Contratti, orari, costi e sicurezza: lo smart working a caccia di regole
di Rosaria Amato , Raffaele Ricciardi , di Rosaria Amato, Raffaele RicciardiDal primo aprile sarà smart working vero. Non più un telelavoro di emergenza, imposto al lavoratore dall'esigenza di contenere il contagio. E con numeri molto diversi dal pre-pandemia: da poco più di mezzo milione si passerà a oltre 4 milioni di lavoratori. Una massa che richiede un grande sforzo di organizzazione da parte delle aziende e della Pa, e forse anche alcuni interventi del legislatore: le norme sulla sicurezza sul lavoro sono pensate per chi lavora in ufficio o in azienda, o al massimo a casa propria. Le Pmi e in gran parte gli uffici pubblici non sono abituati a lavorare per obiettivi. Molti lavoratori hanno approfittato della pandemia per tornare nei luoghi d'origine, spesso piccoli centri: è nato il movimento dei South Workers per rivitalizzare i borghi del Mezzogiorno, ma ora le aziende si stanno orientando per soluzioni che alternano casa e ufficio e così il "remote working" al 100% rischia di restare ancora p…
Dal primo aprile sarà smart working vero. Non più un telelavoro di emergenza, imposto al lavoratore dall'esigenza di contenere il contagio. E con numeri molto diversi dal pre-pandemia: da poco più di mezzo milione si passerà a oltre 4 milioni di lavoratori. Una massa che richiede un grande sforzo di organizzazione da parte delle aziende e della Pa, e forse anche alcuni interventi del legislatore: le norme sulla sicurezza sul lavoro sono pensate per chi lavora in ufficio o in azienda, o al massimo a casa propria. Le Pmi e in gran parte gli uffici pubblici non sono abituati a lavorare per obiettivi. Molti lavoratori hanno approfittato della pandemia per tornare nei luoghi d'origine, spesso piccoli centri: è nato il movimento dei South Workers per rivitalizzare i borghi del Mezzogiorno, ma ora le aziende si stanno orientando per soluzioni che alternano casa e ufficio e così il "remote working" al 100% rischia di restare ancora per un po' un miraggio da Silicon Valley. Il caro-bollette pesa sui costi del lavoro a casa, intanto ristorazione, mense e bar temono di perdere 15 mila posti di lavoro.
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La semplificazione normativa
Un passaggio delicato, che sarà almeno sgravato dal punto di vista burocratico grazie a un intervento del Ministero del Lavoro, atteso a brevissimo nel Sostegni ter e poi con un decreto procedurale. Con la fine dell'emergenza il lavoro agile tornerà ad esser un accordo individuale tra azienda e dipendente, ma resterà la modalità semplificata di comunicazione al Ministero che consentirà di trasmettere i dati in forma aggregata. Un risparmio di scartoffie di non poco conto, soprattutto per chi non è strutturato per gestire questi flussi.
La "collettivizzazione" dell'accordo individuale e le difficoltà delle Pmi
Un intervento che fa tirare un sospiro di sollievo alle imprese, che si stanno organizzando da mesi con accordi aziendali con i sindacati, per evitare di dover trattare le modalità di lavoro agile con ogni singolo lavoratore. "E' giusto che siano i contratti collettivi a dare un quadro di regole", rileva Tiziano Treu, il presidente del Cnel dove hanno "raccolto decine e decine di accordi, anche aziendali: la strada è quella". Una cornice collettiva, che nulla toglie alla volontarietà dell'intesa col singolo ma evita di dover fissare paletti troppo stringenti a livello di legge. Ed è bene che sia valorizzata la contrattazione di prossimità, aggiunge Arianna Visentini, fondatrice della società di consulenza Variazioni, "per non dover introdurre vincoli a livello di legge, che tradirebbero lo spirito del lavoro agile". "Le grandi aziende si sono attrezzate", rileva Mariano Corso, responsabile Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Le big "stanno portando la platea di lavoratori in smart a 2 milioni, gli stessi livelli dei picchi pandemici". Nelle piccole, però, la situazione è diversa. Corso segnala "qualche ritardo", Visentini parla apertamente di "caos" in cui "le continue proroghe hanno tolto lucidità: molte aziende stanno realizzando solo ora che entro fine marzo vanno aggiornati i modelli organizzativi e perfezionati accordi".
