Cina, India, Russia: ecco chi frena sulla svolta green alla Cop26
di Gianluca Modolo , Eugenio Occorsio , Luca Pagni , di Gianluca Modolo, Eugenio Occorsio, Luca PagniPECHINO - "Responsabilità comuni, ma differenziate", ammoniva appena una settimana fa Xie Zhenhua, l'uomo scelto dal presidente Xi Jinping per rappresentare la Cina alla Cop26. Stesse parole usate ieri anche dal leader cinese. E l'accordo raggiunto al G20 va proprio in questa direzione, tenendo conto delle "diversità" di Pechino fissando la scadenza per le emissioni zero a un più generico "metà del secolo".
Del resto, la Cina lo aveva ribadito in questi giorni: picco entro il 2030 e neutralità carbonica 30 anni più tardi. Come a dire: si fissano soltanto obiettivi che saremo in grado di rispettare. Niente forzature e strappi in avanti nella lunga e complicata transizione verde. "Che sarà difficile", ha riconosciuto ieri il premier italiano Mario Draghi. Dicendosi tuttavia soddisfatto dall'atteggiamento "meno rigido" di Pechino, così come sull'ok a meccanismi per f…
PECHINO - "Responsabilità comuni, ma differenziate", ammoniva appena una settimana fa Xie Zhenhua, l'uomo scelto dal presidente Xi Jinping per rappresentare la Cina alla Cop26. Stesse parole usate ieri anche dal leader cinese. E l'accordo raggiunto al G20 va proprio in questa direzione, tenendo conto delle "diversità" di Pechino fissando la scadenza per le emissioni zero a un più generico "metà del secolo".
Del resto, la Cina lo aveva ribadito in questi giorni: picco entro il 2030 e neutralità carbonica 30 anni più tardi. Come a dire: si fissano soltanto obiettivi che saremo in grado di rispettare. Niente forzature e strappi in avanti nella lunga e complicata transizione verde. "Che sarà difficile", ha riconosciuto ieri il premier italiano Mario Draghi. Dicendosi tuttavia soddisfatto dall'atteggiamento "meno rigido" di Pechino, così come sull'ok a meccanismi per fissare il prezzo del carbone: "Hanno accettato l'evidenza scientifica degli 1,5 gradi, che comporta notevolissimi sacrifici, non sono impegni facili".
"Il picco delle emissioni entro il 2030 non basta: è urgente raggiungerlo prima. E poi è un obiettivo che lascia ampio margine di manovra. Con il rischio di sorprese negative. Per questo è importante continuare a chiedere alla Cina di più", racconta però a Repubblica Lauri Myllyvirta, capo analista del Centre for Research on Energy and Clean Air.
Per vincere la sfida del clima, il mondo ha bisogno della Cina. Ma che cosa fa Pechino e perché le sue politiche contano, appunto, per il mondo intero? È il più grande inquinatore (27,9% di emissioni), le sue aziende sputano più CO2 di intere nazioni, è tra i Paesi che ancora si affidano di più al carbone (60%) e la crisi energetica che sta vivendo ce lo ha ricordato. Nella prima metà dell'anno ha dato luce verde alla costruzione di 18 nuovi altiforni per la produzione di acciaio e 43 centrali elettriche a carbone.
E i combustibili fossili contano ancora per l'87%. Affinché la Cina faccia in tempo a rispettare gli impegni, da qui al 2050 il 90% della sua produzione energetica dovrebbe derivare dalle rinnovabili e dal nucleare, ha stimato l'università Tsinghua. Oggi siamo al 15%.
"I prezzi alle stelle e i disagi nelle forniture sono le ragioni per le quali la Cina deve accelerare il passaggio all'energia pulita", continua Myllyvirta. "Lo sforzo politico, sia chiaro, è massiccio. E molte misure vanno in questa direzione". Entro il 2030 il Paese si è impegnato infatti ad aumentare i combustibili non fossili al 25%. All'80% entro il 2060. È già leader nel mondo per i pannelli solari (il 37% delle nuove installazioni globali lo scorso anno), così come nel settore dei veicoli elettrici (38,9% delle vendite), le nuove centrali eoliche sono state nel 2020 il triplo di quelle costruite in qualsiasi altra nazione. "Gli investimenti sono impressionanti ma per arrivare alla neutralità carbonica dovrebbero essere almeno il doppio di quanto sono ora. È un obiettivo che, se vuole, la Cina può raggiungere". Ne ha bisogno anche il mondo.
