Gas: da Eni a Shell ecco perché le oil company lasciano le partecipazioni in Russia
di Luca PagniROMA - Una decisione a suo modo storica, considerato il fatto che i rapporti con la Russia datano fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. Ma è anche una scelta che appare inevitabile con la situazione gepolitica in corso: il gruppo Eni ha fatto sapere di voler cedere la sua quota nella società che gestisce il gasdotto Blue Stream, controllato alla pari con il colosso di stato Gazprom.
Il Bluestream è l'infrastruttura che porta il gas dei giacimenti siberiani dalla Russia alla Turchia, passando sul fondo del Mar Nero. Un'opera a cui ha lavorato anche la società di ingegneria Saipem (controllata da Cassa Depositi Prestiti e da Eni), che ha avuto l'incarico di realizzare tutta la parte off shore dell'mpianto. Il gasdotto è stato inaugurato nel 2005 alla presenza di Vladimir Putin, del presidente turco Recep Erdogan e del presidente del consiglio Silvio Berlusconi: l'intero tracciato (di oltre 1200 chilometri, di cui 400 o…
ROMA - Una decisione a suo modo storica, considerato il fatto che i rapporti con la Russia datano fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. Ma è anche una scelta che appare inevitabile con la situazione gepolitica in corso: il gruppo Eni ha fatto sapere di voler cedere la sua quota nella società che gestisce il gasdotto Blue Stream, controllato alla pari con il colosso di stato Gazprom.
Il Bluestream è l'infrastruttura che porta il gas dei giacimenti siberiani dalla Russia alla Turchia, passando sul fondo del Mar Nero. Un'opera a cui ha lavorato anche la società di ingegneria Saipem (controllata da Cassa Depositi Prestiti e da Eni), che ha avuto l'incarico di realizzare tutta la parte off shore dell'mpianto. Il gasdotto è stato inaugurato nel 2005 alla presenza di Vladimir Putin, del presidente turco Recep Erdogan e del presidente del consiglio Silvio Berlusconi: l'intero tracciato (di oltre 1200 chilometri, di cui 400 off shore) è costato oltre 3 miliardi.
Perché Eni ha deciso di uscire proprio ora dal Blue Stream è abbastanza comprensibile: le cancellerie dei Paesi occidentali svoglioni isolare economicamente il Cremlino, per metterlo in difficoltà e costringerlo al tavolo delle trattative. Non a caso Eni, arriva dopo altre big oil company che hanno tagliato i poti con società russe.
Le più veloci sono state l'anglo-olandese Shell, la norvegese Equinor e la britannica British Petroleum. Solo la francese Total, tra le grandi compagnie petrolifere europee, ancora resiste e per il momento conferma gli accordi commerciali e finanziarie con le imprese russe del settore energia sotto embargo.
Bp, per esempio, ha annunciato di voler mettere in vendita il 19,75% della storica partecipazione nel gruppo Rosneft, sotto il controllo di Igor Sechin, uno degli oligarchi vicini a Puti colpito da sanzioni. Un partecipazione che a fine 2021 aveva raggiunto una valutazione pari a 14 miliardi. "L'attacco della Russia - ha fatto sapere la società britannica - è un atto di aggressione che sta avendo conseguenze tragiche in tutta la regione. Bp opera da oltre 30 anni in Russia, lavorando con brillanti colleghi. Ma questa operazione militare rappresenta una svolta che non può essere sottovalutata".
Shell, invece, ha annunciato che non parteciperà più al consorzio che controlla il Nord Stream: si tratta del gasdotto che copre la rotta settentrionale del gas russo verso l'Europa. Parte dalla costa russa del Mar Baltico al confine con la Finlandia per approdare direttamente in Germania non loantano dal confine polacco. I russi lo hanno fortemente voluto per evitare di pagare i diritti di passaggio (per esempio all'Ucraina o alla Polonia) e per stringere accordi commerciali ancora più forti con la Germania.
L'unica che non si è allineata - come detto - è la francese Total. A differenza di altre compagnie petrolifere come BP e Shell, Total non pensa di ritirarsi dalla Russia dove ha fatto enormi investimenti e concentra un quarto delle sue riserve. Una decisione che provoca forti polemiche ma non stupisce del tutto: Total - fanno notare gli osservatori - è abituata a rimanere in zone di guerra, senza porsi tanti dilemmi morali: opera per esempio ancora in Yemen.
Tornando a Eni, va detto che il Blue Stream non è l'unica collaborazione con imprese russe. La più rilevante è la presenza del gruppo Rosneft nella società che gestisce il giacimento di Zohr, al largo delle coste dell'Egitto: è uno dei giacimenti di gas più grandi mai scoperti nel Mar Mediterraneo. In questo caso, Eni non ha strumenti per obbligare la società russa a cedere la sua quota (pari al 30%).
Per il resto, i rapporti di Eni con la Russia sono soprattutto di carattere commerciale e si riferiscono ai contratti di fornitura di gas naturale. Tra l'altro, a questo proposito, nell'ottobre scorso Eni e Gazprom "hanno firmato un accordo per rivedere i termini dei contratti in essere tra le parti di fornitura di gas a lungo termine, alla luce dell'evoluzione attuale e futura del mercato, compresa la definizione delle controversie in corso tra le due società".
Infine, va ricordato un precedente: in seguito alle precedenti sanzioni del 2014 nei confronti della Russia, è congelata da allora la partecipazione che Eni aveva sempre con il gruppo Rosneft, in alcune licenze eslorative nell'area dell'Artico.