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Calisto Tanzi, l’imperatore del latte che conquistò l’Italia. E poi la tradì

(fotogramma)

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L'imprenditore di Collecchio partì dal salumificio di famiglia creando un colosso mondiale del settore. Le intuizioni su marchio e confezionamento, poi una serie di acquisizioni spericolate che lo portarono ad accultare con fatture e documenti falsi i debiti crescenti. Fino al crac inatteso che sconvolse il Paese e alla condanna a 17 anni
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I subprime e la Lehman Brothers, l’Antonveneta e il Montepaschi sarebbero venuti solo dopo. Ma in quei giorni frenetici a cavallo del Natale 2003, quando all’improvviso i conti della Parmalat che già scricchiolavano da qualche tempo, cadono con un fragoroso boato, l’Italia esce all’improvviso dalla sbornia finanziaria degli Anni ’80 e si infila dritta nel tunnel infinito del “risparmio tradito”. Tutto a causa di una solidissima – all’apparenza – società, i cui prodotti entravano ogni giorno nelle case di milioni di persone, di un business di un bianco abbagliante e senza macchia come quello del latte, di un pacioso imprenditore della provincia emiliana che nessuno sospettava potesse rivelarsi alla fine il “Lupo di Collecchio”.

Calisto Tanzi, mancato ieri a 83 anni e appesantito da una condanna a oltre 17 anni per bancarotta fraudolenta – scontata a casa per motivi di salute – conclude co…

I subprime e la Lehman Brothers, l’Antonveneta e il Montepaschi sarebbero venuti solo dopo. Ma in quei giorni frenetici a cavallo del Natale 2003, quando all’improvviso i conti della Parmalat che già scricchiolavano da qualche tempo, cadono con un fragoroso boato, l’Italia esce all’improvviso dalla sbornia finanziaria degli Anni ’80 e si infila dritta nel tunnel infinito del “risparmio tradito”. Tutto a causa di una solidissima – all’apparenza – società, i cui prodotti entravano ogni giorno nelle case di milioni di persone, di un business di un bianco abbagliante e senza macchia come quello del latte, di un pacioso imprenditore della provincia emiliana che nessuno sospettava potesse rivelarsi alla fine il “Lupo di Collecchio”.

Calisto Tanzi, mancato ieri a 83 anni e appesantito da una condanna a oltre 17 anni per bancarotta fraudolenta – scontata a casa per motivi di salute – conclude così una lunga parabola che nel bene e (molto) nel male riflette quella dell’Italia nell’epoca che attraversò da protagonista. Gli esordi negli Anni ‘60 con il passaggio dalla salumeria di famiglia al latte, l’intuizione di concentrare il prodotto quotidiano di migliaia di stalle della “Bassa”, confezionandolo nel modo più moderno che si potesse immaginare, a partire dal Tetrapack degli svedesi, e portandolo sotto quel marchio “glocal” – Parmalat - sugli scaffali dei nascenti supermercati e da lì nei frigoriferi degli italiani.

L’impero alimentare, con i suoi addentellati di pubblicità e relazioni e la scalata – un classico – del geniale imprenditore della provincia verso le vette dello show business, dello sport, della politica romana e della finanza milanese. Così nella fase ascendente c’è l’acquisto di Odeon Tv, la galoppata di sponsorizzazioni tra sci e Formula Uno, e la scontata acquisizione della squadra di casa, il Parma Calcio che sotto la guida di Tanzi miete coppe. E un rapporto sempre più stretto con il mondo politico: il devoto Tanzi non guarda mai troppo lontano dalla Democrazia cristiana. Ciriaco De Mita, che in quegli anni della Dc è segretario, è ospite fisso sul panfilo del patron, ma Parmalat intrattiene rapporti con tutto l’arco costituzionale.

Il gruppo che nel 1973 fattura 20 miliardi di lire, nell’83 supera i 500. Vent’anni dopo, alla vigilia del crac e dopo la quotazione in Borsa decisa nei ruggenti Anni ’90, il fatturato sfiora i 15 miliardi e i debiti – mai rivelati – arrivano a oltre 14. Questa volta di euro. In mezzo c’è stata una crescita verso altri prodotti, dai succhi di frutta alle merendine, ma soprattutto una produzione indefessa di carte false e una campagna acquisti dissennata, spesso guidata dall’interesse delle banche creditrici di qualche gruppo in difficoltà. Parmalat diventa così un’enorme discarica in cui finiscono aziende in difficoltà: la Eurolat di Sergio Cragnotti (patron della Lazio, anche qui business e calcio) che Tanzi rileva per 700 miliardi di lire nel ’99, prestando un indubbio servizio alla Banca di Roma e al suo numero uno Cesare Geronzi, e poi con lo stesso copione le acque minerali di Giuseppe Ciarrapico.

Nel 2002 la situazione del gruppo che vanta un indebitamento ufficiale di soli 5 miliardi e una liquidità di oltre 3, ma emette obbligazioni da poche centinaia di milioni a ciclo continuo, comincia ad agitare la comunità finanziaria, specie dopo un report della banca d’affari Merrill Lynch dal titolo esplicito, “La pagliuzza che rompe la schiena del cammello”. Sotto quella pagliuzza cade non il cammello, ma la mucca che in tanti hanno munto. Per “creare” la liquidità che Parmalat vuole far figurare il direttore finanziario Fausto Tonna fabbrica fatture false che in teoria dovranno essere ripagate da società estere. Una di queste, con un’esposizione verso Parmalat superiore ai 3 miliardi è la Bonlat, delle Cayman, in teoria dotata di una liquidità di 4 miliardi depositata presso la Bank of America. Peccato che il 17 dicembre la stessa banca, con un fax, informi che la Bonlat non ha alcuna liquidità. I documenti Parmalat venivano confezionati con forbici, carta intestata degli americani e fotocopiatrice in un inedito mix tra Tototruffa e Wall Street, È la fine: mentre a Parma si è insediato una sorta di commissario come Enrico Bondi, il 27 dicembre, dopo un misterioso viaggio nelle Americhe, Tanzi è arrestato.

Autorità di vigilanza, banche, società di rating, controllori interni e anche i giornali non si sono accorti di nulla fino quasi all’ultimo. A farne le spese sono gli azionisti di Parmalat, che vedono azzerato il loro investimento, e i detentori di obbligazioni, che a questo punto valgono poco o niente. Mentre per Tanzi e pochi altri si apre una via giudiziaria che vedrà confermate le principali condanne in Cassazione, Bondi apre contenziosi con le banche creditrici e li chiude a suon di centinaia di milioni di euro. Non basta per salvare Parmalat, che nel 2011 viene acquistata dai francesi di Lactalis e ritirata dalla Borsa. Otto anni dopo la società, con la sua liquidità, viene assorbita in toto dal colosso francese. L’avventura di Tanzi non avrebbe potuto concludersi in un modo più triste.