Russia, la dipendenza da gas e petrolio fa slittare la transizione
Sulla lotta al cambiamento climatico, Vladimir Putin ha preso la classica posizione secondo cui la miglior difesa è l’attacco. La zar del Cremlino, nel suo videocollegamento per la giornata conclusiva del G20, ha presentato la Russia come uno dei «leader della de-carbonizzazione globale». E come uno dei Paesi che più di altri «rispetta tutti gli impegni presi nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazione Unite sui cambiamenti climatici e dell’accordo di Parigi».
Un abile tentativo per far passare in secondo piano la scelta del Cremlino (che poi è la stessa della Cina) di raggiungere la neutralità carbonica solo nel 2060, dieci anni dopo l’Unione europea e dopo tutti i maggiori Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Senza contare l’impronta della Russia sulle emissioni a livello globale, come terzo produttore di petrolio al mondo (dopo Usa e Arabia Saudita) e secondo per vendite di gas naturale (sempre alle spalle degli americani).
La linea di difesa di Putin, in realtà, è ancora più sottile. Così come i cinesi ricordano sempre che i Paesi emergenti hanno il “diritto” a inquinare di più in questo frangente storico perché gli occidentali lo hanno fatto nei decenni precedenti, allo stesso modo il presidente russo rivendica una sorta di superiorità nei confronti delle economie più sviluppate.
E come? Intanto annunciando di «avere un piano per emettere meno della Ue entro il 2050». E poi, di fatto, ribaltando il tavolo. «Non basta tagliare le emissioni», ha sottolineato Putin, ma bisogna anche «lavorare al loro assorbimento». Da questo punto di vista la Russia può contare «sulle sue foreste, la tundra e le terre coltivabili» e un mix energetico «al 40% privo di emissioni con nucleare, impianti idrici, eolici e solari». Il tutto impachettato ha fatto dire a Putin che «negli ultimi 20 anni l’impronta carbonica della nostra economia è diminuita in media del 2,7% all’anno, che è superiore a quella del mondo nel suo complesso e anche superiore a quella dei Paesi del G7».
India, Modi teme che il taglio alle emissioni rallenti la ripresa
Di tutti i Paesi del G20, l’India è quello che crescerà di più sia quest’anno che nel 2022, almeno secondo il Fondo Monetario che le assegna un +9,5% di Pil nel 2021 e +8,5% l’anno prossimo. Meglio della Cina (che si fermerà all’8% quest’anno e al 5,6 il prossimo), degli Usa, dell’area euro.
Un tasso di sviluppo sorprendente pensando alla violenza con cui il Covid ha colpito il subcontinente, dove è nata la variante Delta (il contatore del New York Times segnava ieri 34,3 milioni di infettati e 458.186 morti) e solo il 24% della popolazione è vaccinato appieno malgrado il Serum Institute of India sia l’unica azienda “esterna” autorizzata a produrre un vaccino identico all’AstraZeneca.
Il governo di Narendra Modi (l’anno scorso il Pil aveva perso il 7,3%) è riuscito a raccogliere le forze e, grazie anche agli aiuti dello stesso Fmi, a rilanciare la produzione agricola, industriale, e soprattutto quella tecnologica da anni fiore all’occhiello del Paese.
La crisi dello shipping globale non sembra creare troppi danni e le esportazioni sono riprese alla grande. Perfino l’inflazione, antica bestia nera per New Delhi, è tornata sotto controllo e non supera il 5,3%, poco più dell’America, malgrado il Paese importi tutto il petrolio che consuma.
In questo passaggio cruciale, non c’è da stupirsi se l’India, come Cina e Russia, abbia tirato il freno sulla riduzione delle emissioni, limitandosi anch’essa – per non far fallire il vertice – a dirsi d’accordo sull’opportunità di tagliare le fonti fossili e l’inquinamento atmosferico, senza però impegnarsi su una data e limitandosi a indicare genericamente per il 2060 la possibile scadenza.
Troppo rilevanti sono le centrali a carbone, le lavorazioni agricole estensive, i trasporti in camion lungo l’immenso Paese – in cui vive il 20% della popolazione mondiale – perché il governo possa oggi provare a imporre un controllo delle emissioni. Le priorità sono altre, e al vertice di Roma nessuno ha fatto finta di non comprenderlo.