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Carlotta e il modello total smart working: "L'ufficio? È casa mia"

(fotogramma)
Romana, 46 anni, lavora per una multinazionale statunitense. Dalla fine dello scorso anno lavora il 100 per cento del tempo a casa: "L'azienda mi paga 600 euro al mese per le spese. È un'opportunità per me, ma non lo consiglierei a chi è giovane e deve inserirsi nel mondo del lavoro"
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“Al mio datore di lavoro, che è statunitense, non interessa dove lavoro, ma come lavoro e i risultati che raggiungo. Non si riesce a capire che diverse barriere sono cadute in questi anni, come quella geografica”. Carlotta ha 46 anni, romana, una laurea in Economia, da una decina di anni si è trasferita a Torino con la famiglia. Si potrebbe dire che è un’informatica. Ma sarebbe riduttivo. In realtà si occupa dei software che servono a diversi Cfo di aziende italiane a gestire numeri, produzioni e fare previsioni per avere sotto controllo l’impresa. E Carlotta, dalla fine dello scorso anno, ha avuto un’offerta che le ha cambiato la vita. “La mia sede di lavoro? E’ casa mia, corrisponde al mio indirizzo di casa, ed è stato specificato nella lettera di assunzione”. Uno smart working totale, senza percentuali di orari passate in ufficio. “Ho una casa che me lo permette a livello di spazi - dice - per …

“Al mio datore di lavoro, che è statunitense, non interessa dove lavoro, ma come lavoro e i risultati che raggiungo. Non si riesce a capire che diverse barriere sono cadute in questi anni, come quella geografica”. Carlotta ha 46 anni, romana, una laurea in Economia, da una decina di anni si è trasferita a Torino con la famiglia. Si potrebbe dire che è un’informatica. Ma sarebbe riduttivo. In realtà si occupa dei software che servono a diversi Cfo di aziende italiane a gestire numeri, produzioni e fare previsioni per avere sotto controllo l’impresa. E Carlotta, dalla fine dello scorso anno, ha avuto un’offerta che le ha cambiato la vita. “La mia sede di lavoro? E’ casa mia, corrisponde al mio indirizzo di casa, ed è stato specificato nella lettera di assunzione”. Uno smart working totale, senza percentuali di orari passate in ufficio. “Ho una casa che me lo permette a livello di spazi - dice - per cui mi sono allestita una mia area, una sorta di ufficio-studio. Entro alle 9 ed esco alle 18 con la pausa pranzo in mezzo. Come se dovessi andare in ufficio. Faccio riunioni, call, rispondo al telefono, gestisco clienti, non mi sento sola, e risparmio tempo rispetto agli spostamenti. Tempo che dedico a me e alla mia famiglia”.

"L'azienda mi paga 600 euro per le spese"

Il modello della multinazionale statunitense prevede che in caso di necessità Carlotta possa appoggiarsi su co-working o società che affittano uffici per “avere uno spazio dove incontrare i clienti o fare riunioni”. Tutto a carico dell’azienda. Così come sono a carico dell’azienda anche i costi che Carlotta sostiene per avere l’ufficio in casa. Tanto che la discussione tutta italiana sui buoni pasto sembra lontana anni luce rispetto al trattamento previsto per il total smart working: “Agli statunitensi piace semplificarsi la vita e superare le contrattazioni laboriose - racconta - mi riconoscono 600 euro al mese per le spese e io posso farci rientrare i mobili dell’ufficio, il pc, i monitor, le spese per luce, riscaldamento, telefono, oppure le rate per il noleggio dell’auto. Insomma, un extra importante per compensare le spese”.

"Un'opportunità per me, ma lo smart working non va bene per chi è giovane"

Avere come sede del lavoro l’indirizzo di casa propria potrebbe avere effetti negativi, soprattutto sulle donne, stando ad un’indagine del ministero delle Pari Opportunità. La donna sarebbe in trappola a casa, non solo per le questioni familiari da gestire, ma pure per il lavoro. Carlotta, che è sposata e ha due figli, la pensa esattamente all’opposto: “Avere figli e una famiglia per me è stato determinante. Per le scelte che ho fatto. Secondo me lo smart working non va bene per chi è giovane e si deve inserire nel mondo del lavoro, deve imparare. Io ho quasi 50 anni, la mia professionalità l’ho costruita, potrò avere ancora delle crescite, ma le basi ci sono. E in questa avventura ho incontrato molte persone come me”. Anche perché quando stava in un ufficio in presenza, in una grande impresa del settore a Torino, la situazione era differente: “Ho giocato alla pari degli uomini fino a quando non ho avuto il primo figlio, poi le cose sono cambiate”, racconta, tanto che si è messa in prima persona a battersi come sindacalista, delegata della Fim-Cisl, per ottenere accordi sullo smart working e sulle banche del tempo nel 2018. “I miei due figli quando escono da scuola mi trovano a casa e sono felici”. Troppo isolata? “Fra pochi giorni partirò per la riunione periodica di tutti i colleghi europei. Più volte all’anno, dai due ai tre giorni. Una volta ad Amsterdam, una a Berlino, una a Parigi e una a Roma. Si cambia di volta in volta”, racconta. E poi quando i figli finiscono scuola si va al Sud, tra Frosinone e la Calabria: “Io lavoro sempre, tutti i giorni, tranne quando ho le ferie, però è un altro mondo”. Trattamento economico? “Buono, molto buono. Negli Stati Uniti la mentalità è diversa da quella italiana. L’offerta che mi hanno fatto è stata superiore alla mia richiesta”. E poi per gli statunitensi secondo Carlotta gli “italiani sono un asset - spiega - vengono assunti perché sono ottimi lavoratori, professionali e creativi. Nelle riunioni che ho avuto ho incontrato molti italiani che dopo la laurea avevano lasciato il Paese per andare a cogliere opportunità fuori. Ora sono tornati in Italia grazie allo smart working”.