Economia

Eni, il blocco degli acquisti di petrolio dalla Russia ha solo impatti geopolitici

Eni, il blocco degli acquisti di petrolio dalla Russia ha solo impatti geopolitici
Il gruppo italiano si allinea al bando di Stati Uniti e Gran Bretagna al greggio di Mosca, ma non ci saranno conseguenze per i rifornimenti. Nelle stesse ore gli Emirati Arabi Uniti spezzano il fronte dell'Opec+ e si schierano per un aumento della produzione
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ROMA - Il gas continua a fluire dalla Russia senza interruzioni. Ma non più il petrolio. Dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, è la volta dell'Italia: il suo colosso di stato, il gruppo Eni, ha confermato di non voler più sottoscrivere  nuovi contratti per acquisti di greggio e dei suoi derivati. Una manovra di accerchiamento attorno alle compagnie petrolifere di Mosca che trova un nuovo alleato: gli Emirati Arabi Uniti hanno preso posizione a favore di un aumento della produzione di greggio all'interno dell'Opec+, spaccando la linea della fermezza fin qui sostenuta dal'Arabia Saudita e dalla stessa Russia.

Così, l'emergenza energetica diventa sempre più geopolitica, oltre che economica. Lo dimostrano le decisioni delle ultime ore. Tra le compagnie europee Eni è stata la più rapida nell'allinearsi al tentativo dell'Occidente di mettere in difficoltà il Cremlino andando a incidere sulla più importante entrata per il bilancio della federazione: le esportazioni di idrocarburi. L'Europa non può fare a meno dal gas, visto che dalla Russia arrivano oltre il 40% delle forniture complessive. E prima di sospendere acquisti (e relativi pagamenti). Diverso il caso del petrolio, più facilmente sostituibile.

Questo spiega la decisione di Eni, legata a Gazprom - la principale società sotto il controllo del Cremlino - con contratti di lungo periodo per il gas (tra l'altro in via di rinegoziazione). Per il petrolio è diverso, i fornitori possono essere molteplici e non legati a infrastrutture "fisse" come i gasdotti, visto che il greggio per lo più viaggia via nave.

Il ricatto del gas

Il problema della sostituzione può così essere risolto con un aumento della produzione da parte dell'Opec+. Finora, il cartello dei maggiori produttori allargato alla Russia, si era sempre rifiutato di ascoltare gli appelli da parte delle maggiori cancellerie mondiali per andare oltre i 400mila barili al giorno di aumento della produzione, decisa più di un anno fa per recuperare i livelli pre-covid. Un forte compatto che da ieri mostra le prime crepe. Sono stati gli Emirati Arabi Uniti a schierarsi per una accelerazione nelle estrazioni.

Una mossa che potrebbe portare a un duplice vantaggio. Da un lato potrebbe infuire positivamente sulle quotazioni del petrolio, raffreddando i prezzi. Dall'altro farebbe aumentare a disponibilità di materia prima, così da sostituire la quota russa  embargata. Più difficile capire se questo potrebbe comportare minori entrate per il governo di Vladimir Putin, perché anche i russi potrebbero trovare compratori alternativi, per esempio in Asia. Ma molto dipenderà anche dalla volontà del governo cinese di sostenere o meno la Russia.