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L'Europa appesa al filo del gas russo. Ma Putin può davvero tagliarlo?

Se chiudesse i rubinetti, Mosca dovrebbe rinunciare a 400 milioni al giorno e rischierebbe di danneggiare i suoi giacimenti. Ma al Cremlino sono in grado di spiegarlo al leader? Il Vecchio continente è meno dipendente dai combustibili fossili di quanto non lo fosse durante gli shock energetici degli anni '70 e '80. Per affrancarsi dalla Russia servirebbe comunque una austerità light: domeniche a piedi e razionamento
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La Russia incassa, oggi, 400 milioni di euro al giorno dalle vendite di metano all'Europa. Nell'arco del 2022, considerata l'estate, sarebbero più di 100 miliardi di euro. Può permettersi di rinunciare a questi soldi - come minaccia Putin - una economia già avviata a perdere, quest'anno, il 15 per cento del Pil, un salasso enorme (l'Italia del terribile lockdown 2020 ha perso il 9 per cento)? Tanto più che rischia di essere l'ultimo ricco incasso. Se l'Europa terrà fede all'impegno di ridurre di due terzi il gas russo già nel prossimo inverno, il 2023 porterà a Putin solo una trentina di miliardi. Forse il boss del Cremlino, ormai vecchio, pensa solo al presente e non al futuro. Ma tagliare il gas è una cosa che, probabilmente, non si può permettere comunque. Il problema è tecnico e speriamo che quacuno lo abbia spiegato al boss del Cremlino. La Russia non ha i mezzi per mandare altro…

La Russia incassa, oggi, 400 milioni di euro al giorno dalle vendite di metano all'Europa. Nell'arco del 2022, considerata l'estate, sarebbero più di 100 miliardi di euro. Può permettersi di rinunciare a questi soldi - come minaccia Putin - una economia già avviata a perdere, quest'anno, il 15 per cento del Pil, un salasso enorme (l'Italia del terribile lockdown 2020 ha perso il 9 per cento)? Tanto più che rischia di essere l'ultimo ricco incasso. Se l'Europa terrà fede all'impegno di ridurre di due terzi il gas russo già nel prossimo inverno, il 2023 porterà a Putin solo una trentina di miliardi. Forse il boss del Cremlino, ormai vecchio, pensa solo al presente e non al futuro. Ma tagliare il gas è una cosa che, probabilmente, non si può permettere comunque. Il problema è tecnico e speriamo che quacuno lo abbia spiegato al boss del Cremlino. La Russia non ha i mezzi per mandare altrove il gas negato all'Europa. Può riempire i depositi, ma, una volta riempiti, dovrà ricorrere alla chiusura dei pozzi. Chiudere un pozzo di metano, però, dicono gli esperti, è un rischio. Il pozzo potrebbe deteriorarsi e così diventare inutilizzabile.

Il vicolo cieco di Putin non vuol dire che, nel prossimo futuro, il metano, avendo rinunciato noi in gran parte a quello russo, non dovremo pagarlo a caro prezzo. Uno choc per l'economia europea, ormai comparabile agli choc petroliferi degli anni '70 e '80. Il conto lo ha fatto Rolf Strauch, un economista del Mes, il Fondo Salvastati, misurando la perdita di reddito in termini reali, conseguente all'aumento di costo delle importazioni. Nel 1974, al primo embargo petrolifero, i paesi dell'Eurozona persero l'1,3 per cento del Pil. Nel 1980-81 (la rivoluzione iraniana) il secondo choc costò lo 0,8 per cento del Pil. Nell'ultimo trimestre del 2021, la perdita di reddito è stata superiore: 1,5 per cento del Pil su base annua.

Ci aspetta, allora, un calvario simile agli anni '70, l'economia sfiancata da inflazione e recessione? Probabilmente no: ci sono buoni motivi che allontanano una ripetizione degli anni dell'austerità. Sono quelli su cui insistono un po' tutti gli economisti delle grandi istituzioni: dalla Bce al Fmi alla Commissione di Bruxelles, allo stesso Mes. L'economia dei paesi europei è, oggi, molto meno dipendente dall'energia. Ne utilizziamo, rispetto agli anni '70, quasi un quarto in meno a testa e per ogni euro di Pil che produciamo consumiamo oltre il 60 per cento in meno di energia. Inoltre, questa energia è sempre meno legata a gas e petrolio. Negli anni dell'austerità, la quota di combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) nella generazione di elettricità era il 60 per cento. Oggi, in Europa, è scesa al 35 per cento.

Pesante, ma non proprio un cappio alla gola. Inoltre, la cinghia di trasmissione dell'inflazione che era la rincorsa dei salari è oggi allentata dalla debolezza dei sindacati. Infine, al contrario di cinquant'anni fa, la banca centrale - cioè, oggi, la Bce - è credibile quando dice che terrà l'inflazione sotto controllo e non avrà, dunque, bisogno di mulinare l'arma dei tassi di interesse, per tenerla intorno ad un sereno 2 per cento. Questo, almeno, si sottolinea, dicono le scommesse sulle aspettative di inflazione che stanno facendo i mercati.

lI leader russo, Vladimir Putin 

C'è, tuttavia, una buona dose di ottimismo programmatico in questi ragionamenti delle grandi istituzioni economiche. Le stesse cose si possono anche leggere in un modo diverso. Gli anni bui dell'austerità non torneranno forse, ma un po' di austerità sì. Molti economisti sono convinti che, nei prossimi uno-due anni, per rinunciare a quanto più gas russo si può, bisogna razionare la domanda: una austerità-light, fatta di domeniche a piedi, riscaldamenti più bassi, bollette salate. E i sindacati saranno anche più miti, ma, rispetto ad un anno fa, i salari reali sono più bassi del 4-5 per cento nell'eurozona (4,5 per cento in Italia). Alla lunga, arriveranno rivendicazioni pesanti. Infine, anche il controllo delle banche centrali è precario: per frenare l'inflazione potrebbero agire troppo sui tassi, strangolando la ripresa e apparecchiando proprio la ricetta della stagflazione anni '70.

Tutto dipende, in realtà, da cosa succederà nei prossimi mesi. Siamo appesi ad un filo e chi lo può tagliare è proprio Putin. Non con il gas, ma con la guerra. Se si continua a combattere, ogni previsione è impossibile.