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Il debito dei Paesi poveri preoccupa la Banca Mondiale: rimborsi a rischio per 11 miliardi

(reuters)
Finita la parentesi delle moratorie, molti Paesi a basso reddito si ritrovano con più debito e nuove scadenze in vista
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MILANO - Il debito dei Paesi poveri preoccupa la Banca mondiale, gli osservatori internazionali e anche i mercati. Con la pandemia ancora lontana dall'esser archiviata, 74 Paesi a basso reddito avranno 35 miliardi di dollari da ripagare a istituzioni bilaterali e creditori privati nel corso del 2022: un balzo del 45 per cento sui livelli del 2020, quasi 11 miliardi di dollari in più. Un quadro che per il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, è aggravato dal fatto che "i Paesi stanno affrontando la ripresa dei rimborsi proprio nell'esatto istante in cui non hanno le risorse" per farvi fronte e ciò significa che "il rischio di default disordinati è in crescita".

Un allarme rimbalzato dal Financial Times, che indica il mix di fattori che desta preoccupazione: l'aggravio di indebitamento insorto con l'emergenza santiaria, visto che ci sono stati extra-costi da sostenere ed economie bloccate; la crescita dei costi d…

MILANO - Il debito dei Paesi poveri preoccupa la Banca mondiale, gli osservatori internazionali e anche i mercati. Con la pandemia ancora lontana dall'esser archiviata, 74 Paesi a basso reddito avranno 35 miliardi di dollari da ripagare a istituzioni bilaterali e creditori privati nel corso del 2022: un balzo del 45 per cento sui livelli del 2020, quasi 11 miliardi di dollari in più. Un quadro che per il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, è aggravato dal fatto che "i Paesi stanno affrontando la ripresa dei rimborsi proprio nell'esatto istante in cui non hanno le risorse" per farvi fronte e ciò significa che "il rischio di default disordinati è in crescita".

Un allarme rimbalzato dal Financial Times, che indica il mix di fattori che desta preoccupazione: l'aggravio di indebitamento insorto con l'emergenza santiaria, visto che ci sono stati extra-costi da sostenere ed economie bloccate; la crescita dei costi di indebitamento; la ripartenza dei rimborsi dopo le sospensioni pandemiche. Il quotidiano della City fa anche i nomi e cognomi di chi è maggiormente a rischio: Sri Lanka, su cui si è già acceso il faro dell'agenzia di rating S&P, Ghana, El Salvador e Tunisia.

La stessa Banca Mondiale ha ricordato nella sua ultima pubblicazione sulle stime economiche - nella quale metteva in evidenza la forbice dell'uscita dal Covid - che il 60% dei Paesi a basso reddito ha bisogno o è a rischio di dover ristrutturare il debito. Un problema tanto più urgente alla luce della fine dello strumento lanciato dal G20 nell'aprile del 2020 sotto il titolo di Debt Service Suspension Initiative, con l'obiettivo di congelare 20 miliardi di debito in mano a enti bilaterali per conto di Paesi poveri. Un programma al quale hanno avuto accesso di fatto solo 42 Paesi, per 12,7 miliardi di debiti, che ora però (con la fine del 2021 e quindi lo stop alla 'moratoria') tornano a dover rimborsare.

Uno strumento per affrontare queste crisi ci sarebbe, ma sul suo funzionamento non mancano le critiche. Poche settimane fa la stessa Banca Mondiale ha puntato il dito contro il problema della trasparenza. Marcello Estevão ha ricordato in un articolo di inizio anno come, già nel 2016, fu la scoperta di due prestiti mai emersi a scatenare una crisi finanziaria in Mozambico, che ha portato a grandi sacrifici in termini di tagli alla spesa pubblica. E, più recentemente, anche Ciad e Zambia - che si sono affacciate al Common Framework for Debt Treatments del G20 per ristrutturare la loro esposizione - non avevano strutture ufficiali in grado di offrire una completa rendicontazione di cosa fosse dovuto a chi, tanto da richiedere sei mesi di lavoro agli advisor per mettere insieme le informazioni necessarie. "Uno dei problemi del Framework", ragiona Mikhail Maslennikov, policy advisor con Oxfam Italia, "è che consente a un Paese indebitato di ottenere una ristrutturazione del debito bilaterale, a condizione di ottenere, autonomamente, concessioni di simile entità dai suoi creditori privati. Il Ciad, primo, tra i soli tre Paesi, ad essersi affacciato al Framework nel 2021 e a cui la riprofilazione del debito è stata concessa, è tenuto in stallo da un unico creditore privato. E i governi del G20 e Club di Parigi non intervengono per piegarne l'inamovibilità". Il timore di Maslennikov è che gli strumenti indicati dal G20 siano inadeguati: "Il Common Framework si pone nella scia di approcci già visti in passato, tendenzialmente discriminatori nei confronti dei Paesi indebitati. Avremmo invece bisogno un organismo internazionale autonomo, coadiuvato da esperti indipendenti dagli interessi dei creditori e dei debitori, in grado di valutare la sostenibilità del debito nel breve e lungo termine e decidere di conseguenza su oculate sospensioni o ristrutturazioni".