Tutele e costi
Ma cosa c'è dentro questi accordi? "Agile", una volta usciti dall'emergenza, farà rima con "ibrido". "Il punto di equilibrio più frequente è una suddivisione al 50% tra presenza e remoto", spiega Corso. Non mancano aziende che aboliscono questi paletti "e si limitano a raccomandare momenti di condivisione in presenza". I temi caldi sono costi vivi e disconnessione. Quest'ultima si sta regolando prevedendo fasce orarie ampie di 'operatività', nelle quali il lavoratore può erogare la sua prestazione, con all'interno spazi più ristretti di 'contattabilità' in cui bisogna esser pronti a rispondere a mail e cellulare. Sulle spese, il nervo resta scoperto. In tempi di caro-bollette, SosTariffe ha calcolato che la maggiorazione dei consumi per studio e lavoro domestico presenti un conto annuo tra i 145 (single) e i 268 euro (famiglie). La risposta delle aziende, però, non guarda alle indennità ma tocca corde diverse. "Stanno tornando i buoni pasto - dice Corso - anche per i giorni di smart working. Molte lavorano su nuovi modelli di welfare: supporto psicologico, somme incentivate per rendere più confortevoli le postazioni di lavoro, accesso a spazi di condivisione". Sembra che "per ora i collaboratori, pur di tenersi stretti i giorni agili, rinuncino a richieste di rimborsi che avrebbero fatto qualche mese fa", aggiunge Visentini. Sempre più diffusa è invece l'assegnazione di Pc, tablet o smartphone, anche per tutelarsi dai rischi informatici.
La questione della sicurezza
Un nodo che però gli accordi collettivi non affrontano in modo adeguato, osserva Treu, è quello della sicurezza dei lavoratori da remoto: "Ho visto molti contratti di aziende serie che secondo me sono pericolosi, perché addossano la responsabilità di lavorare in sicurezza al dipendente. Ma per legge è il datore di lavoro a rimanere responsabile". Per Corso "è un processo analogo a quanto avviene col lavoro in presenza: l'azienda fornisce formazione e indica i comportamenti corretti, quelli scorretti lo restano tanto in ufficio quanto a casa. Anzi, quel che osserviamo è un forte calo degli incidenti in itinere". Ma per Treu si apre "una questione che l'Inail sta già affrontando, valutando premi di valore diverso a seconda delle modalità di lavoro". E serve un passo ulteriore: "Linee guida per stabilire dei criteri minimi di sicurezza per il lavoro agile".
I delusi
Se da un lato offrire lavoro agile sta diventando un'arma di competitività tra le imprese "e sono nate agenzie di selezione dedicate solo alle posizioni smart", dice Visentini, è ancora limitato il fenomeno del "remote working", lavorare anche dall'altra parte dello Stivale, che alcuni hanno assaggiato grazie all'emergenza. Formula contrattuale già adottata dai colossi tech che qui "inizia a mostrarsi solo in qualche settore", spiega Corso. E' il caso del For working (For sta per flessibilità, obiettivi, risultati), previsto dall'ultimo contratto Federchimica-Farmindustria: "Sperimentato solo in un'azienda, Sasol Italia - spiega Aldo Zago, segretario della Filctem-Cgil Lombardia - E' una modalità di lavoro che non può essere generalizzata. Riguarda figure professionali particolari, quelle che per esempio tengono i contatti con l'estero, e sono sempre in viaggio". Il rischio di gabbie salariali è poi dietro l'angolo: "Ci può esser la perniciosa tentazione, per le aziende, di porre la condizione 'flessibilità in cambio di salario minore', che per lo smart working è esclusa per legge", avverte Corso.
Ibrido o totale, lo smart working proseguirà su grandi numeri anche dopo la pandemia, e questo alleggerirà la circolazione ma svuoterà in parte anche bar, ristoranti e mense aziendali. A lamentarsene le organizzazioni di categoria, dalla Fipe, che ha chiesto più volte di allentare lo smart working per dare una spinta alla ripresa, all'Osservatorio della ristorazione collettiva, che stima in una perdita di 15 mila posti nelle mense, a Confida, l'associazione delle aziende di distribuzione automatica (le "macchinette"), che stima un crollo del 31,55% delle entrate a causa dell'addio alla pausa caffè in ufficio.