Primo Maggio. Le storie di lavoro povero
di Silvia Bignami , Alessia Candito , Alessandro Di Maria , Mariachiara GiacosaIl rider: “Consegno part-time. Non ho rinunciato al sogno archeologia”
BOLOGNA - Quando da Matera era arrivato a Bologna si era iscritto a Storia, perché il suo sogno era fare l'archeologo. Oggi ha 23 anni e non ci ha ancora rinunciato del tutto, anche se, ammette, "sto riconsiderando le mie opzioni". Simone Ritunnano è un rider di JustEat da sei mesi. Finita la laurea triennale, voleva prendersi un anno e poi riprendere gli studi per la magistrale. "Per questo, perché vorrei fosse solo un lavoro temporaneo, ho scelto di fare il part time con JustEat". Part time vuol dire lavorare un minimo di 10 e un massimo di 15 ore a settimana, per circa 350-400 euro al mese. "Dieci o quindici ore non sembrano molte, ma è un lavoro sfiancante. Concentro il lavoro in tre giorni e faccio circa quattro ore al giorno. A fine giornata non mi reggo in piedi. Non so come facciano quelli che ne fanno 30 a settimana". Anche …
Il rider: “Consegno part-time. Non ho rinunciato al sogno archeologia”
BOLOGNA - Quando da Matera era arrivato a Bologna si era iscritto a Storia, perché il suo sogno era fare l'archeologo. Oggi ha 23 anni e non ci ha ancora rinunciato del tutto, anche se, ammette, "sto riconsiderando le mie opzioni". Simone Ritunnano è un rider di JustEat da sei mesi. Finita la laurea triennale, voleva prendersi un anno e poi riprendere gli studi per la magistrale. "Per questo, perché vorrei fosse solo un lavoro temporaneo, ho scelto di fare il part time con JustEat". Part time vuol dire lavorare un minimo di 10 e un massimo di 15 ore a settimana, per circa 350-400 euro al mese. "Dieci o quindici ore non sembrano molte, ma è un lavoro sfiancante. Concentro il lavoro in tre giorni e faccio circa quattro ore al giorno. A fine giornata non mi reggo in piedi. Non so come facciano quelli che ne fanno 30 a settimana". Anche perché tutto dipende dal mezzo: chi non ha soldi da investire in una bici elettrica o in un motorino infatti usa la "bici muscolare", come viene definita da contratto, vale a dire quella a pedali. Con lo stipendio, Ritunnano riesce a pagare i 250 euro in camera doppia ma, ammette, "ho anche l'aiuto dei genitori". Alla fine, si considera fortunato: Just Eat assume i suoi rider, e dà la possibilità di usufruire di una percentuale di festivi. "Abbiamo deciso di stare a casa tutti il Primo Maggio e di andare in piazza. È un giorno simbolico, ed è giusto esserci".
(Silvia Bignami)
La caporeparto: “Non posso nemmeno permettermi un viaggio con i figli”
PALERMO - "Mi sarebbe piaciuto cambiare l'auto, o fare un viaggio con i miei figli. Il primo dopo due anni di pandemia. Ci ho rinunciato". Trentanove anni, separata, due ragazzini di 11 e 14 anni da crescere, Marica Fiorenza alla Pfizer di Catania è entrata vent'anni fa. Adesso è caporeparto, ma di fatto è un fantasma. Perché è un'interinale, una lavoratrice in affitto. Un contratto ce l'ha, anche a tempo indeterminato, ma con un'agenzia che la "presta" alla multinazionale del farmaco. Stesso stipendio, stesse mansioni dei dipendenti diretti, ma non gli stessi diritti. Né ai premi, né alle tutele. Nella sua stessa situazione sono in 50, ma fino a febbraio erano 60 in più. Senza preavviso, sono stati "staccati" quando Pfizer, a dispetto di guadagni miliardari, ha deciso di sopprimere una linea. Risultato, 130 licenziamenti fra i dipendenti diretti, smussati con scivoli e prepensionamenti. Durante le trattative, degli interinali non si è neanche parlato. "Manderanno via anche noi - dice Marica - a giugno o a settembre". E lì niente cassa, solo il salario dell'agenzia, non più di 6-700 euro. "Non ti puoi dimettere perché perdi la disoccupazione. Devi aspettare che siano loro a ricollocarti o rescindere il contratto" spiega. Una beffa, ulteriore. "Sono rassegnata, finché dura, è uno stipendio in più". E al dopo "no, non ci voglio pensare".
(Alessia Candito)
L’impiegato di call center: “In quattro in famiglia e l’affitto si porta via metà della paga”
FIRENZE - Laureato in gestione dei Beni culturali, ma la crisi che ormai da anni imperversa nel mondo del lavoro lo ha portato in un call center, poco dopo aver concluso il suo percorso universitario nel 2010. Cristiano Ciampolini è fiorentino, vive a Sesto, comune attaccato a Firenze, e lavora a Scandicci, altro comune a ridosso del capoluogo toscano: 40 anni tra qualche giorno, una compagna e due figli, un maschio e una femmina di 7 e 5 anni, ben presto ha abbandonato l'idea di poter lavorare nel settore per cui ha studiato: "Non avendo la possibilità di essere supportato dalla mia famiglia economicamente e volendo comunque essere indipendente, non ho potuto fare quelle esperienze tipo stage o master che mi avrebbero permesso di restare nel mio campo, quindi ho preso il primo lavoro che mi è capitato e sono rimasto lì". All'inizio con contratti a progetto, poi a tempo determinato e infine, dopo vari anni, l'agognato contratto a tempo indeterminato. Otto ore di lavoro al giorno dal lunedì al venerdì con alcuni turni anche il sabato. Tutto per 1.300 euro netti al mese, con un affitto da 600 euro. "L'affitto non è caro, ma è quasi metà del mio stipendio. Anche la mia compagna lavora, ma alla fine del mese ci arriviamo male, facciamo i salti mortali e i conti per qualunque cosa, anche per la spesa. Ora con il caro bollette ancora di più".
(Alessandro Di Maria)
L’addetta alle pulizie: “Cinque ore a notte per trentatré euro. Ora non bastano più”
TORINO - Annamaria Minniti è un'addetta alle pulizie. Ha cinquant'anni, quattro figli. Un lavoro ce l'ha, ma la pagano 33 euro a notte, per quattro notti a settimana. È una delle lavoratrici delle aziende che fanno le pulizie sui mezzi pubblici a Torino. O meglio facevano, perché Gtt ha lanciato una nuova gara d'appalto per le pulizie e Annamaria non è sicura di conservare il posto, o almeno averlo alle stesse condizioni che ha ora. Da sette anni, ogni sera esce dalla sua casa di Ivrea alle nove e guida per 50 chilometri per raggiungere Torino. Durante il tragitto un sms le indica la stazione in cui dovrà iniziare il turno: sanificare le banchine o i vagoni a seconda delle volte. "Lavoro cinque ore, per quattro giorni la settimana - racconta -. Con gli assegni famigliari, che sono alti perché ho due figli disabili, e grazie ai 150 euro di indennità per il lavoro notturno, la mia busta paga arriva a mille euro al mese, ma di salario puro non raggiungo i 700". Da qualche mese, i conti in casa Minniti tornano ancora meno del solito. "L'aumento del costo della benzina si mangia quasi metà dello stipendio - dice - così per risparmiare ho smesso di viaggiare in autostrada e i 50 chilometri li faccio sulla statale che non si paga: tanto è notte e non c'è traffico".
(Mariachiara Giacosa)