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Ultimo compressore Acc: dopo 50 anni la fabbrica del Vajont cambia pelle, ma si salveranno solo 150 operai

Con la chiusura della Ex Embraco a Torino e la riconversione dell'impianto bellunese, finisce la storia dell'industria nazionale dei motori per frigo. Il sindacato: "Dilapidato patrimonio di meccanica e tecnologia"
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Fine di un'epopea industriale. Con il turno pomeridiano e con l'ultimo compressore 'sfornato' dalla Wanbao Acc di Mel, nel Bellunese, si è chiusa la storia dell'Italia produttrice di motori per frigoriferi  "Un patrimonio di meccanica, tecnologia, saperi operai, dilapidato per supponente inerzia", dice Stefano Bona che guida la Fiom-Cgil di Belluno. Se non altro, almeno qui, nella fabbrica creata oltre 50 anni fa per lenire le ferite sociali e economiche della tragedia del Vajont, c'è ancora un futuro di lavoro con il progetto di riconversione industriale che, però, salverà il posto solo a una parte delle operaie e degli operai (150 su 250).

E' andata peggio ai quasi 400 lavoratori della Ex Embraco di Riva di Chieri (Torino), l'altro produttore nazionale di compressori, ormai ferma da tempo e che per una brevissima stagione sembrava potesse essere rilanciata in tandem proprio con la Acc: l'illusione del pr…

Fine di un'epopea industriale. Con il turno pomeridiano e con l'ultimo compressore 'sfornato' dalla Wanbao Acc di Mel, nel Bellunese, si è chiusa la storia dell'Italia produttrice di motori per frigoriferi  "Un patrimonio di meccanica, tecnologia, saperi operai, dilapidato per supponente inerzia", dice Stefano Bona che guida la Fiom-Cgil di Belluno. Se non altro, almeno qui, nella fabbrica creata oltre 50 anni fa per lenire le ferite sociali e economiche della tragedia del Vajont, c'è ancora un futuro di lavoro con il progetto di riconversione industriale che, però, salverà il posto solo a una parte delle operaie e degli operai (150 su 250).

E' andata peggio ai quasi 400 lavoratori della Ex Embraco di Riva di Chieri (Torino), l'altro produttore nazionale di compressori, ormai ferma da tempo e che per una brevissima stagione sembrava potesse essere rilanciata in tandem proprio con la Acc: l'illusione del progetto Italcomp, il polo nazionale dei compressori che il governo giallorosso aveva immaginato (con l'allora sottosegretaria al Mise, Alessandra Todde) e che l'esecutivo Draghi (con la Todde questa volta viceministra di Giancarlo Giorgetti) ha ritenuto impraticabile.

Fine di ogni residua speranza per la Ex Embraco, e via crucis per la fabbrica bellunese che, giusto a fine febbraio, si è conclusa con l'acquisizione da parte della Sest del gruppo LU-VE che occuperà progressivamente spazi e parte dei lavoratori della Acc, per arrivare nel 2024 a produrre scambiatori di calore. LU-VE è una multinazionale italiana con sede a Uboldo (Varese), quotata al MTA della Borsa, un fatturato di oltre 350 milioni e 3000 occupati (1000 in Italia). Operazione accolta con grande soddisfazione dal ministro Giorgetti, con sollievo e qualche distinguo dai sindacati: "Bene l'arrivo di un compratore solido e italiano - sottolineano Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil - anche se purtroppo dobbiamo constatare che il fallimento del progetto ItalComp farà pagare un prezzo industriale e occupazionale, non fosse altro che per i 400 lavoratori torinesi di Ex Embraco licenziati a gennaio".

Per qualche anno sui cancelli della fabbrica uno striscione degli operai diceva: 'Questa storia ora la scriviamo noi'. E così è stato, in quella che qualcuno ha ribattezzato "Repubblica operaia di Mel". La storia ricorda che nel 1963 fa il disastro del Vajont cancellava un'intera comunità. La storia ricorda che gli investimenti dello Stato per risollevare l'economia di quel territorio, finanziarono la costruzione dello stabilimento di Mel (la Zanussi Elettromeccanica che negli anni Sessanta frenò povertà e emigrazione nelle valli Bellunesi), arrivando a occupare migliaia di lavoratori. Ma la storia con la 'S' maiuscola finisce qui.

La tragedia del Vajont (1963) 
La cronaca racconta che la Wanbao Acc era in amministrazione straordinaria dal 2020, dopo essere passata nei decenni da proprietà industriali (Electrolux) a fondi di private equity, a multinazionali (la cinese Wanbao), crisi, dissesti, rilanci. Anche durante l'amministrazione straordinaria la fabbrica ha continuato a produrre a buoni livelli, difendendo il 10% della quota di mercato europeo, e tornando addirittura ad assumere. Vano il tentativo di accedere ai finanziamenti della Legge Prodi bis, a quelli con garanzia Sace introdotti in piena pandemia o a quelli previsti dal Decreto Sostegni: vincoli normativi, resistenze europee e prudenze bancarie hanno fatto il resto. Fino alla luce di LU-VE in fondo al tunnel.

"E' andata così - dice Bona - . Ora consigliamo al governo di aprire una seria riflessione sulle politiche industriali nel settore degli elettrodomestici, un tempo fiore all'occhiello dell'industria italian e oggi un susseguirsi di crisi (Embraco,, Acc, Whirlpool Napoli, Elica...) con esiti drammatici sul fronte occupazionale. Ora sommessamente consigliamo a quanti hanno davvero a cuore il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori, di far sì che a tutti sia garantito il posto di lavoro, la dignità".

Operai