Bitcoin, gli Stati Uniti sorpassano la Cina: conquistato il 35% dei miner
di Andrea Galliano , di Andrea GallianoLa "fabbrica" dei Bitcoin non è più in Cina. Ma negli Stati Uniti dove ora - secondo i dati del Cambridge Centre for Alternative Finance - c'è il 35,4% dei miner della valuta digitale. Più del triplo rispetto all'inizio dell'anno. Quando Pechino deteneva oltre la metà dei miners di tutto il mondo. Mentre ora, dopo i divieti dei mesi scorsi, la percentuale si è azzerata.
La fuga dalla Cina
La Cina da anni era il paradiso dei miner, gli estrattori di Bitcoin. A settembre 2019 la quota era del 75%, ad agosto del 2020 del 67% e da luglio 2021 è inesistente. Ciò è il portato delle decisioni di Pechino, dal giro di vite di maggio del Consiglio di Stato nei confronti del trading di criptovalute fino alla Banca centrale che il mese scorso le ha vietate perché “non hanno lo stesso status giuridico della moneta in corso legale e non possono essere distribui…
La "fabbrica" dei Bitcoin non è più in Cina. Ma negli Stati Uniti dove ora - secondo i dati del Cambridge Centre for Alternative Finance - c'è il 35,4% dei miner della valuta digitale. Più del triplo rispetto all'inizio dell'anno. Quando Pechino deteneva oltre la metà dei miners di tutto il mondo. Mentre ora, dopo i divieti dei mesi scorsi, la percentuale si è azzerata.
La fuga dalla Cina
La Cina da anni era il paradiso dei miner, gli estrattori di Bitcoin. A settembre 2019 la quota era del 75%, ad agosto del 2020 del 67% e da luglio 2021 è inesistente. Ciò è il portato delle decisioni di Pechino, dal giro di vite di maggio del Consiglio di Stato nei confronti del trading di criptovalute fino alla Banca centrale che il mese scorso le ha vietate perché “non hanno lo stesso status giuridico della moneta in corso legale e non possono essere distribuite sul mercato come moneta". Dieci agenzie governative cinesi hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che la speculazione sul Bitcoin potrebbe sconvolgere l'ordine economico e finanziario del Paese e alimentare il riciclaggio di denaro sporco.
Le nuove mete per il Bitcoin
In una sorta di delocalizzazione al contrario, dalla Cina i miner si sono spostati verso gli Stati Uniti. Che ora, con il 35,4% degli estrattori, sono il primo Paese al mondo. Dove risulta molto appetibile il Texas poiché il costo dell'energia è basso. Ma anche Stati come Washington e New York per via della disponibilità di fonti rinnovabili. Al secondo posto c'è il Kazakistan con il 18%, percentuale triplicata rispetto all'inizio dell'anno. E a seguire, in crescita, la Russia con l'11% favorita dal clima freddo, positivo per i server.
Le preoccupazioni per l'ambiente
L'estrazione di Bitcoin richiede molta energia. Secondo la stima del Cambridge Centre for Alternative Finance, nel 2019 sono stati necessari 103,8 TWh, una quantità superiore al fabbisogno delle Filippine (93,4) e di poco inferiore a quello dell'Olanda (110,7). La Reuters rivela che in una lettera al governo di Mosca alla fine di settembre, Igor Kobzev, governatore della regione russa di Irkutsk, ha indicato una "crescita a valanga" delle tariffe energetiche, accusando l'estrazione sotterranea di criptovalute. Ci sono preoccupazioni anche per il fatto che in Kazakistan l'energia sia prodotta in larga parte da fonti fossili. E dato che il governo kazaco nel 2022 aumenterà la tassazione sull'estrazione di criptovalute, i miner potrebbero proseguire la propria fuga verso gli Stati Uniti. Affinché il Bitcoin sia sempre più green.