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L'economista Hamaui: “Meno pericoli per Europa e Italia”

L'economista Rony Hamaui 
Il professore della Cattolica: "Le Banche centrali devono contenere i prezzi senza soffocare la ripresa"
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MILANO - Professor Rony Hamaui, viste la fiammata dei prezzi e la ripresa che rallenta, esiste un rischio stagflazione?
«Osservo tre elementi: l’aumento dei prezzi delle materie prime, che da una parte fa salire l’inflazione ma dall’altra diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie; i problemi di fornitura lungo alcune filiere di produzione, in parte a causa del Covid e in parte per le politiche protezionistiche di Trump ora proseguite con Biden; la corsa verso le energie rinnovabili che però non riesce a compensare le produzioni che ancora si basano sulle energie fossili. Tutto ciò con politiche monetarie e fiscali espansive che hanno agito da detonatore».

Per la stagflazione l’aumento dei prezzi deve essere duraturo e trasferirsi ai consumi e ai salari.
«Certo, ma ormai per la crescita dei prezzi siamo già al secondo stadio, quello che tocca i beni alimentari e di consumo, poi nel terzo si arriva ai salari. E i…

MILANO - Professor Rony Hamaui, viste la fiammata dei prezzi e la ripresa che rallenta, esiste un rischio stagflazione?
«Osservo tre elementi: l’aumento dei prezzi delle materie prime, che da una parte fa salire l’inflazione ma dall’altra diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie; i problemi di fornitura lungo alcune filiere di produzione, in parte a causa del Covid e in parte per le politiche protezionistiche di Trump ora proseguite con Biden; la corsa verso le energie rinnovabili che però non riesce a compensare le produzioni che ancora si basano sulle energie fossili. Tutto ciò con politiche monetarie e fiscali espansive che hanno agito da detonatore».

Per la stagflazione l’aumento dei prezzi deve essere duraturo e trasferirsi ai consumi e ai salari.
«Certo, ma ormai per la crescita dei prezzi siamo già al secondo stadio, quello che tocca i beni alimentari e di consumo, poi nel terzo si arriva ai salari. E il fenomeno dura ormai da più di tre mesi. La differenza con gli anni ’70 è che oggi il mercato del lavoro è più flessibile e le banche centrali più indipendenti. Però i debiti pubblici e privati sono molto più elevati, legando le mani alle banche centrali».

Cosa vede per i prossimi mesi?
«Credo che le previsioni di governi, Fmi e altre istituzioni saranno riviste nel senso di meno crescita e più inflazione. Anche se al momento i rischi di stagflazione sono più alti per gli Stati Uniti rispetto a Europa e Italia, dove la ripresa è ancora al suo stadio iniziale. La crescita dei prezzi può far piacere per abbassare il debito reale ma certo non va bene per l’occupazione. Attenzione poi a non provocare scossoni nei mercati finanziari dove le valutazioni degli asset sono elevate».

Cosa bisogna fare se si entra in una fase di stagflazione?
«La stagflazione è una brutta bestia perché le politiche di aggiustamento sono in trappola, se ci si muove da una parte si rischia dall’altra. Alla fine degli anni ‘70 il governatore della Fed Paul Volcker decise per un aumento dei tassi che portò a una recessione profonda ma di breve durata. Oggi non sarebbe possibile, si innescherebbe un crollo delle attività finanziarie di enorme portata».

Quindi le banche centrali come dovrebbero comportarsi?
«Usando un gergo automobilistico devono agire di punta tacco. Nel senso che devono navigare tra l’obbiettivo di contenere l’offerta di moneta ma senza incidere sulla ripresa, che è agli albori, evitando di far crescere troppo l’inflazione. E giocando d’anticipo per non avere effetti indesiderati».