione sincrona, anche se le call ci sembrano molte di più), e scriviamo più email e messaggi che rischiano di non farci capire delle “informazioni complesse”.
Sento già dentro di me, e dunque immagino in te, le risposte. Anch’io ho la sensazione che tagliare qualche riunione in persona non abbia fatto male, e che spesso una riunione può essere un’email. Ma lo studio è indubbiamente interessante perché ha analizzato nei fatti le relazioni tra i singoli utenti aziendali. Non tutte le aziende sono Microsoft, ed è possibile che dal 2020 al 2021 le cose siano cambiate, che abbiano poi preso le misure. Sarà interessante capire che ne farà Microsoft, tra l’altro, perché nelle conclusioni dello studio i ricercatori affermano: "Senza alcun intervento, gli effetti che abbiamo scoperto hanno il potenziale di influire sulle capacità dei lavoratori e di conseguenza di incidere sulla produttività e sull'innovazione”.
Lasciare correre non funziona. Bisogna saper gestire e programmare. Io penso ovviamente a una soluzione ibrida, ma se prendiamo sul serio questi primi elementi di studio, dobbiamo riconoscere che qualcosa vada fatto.
Se lavori in un’azienda che ha subito la situazione e nemmeno ora intende affrontarla con intelligenza, forse dovresti pensare a un’altra azienda? Se torna “tutto come prima”, ci saranno sempre due ipotesi: le aziende che già prima funzionavano, stavano sul mercato e sapevano organizzare il tempo e il potenziale dei propri dipendenti e collaboratori, e quelle che invece non lo sapevano proprio fare, o persino peggio, pensavano di farlo ma in verità erano soltanto impegnate a scucire e ricucire su se stesse bizantine burocrazie portate all’auto-conservazione. Non sempre c’è una terza via.