Smart working, dopo la pandemia riguarderà 4,4 milioni di lavoratori: resterà in 9 grandi aziende su 10. Rischi "tecnostress" e "overworking"
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - Erano neanche 600mila prima della pandemia, sono esplosi fino a sfondare quota 6,5 milioni durante i mesi più duri del lockdown, sono scesi a 5,4 milioni a inizio anno, ora sono rinculati a 4 milioni e 70 mila e a tendere saranno - nella nuova normalità lavorativa post-Covid - 4 milioni e 380 mila lavoratori.
Parliamo di quelli in smart working, situazione nella quale ci siamo sperimentati in molti durante gli ultimi mesi: a settembre, il Politecnico di Milano ne conta complessivamente 1,77 milioni nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle microimprese e 860mila nella Pubblica amministrazione. Un ritorno graduale in ufficio (dettato soprattutto dalla retromarcia della Pa e dalla fine della didattica a distanza) che non significa un declino del lavoro agile, che durante la pandemia è stato più che altro un lavoro da casa approntato in emergenza: "Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell'81% delle gr…
MILANO - Erano neanche 600mila prima della pandemia, sono esplosi fino a sfondare quota 6,5 milioni durante i mesi più duri del lockdown, sono scesi a 5,4 milioni a inizio anno, ora sono rinculati a 4 milioni e 70 mila e a tendere saranno - nella nuova normalità lavorativa post-Covid - 4 milioni e 380 mila lavoratori.
Parliamo di quelli in smart working, situazione nella quale ci siamo sperimentati in molti durante gli ultimi mesi: a settembre, il Politecnico di Milano ne conta complessivamente 1,77 milioni nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle microimprese e 860mila nella Pubblica amministrazione. Un ritorno graduale in ufficio (dettato soprattutto dalla retromarcia della Pa e dalla fine della didattica a distanza) che non significa un declino del lavoro agile, che durante la pandemia è stato più che altro un lavoro da casa approntato in emergenza: "Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell'81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle Pmi (nel 2019 erano il 30%) e nel 67% delle Pa (contro il 23% pre-Covid)", dice l'Osservatorio.
E ora, al termine (si spera) della pandemia le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre: si prevede saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle microimprese e 680mila nella Pa. Lo smart working c'è già o arriverà in nove grandi aziende su dieci (89%): in media saranno 3 giorni alla settimana a distanza; nel 62% delle Pa (2 giorni a settimana) dove però c'è "molta incertezza sul futuro (un quarto non sa se lo smart working potrà restare o iniziare nel post-Covid)" e nel 35% delle Pmi, fra cui prevale un approccio informale (22%) ed è forte la tendenza a tornare indietro (un terzo di quelle che ha sperimentato lo smart working prevede di abbandonarlo).
Tema caldo, dunque, come ha testimoniato anche l'apertura del mnistro del Lavoro, Andrea Orlando, del percorso per arrivare a un protocolllo condiviso tra governo e parti sociali sullo smartworking nel settore privato. Il tempo stringe, perché a fine anno - quando terminerà l'emergenza sanitaria - verranno meno le deroghe che hanno consentito di avviare il lavoro agile senza gli accordi individuali previsti dalla norma generale. Dettati i punti fondamentali di chiarimenti da definire ce ne sono molti: l'orario di lavoro, e in particolare i limiti al periodo di disconnessione, la parità di trattamento economico (già sancita per altro dalla legge 81/2017), il luogo dove si potrà erogare la prestazione (non necessariamente da casa), la sicurezza del lavoratore, la protezione dei dati e la dotazione informatica che dovrà essere assegnata al dipendente. Dovrà inoltre essere garantita l'alternanza tra lavoro a presenza e a distanza, anche per evitare il rischio di discriminazione delle donne.
Mariano Corso, Responsabile scientifico dell'Osservatorio Smart Working, commentando i dati ha posto una importante distinzione: "Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro. In molte organizzazioni, soprattutto Pmi e Pa, invece, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese". Il lavoro "ibrido" è quello che si sta imponendo sempre più: il 55% delle grandi aziende e il 25% delle pubbliche amministrazioni ha avviato interventi di modifica degli spazi dell'organizzazione per adattarli al nuovo modo di lavorare. La maggior parte delle organizzazioni non interverrà sulle dimensioni ma sull'organizzazione degli ambienti di lavoro, le altre si concentreranno sulla riduzione degli spazi (in particolare il 33% delle grandi aziende), non mancano infine organizzazioni (ad esempio il 18% delle PA) che prevedono un aumento degli spazi necessari.
