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Chi vince e chi perde con i rendimenti al 2%: cedole sui Btp più ricche, rischi per chi chiede un mutuo

I rendimenti sui titoli di Stato sono diventati molto più appetibili, per chi investe adesso, mentre aziende e famiglie devono fare i conti con i tassi più alti sui prestiti. Il rebus tra fisso e variabile
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MILANO - Vivere con i rendimenti dei Btp al 2%. I tassi in rialzo hanno molte implicazioni per tutti - risparmiatori, piccoli investitori, titolari di mutui, aziende che hanno bisogno di finanziamenti - e non tutte sono negative: se da una parte infatti il denaro rende di più per chi ne ha in avanzo, ma solo a certe condizioni, per tutti gli altri il costo maggiorato diventa automaticamente un aggravio. Per questo è necessario analizzare in modo selettivo come agiscono i rialzi.

Chi investe in Btp

Per chiunque abbia titoli di Stato a lungo termine in portafoglio, quest'ondata piuttosto violenta di rialzi è una iattura, perché espone il gruzzoletto già investito a perdite sui prezzi dei Btp. Per fare un esempio, il decennale che scade nel marzo del '32 nel febbraio scorso valeva 111,52 punti, mentre oggi ne vale 97,97. Quattordici punti che rappresentano una perdita, ma solo potenziale: se infatti si conservano i titoli in portafoglio; la pe…

MILANO - Vivere con i rendimenti dei Btp al 2%. I tassi in rialzo hanno molte implicazioni per tutti - risparmiatori, piccoli investitori, titolari di mutui, aziende che hanno bisogno di finanziamenti - e non tutte sono negative: se da una parte infatti il denaro rende di più per chi ne ha in avanzo, ma solo a certe condizioni, per tutti gli altri il costo maggiorato diventa automaticamente un aggravio. Per questo è necessario analizzare in modo selettivo come agiscono i rialzi.

Chi investe in Btp

Per chiunque abbia titoli di Stato a lungo termine in portafoglio, quest'ondata piuttosto violenta di rialzi è una iattura, perché espone il gruzzoletto già investito a perdite sui prezzi dei Btp. Per fare un esempio, il decennale che scade nel marzo del '32 nel febbraio scorso valeva 111,52 punti, mentre oggi ne vale 97,97. Quattordici punti che rappresentano una perdita, ma solo potenziale: se infatti si conservano i titoli in portafoglio; la perdita diventa reale solo se si vende. Se si conserva il titolo a scadenza, verrà comunque rimborsato a 110: il che significa che rispetto alle quotazioni attuali (che possono scendere ancora ma anche risalire) c'è un guadagno, mentre resta la perdita se l'acquisto è avvenuto a prezzi superiori alla parità (100).

Altro elemento da tener presente: con il tasso fisso il rendimento resta sempre lo stesso di quello registrato al momento dell'acquisto (non diminuisce ma non aumenta nemmeno) e quello a scadenza è maggiore se prezzo di acquisto è inferiore a quello di rimborso (100).

Diverso è il discorso per chi acquista ora: il rendimento del 2% (o poco meno, in queste ore) diventa reale per il risparmiatore; il che è sempre meno dell'inflazione attuale - quindi c'è una perdita di potere di acquisto - ma comunque rispetto ai tassi ultra-compressi del recente passato rappresenta un rendimento interessante e, con l'arrivo semestrale delle cedole, una discreta integrazione al reddito.

I soldi in banca

Chi ha i soldi sul conto corrente ha poco da gioire: le banche sono tradizionalmente molto lente nell'adeguare la remunerazione dei conti ai nuovi tassi di mercato. Gli ultimi dati Abi, relativi a gennaio, dicono che il tasso medio di interesse su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito è pari allo 0,3% (lordo) che sale allo 0,44% se si aggiungono le obbligazioni bancarie e i pronti contro termine. In entrambi i casi la remunerazione per i clienti bancari non è variata rispetto al mese precedente. All'ultima rilevazione risultavano leggemente in calo anche gli interessi chiesti sui prestiti alle imprese, dall'1,18% di dicembre all'1,12% di gennaio, mentre il tasso medio sul totale dei prestiti è fermo al 2,13%. Però la storia insegna che qui a poco le due grandezze tenderanno a divaricarsi, con rincari se si chiedono prestiti e tassi più lenti a muoversi sui conti correnti.

I mutui

Per quanto possa sembrare apparentemente controcorrente, i tassi fissi sui mutui negli ultimi tempi hanno già preso a salire, dal minimo dell'agosto scorso a 1,04% secondo le rilevazioni di MutuiOnline (dati medi di finanziamenti per l'acquisto casa a 10-20 e 30 anni) all'1,25% di gennaio scorso, mentre quelli a tasso variabile sono sostanzialmente fermi, tra lo 0,77% di giugno scorso e lo 0,76% di gennaio.

La ragione consiste nel diverso tipo di tasso di riferimento alla base dei due tipi di mutuo: un tasso di mercato per il mutuo a tasso fisso, l'lrs (a 10-20 e 30 anni) che oscilla molto e risente direttamente delle variazioni degli altri tassi a lungo termine scambiati sui mercati degli operatori, e al contrario un tasso - l'Euribor - molto più ancorato ai tassi fissati dalla Bce. Ne consegue che mentre il primo tasso non è troppo lontano dalle oscillazioni per esempio dei rendimenti dei Btp, l'Euribor si muove molto poco, fino a quando ovviamente la Bce non aziona ufficialmente la leva dei tassi. Basti pensare che l'Irs a 20 anni (forse quello più usato nelle erogazioni di mutui) è passato da inizio gennaio 2020 alla fine della scorsa settimana dallo 0,6% allo 0,95%, con un rialzo superiore al 50%.

Occorre ricordare che le banche aumentano - sul fisso e sul variabile - il tasso di riferimento con il cosiddetto spread, una maggiorazione che in genere resta fissa per tutta la durata del contratto.In mancanza di una variazione ufficiale dell'Euribor, le banche possono sempre decidere di aumentare lo spread da applicare ai nuovi contratti; peraltro da tempo il tasso Euribor viene considerato pari a zero dalle banche, che applicano solo la maggiorazione dello spread (altrimenti ci sarebbero tassi negativi).

Le imprese

Per le aziende, tassi di interesse più alti significano maggiori oneri quando bisogna far ricorso all'indebitamento bancario oppure all'emissione di obbligazioni (o altre forme più sofisticate di finanziamento). L'aspetto positivo, almeno in questa fase, è che c'è ancora molta liquidità in giro, quindi non ci sono pericoli di trovarsi a bocca asciutta (credit crunch) né ci sono troppe tensioni sul costo delle erogazioni. Ma è logico che i rialzi che si vedono sui Btp si trasferiranno sui prestiti, magari con un pochino più di tempo (e neanche troppo).

Sui finanziamenti in essere invece dovrebbero esserci poche variazioni: il grosso dei prestiti aziendali è a tasso fisso e quando le rate sono variabili in genere il rischio di tasso viene "coperto", cioè ci sono contratti derivati che sterilizzano gli aumenti. Però siccome queste strategie di tesoreria costano, è possibile che le aziende di più piccole dimensioni non le abbiano applicate e ora si trovino scoperte di fronte ai potenziali rialzi.