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Infortuni sul lavoro, per la Commissione d'inchiesta costano dal 3 al 6% del Pil

(reuters)
Pubblicata la relazione di 400 pagine della Commissione presieduta dal senatore Gianclaudio Bressa. Sotto accusa il nuovo caporalato, caratterizzato da un datore di lavoro evanescente, cooperative "spurie" o multinazionali che massimizzano il profitto, affidando la gestione dei lavoratori a un algoritmo che punta solo a ridurre i costi
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ROMA - Oltre ad avere un costo umano altissimo, gli infortuni sul lavoro inghiottono anche dal 3 al 6 percento del Pil. E' la conclusione alla quale è arrivata la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, istituita nel maggio 2021 e presieduta dal senatore Gianclaudio Bressa. "A livello mondiale gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali costano nel 2019 circa 3.050 miliardi di euro, quasi il 4% del Prodotto interno lordo (Pil) e a livello europeo circa 460 miliardi, oltre il 3,3 % del Pil", si legge nella relazione. Per quanto riguarda in particolare l'Italia, secondo stime dell’Inail il danno economico causato da infortuni e malattie professionali sia risultato, nel 2007, pari a quasi 48 miliardi di euro, ovvero più del 3% del Pil.

Ma diversi studi internazionali, osserva la relazione, indicano che l’incidenza stimata dei costi totali sul Pil è significativamente superiore anche ai dati europei finora conosciuti, e vede la percentuale più alta per la Polonia (10,2%), mentre per l’Italia raggiunge il 6,3% del Pil. E' difficile trovare modalità di stime attendibili, perché basarsi sulle denunce non è sicuramente sufficiente, osserva la commissione, che auspica si possa trovare un sistema di misurazione condiviso, un indicatore economico che consenta di valutare i danni dell’inosservanza delle norme e al tempo stesso i benefici che derivano dall'applicazione delle normative in materia di sicurezza e di regolarità del rapporto di lavoro. Questo nuovo indicatore potrebbe diventare un indice di legalità e di illegalità del lavoro nel nostro Paese.

Sotto accusa soprattutto tutte le cosiddette nuove professioni, quelle collegate alle piattaforme, che adesso la Commissione Europea sta cercando di regolare con una direttiva che tuteli i lavoratori. Emerge, si legge tra le 400 pagine della relazione, il consolidamento di un “caporalato digitale” che arruola non più braccianti ma lavoratori della gig economy, cooperative “spurie” che impongono un nuovo “caporalato urbano” e dettano le regole dell’illegalità nei magazzini. Il datore di lavoro diventa, in questo nuovo panorama, una figura sempre più evanescente. Al posto dei piccoli proprietari ci sono magari le multinazionali, ma il risultato è anche peggiore.

La Commissione, spiega il senatore Bressa, "non si non si è limitata alle tradizionali audizioni di associazioni, sindacati ed esperti nelle sedi parlamentari, ma è uscita all’esterno del ‘Palazzo’, con sopralluoghi e visite ispettive in tutto il territorio nazionale per acquisire “sul campo” elementi utili ai compiti istituzionali.

Gli infortuni del lavoro sono ugualmente distribuiti sul territorio, e se cambiano le modalità, se dal furgone che carica i braccianti agricoli si passa al caporale che assolda sulle piattaforme i lavoratori a cottimo, le falle della sicurezza continuano a esserci. Adesso "è l’uso degli algoritmi che costituisce il fulcro per lo sfruttamento dei lavoratori", spiega la commissione, sottolineando come "l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento senza controllo".

Le norme di sicurezza, oggi come ieri, non vengono rispettate perché si cerca di risparmiare. Per questo, per reclutare lavoratori senza troppa attenzione alle regole nascono e muoiono in continuazione "cooperative spurie”, in attività giusto per la durata di un appalto o di un subappalto. "La logistica è il settore che di più soffre situazioni borderline con soggetti che utilizzano manodopera irregolare o applicano ai dipendenti contratti collettivi con meno diritti e meno tutele di quelli previsti dal contratto nazionale di categoria della Logistica e dei Trasporti", spiega la commissione.

La relazione fa riferimento alle lotte dei facchini (costituiti maggiormente da forza lavoro migrante), in particolare nei distretti logistici e magazzini del Nord-est, dell’Emilia-Romagna e della Lombardia. Oltre al nuovo “caporalato” nei magazzini, non ancora documentato in modo rigoroso, c'è il nuovo caporalato in agricoltura.