Rincari di energia e cibo, sei Paesi a basso reddito su dieci a rischio: ecco chi paga il conto della guerra
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - Il prezzo del petrolio Brent è più alto di un terzo rispetto a inizio anno, ma è arrivato a superare il +60% dopo le prime due settimane di guerra in Ucraina. Grano, mais, olii vegetali: tutte altre voci rincarate di oltre il 50 per cento, con l'aggravante recente della sospensione dell'attività dei porti sul Mar Nero che bloccano i flussi di cereali dai silos affamando, come hanno denunciato le Nazioni unite, il mondo. Mentre il Vecchio continente si interroga sui costi di una nuova stretta contro Putin, che passa dal petrolio e si affaccia sul gas, e nelle orecchie risuona ancora la provocazione del premier Draghi su "pace o condizionatori?", in alcuni Paesi il problema assume connotati ben più problematici.
Energia e materie prime agricole sono i due principali veicoli di "contagio" dalla crisi ucraina al resto del mondo. Ovviamente i problemi ne escono amplificati dove già la base era sc…
MILANO - Il prezzo del petrolio Brent è più alto di un terzo rispetto a inizio anno, ma è arrivato a superare il +60% dopo le prime due settimane di guerra in Ucraina. Grano, mais, olii vegetali: tutte altre voci rincarate di oltre il 50 per cento, con l'aggravante recente della sospensione dell'attività dei porti sul Mar Nero che bloccano i flussi di cereali dai silos affamando, come hanno denunciato le Nazioni unite, il mondo. Mentre il Vecchio continente si interroga sui costi di una nuova stretta contro Putin, che passa dal petrolio e si affaccia sul gas, e nelle orecchie risuona ancora la provocazione del premier Draghi su "pace o condizionatori?", in alcuni Paesi il problema assume connotati ben più problematici.
Energia e materie prime agricole sono i due principali veicoli di "contagio" dalla crisi ucraina al resto del mondo. Ovviamente i problemi ne escono amplificati dove già la base era scricchiolante. Prova ne è la recente spirale nella quale è precipitato lo Sri Lanka, sull'orlo del default e in cerca, con la sponda di Cina e India oltre che per le vie negoziali del Fmi, di mettere una pezza al problema del debito estero da 51 miliardi di dollari che non è più in grado di ripagare. Se la pandemia ha azzerato i proventi del turismo, le scelte populiste del governo hanno drenato risorse pubbliche e prosciugato le risorse in valuta estera a meno di 2 miliardi di dollari. Quando il riso e il grano hanno presentato il conto dei rincari internazionali, e il prezzo del diesel è balzato del 60% in un semestre, carenze diffuse e blackout sono diventai all'ordine del giorno, così come le proteste della popolazione stremata.
Secondo l'agenzia di rating, Libano, Giordania e Tajikistan sono le economie più vulnerabili se si guarda alla loro bilancia dei pagamenti, visto che investono oltre il 10% del loro Pil per acquistare energia e materie prime alimentari dall'estero. "Le nostre metriche di vulnerabilità strutturale indicano Thailandia, Turchia, Cile, Filippine, India e Polonia come i più a rischio" per uno shock dei prezzi energetici, aggiunge Perez Gorozpe. "Malesia, Indonesia, Sud Africa e paesi dell'America Latina (ad esclusione del Cile) sono esportatori netti o quasi neutrali nel commercio di energia. Ma la composizione del commercio energetico è importante. A nostro avviso, poiché l'Indonesia, il Sud Africa e i paesi dell'America Latina dipendono dalle importazioni di petrolio raffinato, i consumatori dovranno affrontare prezzi più elevati".
Per quel che riguarda le materie agricole, in particolare, la Banca mondiale ha messo a fuoco in un suo recente report come "sono sopratututto i piccoli emergenti e in via di sviluppo a preoccupare": oltre la metà dell'import di "grano in numerosi Paesi in Africa, Europa in via di sviluppo e Medio oriente viene da Russia e Ucraina". "I prezzi delle materie prime agricole potrebbero aumentare ancora nei prossimi mesi, visto il ruolo centrale di Russia, Ucraina e Bielorussia nella produzione di materie prime alimentari e fertilizzanti", dice sul punto l'economista di S&P. Con le scorte già colpite dal meteo della stagione passata, lo scenario è fosco: "Rispetto alle economie avanzate, il peso del consumo di cibo nei mercati emergenti rappresenta una percentuale più alta del loro consumo totale (in media il 25%), aggiunge Perez Gorozpe. "In linea generale, gli emergenti asiatici sembrano essere meno vulnerabili data la loro maggiore dipendenza dal riso anziché dal grano, che dovrebbe essere meno colpito dalle ricadute del conflitto in Ucraina".
E' stato invece il Fmi a puntare i radar su un altro pezzo di mondo che rischia di pagare caro gli esiti del conflitto: l'Africa sub-sahariana. La "battuta d'arresto" legata alla guerra, si legge in un articolo di Abebe Aemro Selassie e Peter Kovacs, "non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore, poiché la crescita stava iniziando a riprendersi e i responsabili politici stavano iniziando ad affrontare l'eredità sociale ed economica della pandemia". Il timore è che la povertà alimentare possa dilagare in un'area dove già il 60% della popolazione è a rischio di insicurezza, contro il 26% dei Paesi emergenti e in via di sviluppo e il 6,7% delle economie avanzate. Per il petrolio, la questione è più variegata perché ci sono importanti esportatori che beneficeranno della salita dei prezzi: gli importatori di oro nero dovranno spendere 19 miliardi di dollari in più per la loro bolletta energetica. Benin, Ethiopia e Malawi, dice il Fmi, dovranno riprogrammare le loro spese e trovare risorse per proteggere i vulnerabili. Ma un esportatore netto come la Nigeria avrà da guadagnare, e qui l'invito è a costruirsi un cuscinetto fiscale utile per politiche di medio-lungo termine.
Un equilibrio, quello tra disciplina fiscale e emergenza, difficile per molti. "L'aumento delle pressioni inflazionistiche e dei costi di finanziamento ostacolerà il risanamento di bilancio e metterà a dura prova la qualità del credito dei governi dei mercati emergenti", prevede S&P. La doppia pressione energia-cibo "potrebbe indurre i governi a estendere alcune delle misure fiscali provvisorie stabilite durante la pandemia, invece di eliminarle gradualmente. Ciò peserebbe sulla crescita e allungherebbe i tempi per il riequilibrio dei bilanci pubblici". Le persone, intanto, pagano il prezzo maggiore "rispetto a quelle nelle economie sviluppate, perché la spesa per cibo, gas e trasporti rappresenta una quota maggiore del loro reddito disponibile. L'aumento dei costi dell'energia, insieme ai prezzi elevati dei generi alimentari, solleva preoccupazioni sulla potenziale instabilità sociale in diversi Paesi emergenti". Abbiamo assistito "a momenti di agitazione sociale (in Kazakistan, Cile, Colombia e Sud Africa), che hanno spinto i governi di evitare misure di restrizione fiscale".