Ue, primo sì del Parlamento di Strasburgo alla direttiva sul salario minimo
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoSTRASBURGO - Via libera del Parlamento Europeo alla direttiva sul salario minimo. Non si tratta ancora del via libera definitivo al provvedimento: gli eurodeputati hanno approvato stamane nell'ultima giornata della seduta plenaria di novembre con 443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni il mandato a negoziare con il "trilogo", cioè con Commissione e Consiglio, per arrivare alla versione definitiva del provvedimento che poi dovrà essere nuovamente votato. Solo dopo il via libera definitivo entro due anni la direttiva dovrà essere recepit con legge da tutti gli Stati membri.
La direttiva sul salario minimo impone a ogni Paese l'obbligo di stabilire dei requisiti di base per garantire un reddito che permetta un livello di vita dignitoso ai lavoratori e alle loro famiglie, ma non obbliga tutti a stabilire per legge una cifra minima. Là dove infatti la contrattazione collettiva copre almeno l'80% dei lavoratori (era il 70% nella versi…
STRASBURGO - Via libera del Parlamento Europeo alla direttiva sul salario minimo. Non si tratta ancora del via libera definitivo al provvedimento: gli eurodeputati hanno approvato stamane nell'ultima giornata della seduta plenaria di novembre con 443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni il mandato a negoziare con il "trilogo", cioè con Commissione e Consiglio, per arrivare alla versione definitiva del provvedimento che poi dovrà essere nuovamente votato. Solo dopo il via libera definitivo entro due anni la direttiva dovrà essere recepit con legge da tutti gli Stati membri.
La direttiva sul salario minimo impone a ogni Paese l'obbligo di stabilire dei requisiti di base per garantire un reddito che permetta un livello di vita dignitoso ai lavoratori e alle loro famiglie, ma non obbliga tutti a stabilire per legge una cifra minima. Là dove infatti la contrattazione collettiva copre almeno l'80% dei lavoratori (era il 70% nella versione messa a punto dalla Commissione, il tetto è poi stato innalzato a Strasburgo) i minimi stabiliti dai contratti per ogni categoria di lavoratori possono essere indicati dalla legge come salario minimo. Altrimenti, se non c'è altro modo di inviduare una cifra minima, sarà invece la legge a disporla.
Il percorso della direttiva si è complicato negli ultimi giorni per via dell'opposizione di 179 europarlamentari alla procedura breve, che avrebbe permesso di andare direttamente all'ultima fase, il "trilogo", cioè il negoziato con la Commissione e il Consiglio Ue per definire la versione definitiva del provvedimento. I contrari sono soprattutto deputati del Nord Europa, a cominciare da Svezia e Danimarca e Finlandia, Paesi con un salario minimo molto alto, stabilto dalla contrattazione: non si voleva alcuna interferenza in quello che è considerata rigorosamente una prerogativa sindacale.
Tuttavia ha prevalso la tesi secondo la quale è giusto che ci sia l'obbligo di salario minimo in tutti i Paesi, anche in quelli in cui attualmente gli stipendi sono talmente bassi da non consentire ai lavoratori di vivere in modo dignitoso: "Nei 27 Paesi dell'Unione Europea - spiega Daniela Rondinelli, del Movimento Cinque Stelle - si va dal minimo del Lussemburgo che è di 2141 euro al mese a quello della Bulgaria, che è di 311. Lasciare le cose come stavano avrebbe significato lasciare in povertà 30 milioni di lavoratori, soprattutto dell'Est europeo, ma non solo, e alimentare il dumping contrattuale tra Paesi, che porta a delocalizzare ormai non più per evitare la chiusura e salvare la produzione, ma soprattutto per far crescere i margini di guadagno delle imprese".
Anche in Italia in effetti i sindacati sono contrari al salario minimo per legge, ma solo perché si chiede che, come del resto è previsto dalla direttiva, siano considerati salari minimi quelli stabiliti dalla contrattazione collettiva. E in effetti alcuni giorni fa Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto agli eurodeputati italiani di votare a favore della direttiva, "in modo da iniziare le trattative nel trilogo", perché "la direttiva possa contribuire a rafforzare i sistemi di contrattazione collettiva nazionali in molti Paesi della Ue, colpiti da anni di politiche di austerità, riconoscendo il ruolo centrale delle parti sociali". A votare a direttiva la maggioranza degli eurodeputati italiani.