Stesso lavoro, 500 euro di stipendio in meno: la corsa al ribasso dei contratti "pirata"
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoROMA – Non c’è solo il dumping di chi per tagliare il costo del lavoro sposta una fabbrica all'estero, dove i salari sono molto più bassi. In realtà c’è un metodo collaudato e sempre più diffuso, tutto italiano, per chi vuole pagare meno i lavoratori: ci si mette d’accordo con un sindacato compiacente, poco rappresentativo, si sigla un contratto collettivo di lavoro, lo si deposita al Cnel, ed è fatta. Negli ultimi dieci anni la contrattazione collettiva è esplosa, con una crescita del 100%: se nel 2012 i contratti nazionali erano ancora 550, nella rilevazione del Cnel del novembre 2021 erano arrivati a 933, 77 in più dell’anno precedente. Le conseguenze? Differenze salariali che possono arrivare fino a 500 euro mensili su stipendi medio-bassi. E diritti compressi, dalla malattia retribuita alla contribuzione previdenziale.
ROMA – Non c’è solo il dumping di chi per tagliare il costo del lavoro sposta una fabbrica all'estero, dove i salari sono molto più bassi. In realtà c’è un metodo collaudato e sempre più diffuso, tutto italiano, per chi vuole pagare meno i lavoratori: ci si mette d’accordo con un sindacato compiacente, poco rappresentativo, si sigla un contratto collettivo di lavoro, lo si deposita al Cnel, ed è fatta. Negli ultimi dieci anni la contrattazione collettiva è esplosa, con una crescita del 100%: se nel 2012 i contratti nazionali erano ancora 550, nella rilevazione del Cnel del novembre 2021 erano arrivati a 933, 77 in più dell’anno precedente. Le conseguenze? Differenze salariali che possono arrivare fino a 500 euro mensili su stipendi medio-bassi. E diritti compressi, dalla malattia retribuita alla contribuzione previdenziale.
La disparità di salario
L'apparente paradosso, osserva il curatore della ricerca Salvo Leonardi, è che la sperequazione sembra colpire una minoranza di lavoratori, dal momento che i primi 128 contratti - quelli siglati da organizzazioni datoriali e sindacati più rappresentativi - coprono oltre 10 milioni di occupati, l’87% dei dipendenti (con punte del 100% tra i metalmeccanici): “Il dato che colpisce di più è che 353 contratti, che portano la firma sia di sindacati sia di raggruppamenti di imprese non rappresentativi, coprono appena 33 mila lavoratori. Vale a dire che il 38% circa di tutti i testi depositati al Cnel non copre neppure un risibile 0,3% dei potenziali destinatari”. E allora perché ci si dovrebbe preoccupare di questi “contratti pirata” applicati a pochi o pochissimi lavoratori? Il rischio è che proprio per il terziario, il turismo, la ristorazione, settori massacrati dalla crisi causata dal Covid, ci possa essere una forte tentazione di passare a “contratti nazionali alternativi”, o che comunque l’esistenza di condizioni così sfavorevoli nel mercato possa innescare una gara al ribasso e un sistema di ricatto nei confronti dei lavoratori più deboli.
Qualche esempio: un commesso ha una retribuzione di base lorda mensile di 1.618 euro se il suo contratto è uno di quelli siglato dalle organizzazione datoriali Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione o Confinnova con Cgil, Cisl e Uil, guadagna poco di più (1619, 24) nei due contratti siglati da Fedeterziario e Confimea con il sindacato Ugl, ma scende a 1.236 con quello Anpit/Cisal, a 1.159 con Cnai/Confsal e a 1.012,82 con Unci/Cisal. Contratti che comunque si riferiscono a sigle che sono rappresentative dei settori a cui fanno riferimento, e in questo caso non si tratta quindi di contratti "pirata", termine che si riferisce piuttosto ai contratti siglati da associazioni datoriali e sindacali che non hanno alcuna rappresentatività, e che hanno il solo obiettivo di eludere le garanzie e i minimi salariali stabiliti dai contratti maggioritari.
Nel contratto multiservizi, per gli addetti alla pulizia e sanificazione, la sperequazione più grave non è sul salario ma sulla malattia: nel contratto Anip/Legacoop/Confcooperative è prevista l’integrazione al 100% della retribuzione per i primi 180 giorni, inclusi i primi tre, e dal 181esimo al 270esimo l’integrazione al 50% della retribuzione; in quello Conflavoro/Confsal per i primi tre giorni di malattia c’è un’indennità al 60%, limitata a quattro “eventi morbosi” l’anno; dal quarto al 45esimo giorno la retribuzione scende al 75%, poi più niente.
Tuttavia Conflavoro precisa che i "CCNL di Conflavoro PMI garantiscono il 100% di integrazione per le malattie gravi e, legittimamente, un trattamento differente in casi lievi come le influenze stagionali (fino a 45 giorni) al fine di scoraggiare l’assenteismo. Decisione peraltro condivisa da Cgil, Cisl, Uil ed inserita in molteplici CCNL dal Calzaturiero ai Trasporti, il quale non prevede alcun trattamento di malattia per i primi tre giorni per i soci delle cooperative a differenza del CCNL Conflavoro Trasporti che riconosce il 60 % per i primi 3 giorni di malattia. Si puntualizza, infine, che la parte retributiva dei CCNL siglati da Conflavoro PMI risulta essere in linea e, molto spesso, migliorativa di quella prevista dai CCNL ‘leader’".
Costituzione tradita
Il problema non sarebbe mai nato se si fosse data attuazione all’art.39 della Costituzione, che prevede che i contratti di lavoro firmati dai sindacati “registrati” abbiano efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. Una questione affrontata da tutti i manuali di diritto del lavoro e dalle evidenti conseguenze pratiche: i contratti collettivi non hanno efficacia "erga omnes", verso tutti, e un contratto vale l’altro, nonostante l’importante lavoro del Cnel e dell’Inps che hanno costruito insieme un sistema di archiviazione che dà una sorta di bollino blu riconoscibile solo a quelli stipulati da sigle veramente rappresentative. Mentre d’altro canto sindacati e associazioni datoriali si stanno muovendo con accordi che stabiliscono regole per la rappresentatività. Iniziative importanti ma che non sono sufficienti a fermare il dumping contrattuale, almeno non fino a quando un intervento legislativo assegnerà un peso maggiore agli accordi collettivi stipulati da chi davvero rappresenta lavoratori e imprese.