Occupazione ai livelli pre crisi, è record per il lavoro femminile
di Valentina Conte , di Valentina ConteROMA - Scende il Pil, non il lavoro. A marzo Istat registra 81 mila occupati in più rispetto a febbraio, anzi occupate, visto che il risultato è tutto dovuto ai posti recuperati dalle donne. E per una volta anche al rimbalzo di quelli stabili, dopo la caduta di febbraio. Il tasso di occupazione sale al 59,9%, record storico. La disoccupazione si abbassa all'8,3%, il livello del 2010. Gli inattivi calano e tornano al pre-crisi, ma sono più di un terzo (34,5%). Ancora alta, ma sotto il 30%, la disoccupazione degli under 24 (quasi un quarto, 24,5%). E purtroppo record storico dal 1977 anche per gli occupati a termine: 3 milioni e 159 mila, il 13,7% del totale.
Possiamo…
ROMA - Scende il Pil, non il lavoro. A marzo Istat registra 81 mila occupati in più rispetto a febbraio, anzi occupate, visto che il risultato è tutto dovuto ai posti recuperati dalle donne. E per una volta anche al rimbalzo di quelli stabili, dopo la caduta di febbraio. Il tasso di occupazione sale al 59,9%, record storico. La disoccupazione si abbassa all'8,3%, il livello del 2010. Gli inattivi calano e tornano al pre-crisi, ma sono più di un terzo (34,5%). Ancora alta, ma sotto il 30%, la disoccupazione degli under 24 (quasi un quarto, 24,5%). E purtroppo record storico dal 1977 anche per gli occupati a termine: 3 milioni e 159 mila, il 13,7% del totale.
Possiamo dire che la forchetta con il pre-Covid si è quasi chiusa, il baratro occupazionale creato dalla pandemia, ma solo grazie al lavoro precario. In due anni - tra marzo 2020 e marzo 2022 - Istat calcola 535 mila occupati in più: il 97% è a termine e appena il 3% a tempo indeterminato. Non sappiamo quanta parte di questo 3% stabile sia a part-time, ma le ultime tendenze statistiche lo segnalano come prevalente. Al Sud quello involontario vola all'80%, ovunque in Italia è per lo più donna.
C'è poi un altro elemento di riflessione che ci offrono i nuovi dati Istat. Per la prima volta l'Italia tocca un tasso di occupazione al 59,9%, mai così alto. Qui siamo però all'effetto ottico perché la torta si è notevolmente ristretta in questi anni per il mancato ricambio generazionale (pochi giovani subentrano ai pensionati) e migratorio (i flussi stagionali, causa Covid, si sono molto ridotti). Ecco dunque che in tre anni - da marzo 2019 a marzo 2022 - la forza lavoro italiana, per effetto di questo doppio effetto - si è ristretta di 600 mila unità, 348 mila uomini e 253 mila donne. Circa un milione in meno sotto i 49 anni e 400 mila in più sopra i 50 anni (un flusso che si sposta verso l'età di uscita), per un valore netto di 600 mila potenziali lavoratori in meno.
Questo significa, per fare un esempio, che se abbiamo riagganciato il pre-crisi quanto a numero assoluto di occupati - 23 milioni e 40 mila nello scorso marzo e 23 milioni 117 mila nel marzo 2019 - tre anni fa il tasso di occupazione era al 59% e oggi al 59,9%, quasi un punto in più. Lavorano più o meno le stesse persone (sebbene ora l'incidenza dei precari sia più alta), ma il tasso è salito al record perché mancano all'appello in 600 mila. Bene quindi avere un tasso di occupazione femminile mai così buono al 51,2% e maschile al 68,7%, ma con queste accortezze di lettura.
"In questi mesi i dati mensili Istat sembrano molto ballerini: prima una crescita tutta maschile ora tutta femminile, prima tutta precaria ora con un riassetto dell'occupazione stabile", dice Andrea Garnero, economista Ocse. "Mi aspettavo numeri peggiori visto il Pil a -0,2% nel primo trimestre. E invece l'occupazione ha retto. L'unica interpretazione possibile, che spiega anche la forte ascesa dell'occupazione precaria in questi due anni, è nella natura del nostro Pil sul quale pesa molto l'industria che però produce poca occupazione. Mentre i servizi ne producono molta, ma precaria e a basso valore aggiunto. In questo momento l'industria sta soffrendo, i servizi meno. Ecco spiegato il disallineamento tra occupazione e Pil".
L'effetto della guerra si vedrà nei prossimi mesi, allorquando - osserva Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio-Cgil - "i lavoratori in Cig da più di tre mesi usciranno fuori dagli occupati, per le nuove regole Eurostat, e saranno registrati come senza lavoro. Un livello poi così alto di occupati a termine è preoccupante. Se la prossima crisi li comprimesse dell'8-10%, avremmo oltre 300 mila disoccupati in più".