Economia

Turchia, l'azzardo di Erdogan per tenere il potere. Così la sua "guerra" monetaria sta affondando la lira

(reuters)
L'Erdonomics punta su tagliare i tassi per sostenere investimenti e consumi, in vista delle elezioni che vedono l'Akp in forte difficoltà. Ma con l'inflazione al 20% sta diventando un esperimento molto pericoloso
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ROMA - Per Erdogan è la "guerra di liberazione nazionale" dai diktat delle "istituzioni economiche come l'Fmi". Per gli analisti e gli investitori internazionali, la cosiddetta Erdonomics è piuttosto un rischiosissimo esperimento politico.

Martedì la lira ha toccato un nuovo minimo storico, superando i 14 dollari, e solo l'intervento della banca centrale mercoledì mattina - che ha venduto valute estere per la prima volta in sette anni - ha consentito di arginare il declino nei confronti del dollaro, permettendo alla lira di recuperare il 6,27% e di fermarsi a 12,65.

Dall'inizio dell'anno, il crollo della moneta nazionale turca è stato epocale: meno 47%, meno 30% solo nel mese di novembre, il che significa che il valore dei salari e dei risparmi dei turchi è affondato. Al punto che per molti cittadini sta diventando difficile anche trovare le medicine. Le scorte dell'industria farmaceutica si sono ridotte perché i prezzi delle importazioni sono saliti rendendo più complicate le forniture. E nemmeno i buoni dati di crescita del Paese, più 7% nel primo quadrimestre dell'anno, servono a risollevare i bilanci delle famiglie. 

I sondaggi politici danno il consenso di Erdogan e del suo partito di governo, l'Akp, in picchiata; se si votasse subito perderebbe praticamente contro tutti i suoi possibili sfidanti, e questo spiega perché le opposizioni chiedono elezioni anticipate rispetto alla data prevista del 2023.

Ma il presidente continua a difendere la sua eterodossia economia: per la sesta volta in due settimane ha ribadito che manterrà i tassi di interesse bassi, cancellando di fatto l'autonomia della banca centrale cui spetterebbe il compito di decidere la politica monetaria. "La Turchia ha abbandonato la politica monetaria basata su alti tassi di interesse che ha causato la stagnazione di diversi Paesi in via di sviluppo", ha detto ai parlamentari del suo gruppo. "Siamo passati a una strategia di crescita che mira agli investimenti, all'occupazione, alla produzione e alle esportazioni. I tassi di interesse sono un male che rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri".

Contrariamente a quanto sostiene la teorica economica internazionale, Erdogan è convinto che l'inflazione si combatta tagliando i tassi di interesse, non alzandoli. Un aumento andrebbe - dice - a favore della speculazione. Così l'inflazione in Turchia è arrivata al 20%, e gli analisti prevedono un picco del 30% il prossimo anno.

Ma perché questo azzardo? Perché la crescita turca si è retta negli ultimi dieci anni sul debito che banche e imprese facevano per sostenere gli investimenti ottenendo denaro a basso costo dalla banca centrale. Con tassi più alti i prestiti sarebbero più costosi, ci sarebbe meno denaro in circolazione, e dunque meno investimenti e meno consumi, che vuol dire meno consenso politico.

Mentre le altre banche centrali nel mondo hanno iniziato ad alzare i tassi o si stanno preparando a farlo, nell'ultimo anno l'istituto turco ha tagliato i tassi di un totale di 400 punti. Erdogan promette che aiuterà i turchi più in difficoltà, ma non convince i mercati. "È un esperimento pericoloso", dice l'analista Brian Jacobsen alla Reuters. "È probabile che le importazioni aumentino di prezzo man mano che la lira scende, peggiorando l'inflazione. Gli investimenti esteri potrebbero essere spaventati, rendendo più difficile finanziare la crescita".