Il mercato sta alla finestra, con la preoccupazione di possibili turbolenze estese qualora qualche creditore dovesse saltare. "Abbiamo uno o due anni per disegnare uno schema per dare supporto i Paesi che si ritrovano in crisi sistemica", ha detto Gregory Smith di M&G Investments al quotidiano britannico. Filippo Casagrande, responsabile Insurance Investment Solutions, Generali Assets & Wealth Management annota come nella seconda metà del 2021 siano salite "le pressioni di mercato sul debito dei paesi emergenti più fragili. Gli spread dei bond in dollari emessi da paesi emergenti con un rating "High Yield" (cioè maggiormente rischiosi e quindi remunerativi, ndr) sono tornati sopra i 600 punti base, in aumento di 150 punti base dai livelli di metà 2021". Diverse ragioni mandano in tensione gli investitori: "In primis, viene immediato pensare all'impatto negativo della pandemia di Covid-19, dati i livelli generalmente più bassi di vaccinazione nei paesi a basso reddito", dattaglia Casagrande. "Molti paesi dipendenti dal turismo sono entrati in profonda crisi, venendo a mancare la fonte principale di entrate statali e di valuta forte: in base alle ultime stime dell'Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), gli arrivi di turisti internazionali segnano ancora un meno 70-75% rispetto ai livelli del 2019". Ma il fattore "più preoccupante e che rischia di aggravarsi" è "la combinazione tra aumento generalizzato dei prezzi alla produzione e al consumo e la stretta delle politiche monetarie da parte delle banche centrali. Solo per fare un esempio, il prezzo dei prodotti agricoli monitorati dalle Nazioni Unite ha segnato un aumento del 43,4% da giugno 2020, avvicinando i picchi storici visti durante il 2008 e il 2011. Anche i prezzi dell'energia segnano forti aumenti, e mentre i paesi produttori possono averne un beneficio, ciò si traduce per molti paesi in difficoltà nel servire la bolletta energetica".

Molte banche centrali nei Paesi emergenti hanno aumentato "in misura molto significativa i tassi di politica monetaria". Una mossa che nel medio periodo protegge da squilibri economici, ma "l'impatto sulla crescita economica e sulla coesione sociale nel breve termine appare tutt'altro che positivo", dice Casagrande. "Bassa crescita, tensioni sociali e costo del debito in rialzo sono una combinazione pericolosa per la sostenibilità del debito. A ciò si aggiunge un punto di partenza meno favorevole in passato per quanto riguarda i livelli iniziali di indebitamento pubblico, oggi ai massimi degli ultimi 20 anni almeno". Per questo, "nei prossimi trimestri e anni gli episodi di ristrutturazione nei paesi emergenti più fragili" sono "destinati a crescere, anche in ragione delle previste riduzioni della liquidità da parte delle banche centrali nei paesi sviluppati, Federal Reserve in primis. Questa minore liquidità ridurrà, infatti, il supporto degli investitori in questi mercati, riducendo le fonti di rifinanziamento". Per evitare il peggio, "il ruolo delle organizzazioni sovranazionali sarà cruciale. Negli ultimi anni abbiamo assistito a numerosi programmi volti a ridurre il costo di servizio del debito per i paesi più fragili, seppur con esiti non sempre soddisfacenti. Nuove misure di supporto e programmi di ristrutturazione del debito e riforme economiche sotto l'egida del Fondo Monetario Internazionale e altri istituti sovranazionali dovranno costituire il salvagente per traghettare i paesi più fragili fuori dalla crisi".