Il punto di vista dei lavoratori: benefici per la vita privata, rischio overworking
Detto di questi grandi numeri, l'ampio rapporto del Politecnico di Milano indaga su quel che è accaduto durante la pandemia e ovviamente il quadro che ne deriva non è tutto rose e fiori. Lo stesso Corso, durante la presentazione dei dati, ha ricordato come siano sorti "fattori di stress" durante l'esperienza degli ultimi mesi, "criticità che spesso sono state ascritte allo smart working tout-court e non come sarebbe stato più corretto alla situazione pandemica che stavamo vivendo". Una ragione in più perché la fase di normalizzazione del lavoro agile sia al centro della discussione tra parti sociali e della pianificazione dell'organizzazione di aziende ed enti, onde evitare le derive che molti lavoratori hanno segnalato.
Se la conciliazione fra vita privata e lavorativa rappresenta l'aspetto su cui la maggior parte degli smart worker ha riscontrato più miglioramenti, sono tuttavia molti coloro che hanno avvertito un peggioramento. Dunque, se è vero che la possibilità di lavorare da remoto ha permesso alle persone di gestire meglio gli impegni extra-lavorativi, è vero anche che il contesto pandemico ha causato non poche difficoltà soprattutto a chi nell'ambiente domestico si è trovato a gestire contemporaneamente il lavoro e i carichi familiari. In particolare, la difficoltà nel separare il tempo da dedicare al lavoro e alle attività personali è stata avvertita dal 35% degli smart worker e la difficoltà a trovare un luogo adatto per lavorare dal 22%. Nonostante ciò, confrontando lavoratori smart e gli altri, la conciliazione fra vita privata e lavorativa è migliorata per il 39% degli smart worker, contro il 18% dei lavoratori non smart.
Altri aspetti da tenere d'occhio sono quelli che riguardano il coinvolgimento dei lavoratori: il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma a lungo andare il lavoro da casa forzato ha logorato alcuni meccanismi. Nel tempo è diminuita la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati (cioè legati all'azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti), che è passata dal 18% al 7%. Il "tecnostress" (cioè gli impatti negativi a livello comportamentale o psicologico causati dall'uso delle tecnologie) ha interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart worker (28% contro il 22% degli altri dipendenti), donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori). Nel complesso l'overworking (ovvero dedicare un'elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo) ha coinvolto il 13% dei lavoratori e in misura maggiore gli smart worker degli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne degli uomini (19% contro 11%) e i manager rispetto ai collaboratori (19% contro 9%).
Impatto su inclusione e ambiente: risparmio da 1.450 euro sui trasporti
Il rapporto indaga non solo quante e quali sono le sperimentazioni di lavoro agile, ma anche i benefici che travalicano organizzazioni e lavoratori e in particolare in termini di sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, l'applicazione dello smart working su larga scala favorisce l'inclusione delle persone: in primo luogo nel supporto alla genitorialità (87%), ma anche per quel che riguarda l'inclusione delle persone che lavorano lontano dalla sede (87%) e per chi si prende cura di soggetti anziani o disabili (83%). Simando una media di due gionri e mezzo di lavoro da casa, l'Osservatorio calcola quali risparmi di tempo e risorse per gli spostamenti si possono generare: 123 ore l'anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l'automobile per recarsi in ufficio.
In termini di sostenibilità ambientale, infine, si può stimare che l'applicazione dello Smart Working ai livelli previsti dopo la pandemia comporterà minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari all'anidride carbonica che potrebbero assorbire 51 milioni di alberi (un'area dieci volte Milano, oppure quel che assorbirebbero 500 Central Park). "I benefici sociali ed ambientali dalla diffusione dello Smart Working ai livelli oggi previsti sono troppo rilevanti per non essere considerati nelle scelte politiche - ha aggiunto Corso -. E occorre sottolineare che sono benefici che potrebbero quasi raddoppiare se si estendesse l'applicazione dello Smart Working ai livelli che i lavoratori desiderano e che la pandemia ha dimostrato essere già possibili con le tecnologie attuali."