ROMA - "Il mercato russo, nonostante le criticità patite a partire dalla crisi finanziaria e politica del biennio 2013-2014, rimane una priorità per l’industria della calzatura italiana, a tutti i livelli. La clientela russa risponde ad una domanda di beni di lusso e di fascia alta che è rimasta costante nel tempo". Si riassume forse in queste parole, pronunciate nell'ottobre dell'anno scorso da Siro Badon, presidente Assocalzaturifici, alla vigilia dell'edizione autunnale della Fiera Obuv’ Mir Kozhi, la spiegazione della nuova iniziativa promozionale dei calzaturieri italiani a Mosca, che da oggi fino a venerdì presenteranno i loro prodotti al mercato russo. La decisione di Assocalzaturifici, l'organizzazione che fa capo a Confindustria, e di Bolognafiere, di dare il via alla nuova edizione di Obuv’ Mir Kozh, fiera che si tiene due volta l'anno a Mosca dal 1997, nonostante la guerra scatenata dalla Russia contro l'Ucraina, e nel pieno del dibattito sulle sanzioni, ha suscitato moltissime polemiche.
Ma tra le imprese partecipanti qualcuno parla addirittura di «una questione di vita o di morte»: per i calzaturifici italiani specializzati nel mercato russo trovare altri sbocchi in questo momento è impossibile. Ecco perché una cinquantina di imprese italiane, di cui trenta marchigiane, sono a Mosca. L'evento è stato posticipato di un mese rispetto alle date di marzo fissate inizialmente, sperando che intanto la guerra finisse. Ma poi, a fronte degli stand già pagati e soprattutto della necessità di vendere i propri prodotti, gli imprenditori hanno deciso di partire. Nonostante le difficoltà di raggiungere Mosca e di ottenere i pagamenti, dati i blocchi bancari.
Bolognafiere non si è tirata indietro: «Abbiamo dovuto onorare i contratti che sono pluriennali e prevedono penali nel caso non vengano rispettati – spiega il direttore generale, Antonio Bruzzone –. Le imprese hanno premuto per andare ugualmente, non ci sembra per questo di minare il fronte anti-russo». Bolognafiere ha deciso però di congelare altri due eventi, per i quali non c’erano invece vincoli legali.
«Obuv’ rappresenta una fiera importante del settore, eravamo già organizzati per partecipare – spiegano da Pollini, marchio di San Mauro Pascoli, nel Cesenate –. La Russia rappresenta un mercato importante e faremo una raccolta ordini che saranno processati se ci saranno le condizioni che permetteranno di farlo, rispettando tutte le nuove normative». Le norme Ue non vietano la vendita di scarpe in Russia: le sanzioni colpiscono solo gli articoli di lusso, dai 300 euro in su di prezzo. Presenti, tra le altre, anche Furla e Nerogiardini.
«Ci sono aziende che lavorano per l’80-90% su quel mercato, qui si decidono le sanzioni senza pensare alle conseguenze», lamenta da Fermo il presidente della Confindustria locale, Arturo Venanzi, ex referente per Assocalzaturifici per il mercato russo, secondo cui «siamo tutti concordi nel condannare la guerra, ma le aziende devono sopravvivere e gli operai bisogna mantenerli». Nessun commento da Assocalzaturifici, da Confindustria Moda e da Confindustria in generale.
Tace anche la Farnesina, anche perché non ha alcun ruolo nell’organizzazione. Tra gli amministratori locali c’è più disponibilità a parlare della vicenda: le Marche difendono la scelta di sostenere la fiera. «Se la partecipazione è consentita, non vedo per quale motivo la Regione non dovrebbe dare sostegno alle imprese, che sono preoccupate e che con coraggio e determinazione cercano di tutelare se stesse e, facendolo, tutelano anche l’occupazione e il nostro prodotto interno lordo», afferma il presidente delle Marche, Francesco Acquaroli. «Si tratta di un contratto pluriennale sottoscritto ben prima del conflitto – spiega Vincenzo Colla, assessore allo Sviluppo economico della Regione Emilia-Romagna, azionista con l’11,6% di Bolognafiere – Non possiamo certo fermare attività permesse dalle norme nazionali, anche se l’evento è una piattaforma che come Regione non utilizziamo in alcun modo. Continuiamo a ribadire con forza che siamo di fronte a un Paese aggredito, l’Ucraina, e uno aggressore, la Russia di Putin». Parere condiviso anche dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, primo azionista della Fiera col 15% delle quote, mentre secondo Valerio Veronesi, presidente della Camera di commercio di Bologna (14,7%), «la supremazia della pace non si discute e ovviamente le decisioni del governo si rispettano, ma non si possono cancellare e non ascoltare le ragioni di chi sta difendendo la tenuta di un intero distretto».
Ma la questione dell'export verso la Russia non riguarda i soli calzaturifici. Secondo i dati dell'Ice, l'Istituto del commercio con l'estero, nel 2021 le imprese italiane hanno esportato in Russia beni per il valore di 7,7 miliardi di euro. Di questi, la voce più consistente è stata quella relativa all’export di macchinari (2,1 miliardi di euro circa), seguita da prodotti tessili, abbigliamento e calzature (1,4 miliardi di euro circa).
Per il mercato del lusso dei beni personali, abbigliamento, accessori e gioielleria, la Fondazione Altagamma calcola che il mercato russo valga per Italia e Francia insieme circa 4-5 miliardi. Se si valuta invece solo abbigliamento e calzature, ma solo per quanto riguarda l'Italia, l'export, secondo i dati dei primi dieci mesi del 2021 di Confindustria Moda vale 1,23 miliardi, il 2,2% dell'export italiano.
"I russi erano i sesti acquirenti al mondo delle nostre cucine. Adesso, al di là dei divieti, c'è disaffezione verso i prodotti italiani", confessa un produttore del settore. Per quanto il problema di maggior peso per le imprese di Federlegno Arredo sia legato all'import dei tronchi, in particolare per il legno di betulla, e infatti il presidente dell'associazione, Claudio Feltrin, ha paventato già dall'inizio di aprile il rischio "di trovarsi senza più materia prima disponibile, con ordini inevasi e blocco delle produzioni".
A rischio anche il settore del vino: Coldiretti, ricordando che le sanzioni alla Russia dal 2014 a oggi sono costate un miliardo e mezzo di export perso ai produttori italiani, adesso deve affrontare il blocco dei vini, con gli ultimi divieti. Tra i prodotti made in Italy più venduti ancora in Russia erano rimasti infatti prodotti come il vino e gli spumanti per un valore attorno ai 150 milioni di euro, il caffè per 80 milioni di euro, l’olio di oliva per 32 milioni di euro e la pasta per 27 milioni di euro. Federalimentare calcola un miliardo di euro di export agroalimentare tra Russia e Ucraina.
Al di là di quello che non si riesce più a esportare, ci sono impatti secondari gravi per le nostre imprese. Sempre nell'agroalimentare, le difficoltà legate all'export di frutta in Russia hanno fatto sì che una serie di Paesi dall'Egitto al Sudamerica, siano in cerca di nuovi acquirenti europei, e abbiano inondato il mercato di 4 milioni di tonnellate di ortaggi e frutta, che fanno una forte concorrenza ai nostri produttori, soprattutto sotto il profilo del prezzo.