Quasi due aziende su dieci hanno ridotto la produzione per la crisi ucraina. Dall'acciaio alla logistica, le preoccupazioni degli imprenditori
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - Quasi due imprese su dieci (16,4%) hanno ridotto la produzione a seguito della guerra in Ucraina. Tra quelle che non l'hanno ancora fatto, più di un terzo (il 35,9%) si dà un orizzonte di tre mesi: se non miglioreranno i problemi dei rincari energetici e delle materie prime, le difficoltà logistiche e di approvvigionamento, in estate sarà costretto a metter mano alle proprie linee. E' la manifattura energivora a dichiarare le maggiori difficoltà, ma ci sono elevati rischi di tenuta anche nell'alimentare, nella meccanica e nelle costruzioni.
In poche parole, con l'attuale situazione di incertezza quasi un'azienda su due ha ridotto o entro l'estate rischia di ridurre i livelli di produzione. E' il quadro che ha ricostruito un'indagine interna alla Confindustria, realizzata dal Centro studi di viale dell'Astronomia e diffusa tra le associazioni che compongono il sistema confindustriale, che Repubblica …
MILANO - Quasi due imprese su dieci (16,4%) hanno ridotto la produzione a seguito della guerra in Ucraina. Tra quelle che non l'hanno ancora fatto, più di un terzo (il 35,9%) si dà un orizzonte di tre mesi: se non miglioreranno i problemi dei rincari energetici e delle materie prime, le difficoltà logistiche e di approvvigionamento, in estate sarà costretto a metter mano alle proprie linee. E' la manifattura energivora a dichiarare le maggiori difficoltà, ma ci sono elevati rischi di tenuta anche nell'alimentare, nella meccanica e nelle costruzioni.
In poche parole, con l'attuale situazione di incertezza quasi un'azienda su due ha ridotto o entro l'estate rischia di ridurre i livelli di produzione. E' il quadro che ha ricostruito un'indagine interna alla Confindustria, realizzata dal Centro studi di viale dell'Astronomia e diffusa tra le associazioni che compongono il sistema confindustriale, che Repubblica ha potuto visionare. Ci sono tutti i segnali di tensione derivanti dal quadro internazionale, compreso il riacutizzarsi di alcuni problemi scoppiati con la pandemia e che sembravano in graduale via di rientro, come quello logistico.
La survey realizzata dal Csc ha riguardato quasi 2mila imprese, un campione che non si può definire perfettamente rappresentativo dell'universo di aziende tricolori. Prevalgono settori più direttamente esposti alle regioni del conflitto, e questo in parte smorza i timori sistemici; ma d'altra parte sono sovra-rappresentate le imprese di maggiori dimensioni, quelle dove si trova il grosso dell'occupazione: è evidente che le loro difficoltà fanno "più male" al sistema-Italia e ai suoi lavoratori.
Non sorprende vedere che l'aumento del costo dell'energia sia il problema numero uno, indicato dal 93% del campione. Segue l'aumento del costo delle materie prime, tallonato dalle vere e proprie difficoltà di approvvigionamento. L'acciaio, si legge nel documento, è la materia prima su cui si concentrano le maggiori criticità delle imprese, sia in termini di prezzi d'acquisto (lamentati dal 52% dei rispondenti all'indagine) sia di difficoltà di approvvigionamento (40%); le strozzature dal lato dell'offerta colpiscono in maniera abnorme tutti i comparti della meccanica, nonché le costruzioni. Al secondo posto come input più soggetto a problemi di offerta per le imprese si trova il gas, per cui pesa soprattutto il fattore prezzo (avvertito dal 29% dei rispondenti) e non, se non marginalmente, quello dell'approvvigionamento.
Altri materiali sono poi critici per alcuni settori specifici: il rame per le apparecchiature elettriche, il nickel nelle lavorazioni meccaniche, il petrolio, il cotone, il legname grezzo o semi-lavorato, il frumento. Ambiti nei quali pesa soprattutto il rincaro dei prezzi d'acquisto, ma non è marginale il problema della scarsa reperibilità.
Come si diceva, con il conflitto risorge il problema logistico che ha scala globale: nel totale del campione, più della metà delle imprese registra difficoltà di spedizione create dalla guerra anche su rotte commerciali diverse da Russia e Ucraina (57,2%). Lì passano d'altra parte snodi centrali sull'asse che ci lega all'Est del mondo, e ci sono difficoltà segnalate a vari livelli: nel trasporto aereo cargo causate dallo stop imposto agli operatori russi; carenza di manodopera nel trasporto via gomma (autotrasportatori); soprattutto, aumento dei costi per il balzo del prezzo del carburante, quelle citate dal sondaggio.
Un altro segnale di stress si osserva se si legge in controluce il grado di diffusione delle difficoltà di incasso/pagamento. E' molto ampio per le imprese che hanno legami di import/export con le aree del conflitto (al 59% e si sale al 73% per chi ha anche stabilimenti in loco), ma non è trascurabile tra quelle non internazionalizzate (al 20%). Significa che gli imprenditori reagiscono trattendendo la liquidità, adottano l'atteggiamento precauzionale di rallentare i flussi di pagamento per avere un cuscinetto di protezione in caso di un peggioramento della situazione. Una chiara spia di chi sta alla finestra a scorgere se arriva il temporale.
Temi, questi, affrontati anche al workshop Ambrosetti a Cernobbio. Lì trecento manager ed esperti, tra quelli in presenza e collegati in remoto, hanno messo in fila gli elementi che possono avere conseguenze negative sul business. Il menu si ripete: l'esplosione dei prezzi delle materie prime, dell'energia e della logistica (il 38,2%), amplificati dal conflitto russo-ucraino (20,6%), sono i fattori che più possono avere l'impatto più devastante. Non tanto tuttavia da bloccare gli investimenti delle aziende che la maggioranza dei partecipanti, secondo i risultati di un televoto fatto durante i lavori, torneranno a crescere nel 2022. Quasi un manager su tre (il 30,2%) si è detto peraltro favorevole a sanzioni più dure contro la Russia mentre la larga maggioranza (55,6%) ritiene adeguate quelle finora adottate dall'Occidente.
Confindustria diffonderà oggi le sue nuove previsioni e c'è nell'aria un forte ridimensionamento. La stessa Ambrosetti ha stimato che la crescita del Pil dell'Italia nel 2022 potrebbe dimezzarsi rispetto alle previsioni "dal +4,3/4,5% al +2/2,5%", ha indicato Valerio De Molli, managing partner e ceo della società di consulenza che organizza il workshop.