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L'India blocca l'export, alta tensione sui prezzi del grano. "Sale il rischio per la sicurezza alimentare"

(reuters)
Delhi inverte la sua posizione sotto la pressione dell'inflazione che galoppa. Le quotazioni rivedono i massimi da molti anni
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MILANO - Alta tensione sui prezzi del grano, che lunedì hanno oscillato al rialzo del massimo consentito sul mercato delle materie prime agricole e oggi sono arrivati, con 12,4 dollari dollari per bushel, vicinissimi al picco di prezzo da 14 anni: 12,5 dollari toccato a marzo. Questa volta è stata l'India a scatenare il rincaro generalizzato, annunciando la sospensione delle esportazioni di grano. Una decisione che si è riverberata anche sul mercato europeo, dove lunedì sera il prezzo del grano ha battuto il record assoluto a 438,25 euro per tonnellata.

Uno stop che aggiunge pressioni su pressioni sulle forniture globali e che alimenta le preoccupazioni: dall'inizio del 2022 la corsa del grano ha raggiunto il +60%, trovando la miccia nell'invasione russa in Ucraina di fine febbraio. I due Paesi, d'altra parte, pesano più o meno per un terzo dell'export mondiale. L'India è invece il secondo maggior produttore dopo…

MILANO - Alta tensione sui prezzi del grano, che lunedì hanno oscillato al rialzo del massimo consentito sul mercato delle materie prime agricole e oggi sono arrivati, con 12,4 dollari dollari per bushel, vicinissimi al picco di prezzo da 14 anni: 12,5 dollari toccato a marzo. Questa volta è stata l'India a scatenare il rincaro generalizzato, annunciando la sospensione delle esportazioni di grano. Una decisione che si è riverberata anche sul mercato europeo, dove lunedì sera il prezzo del grano ha battuto il record assoluto a 438,25 euro per tonnellata.

Uno stop che aggiunge pressioni su pressioni sulle forniture globali e che alimenta le preoccupazioni: dall'inizio del 2022 la corsa del grano ha raggiunto il +60%, trovando la miccia nell'invasione russa in Ucraina di fine febbraio. I due Paesi, d'altra parte, pesano più o meno per un terzo dell'export mondiale. L'India è invece il secondo maggior produttore dopo la Cina, e la sua produzione è stata centrale nel tentativo di riequilibrare il mercato di fronte alla forzata mancanza di materia prima ucraina, e anche in compensazione delle quantità provenienti da altri grandi esportatori che hanno dovuto fare i conti con il clima avverso.

Proprio per questa ragione, finora l'India aveva smentito le ipotesi di stop alle sue esportazioni, ma nel fine settimana Delhi ha cambiato la sua posizione: a pesare in modo determinante è stata la lettura dell'inflazione domestica, spinta ai massimi da otto anni proprio per il corso dei prezzi alimentari. L'India ha quindi ceduto all'imposizione del bando, con alcune esenzioni come spiega il Financial Times "al fine di gestire la sicurezza alimentare del Paese e di supportare i bisogni dei vicini e degli altri Paesi vulnerabili". Per Robert Rennie, a capo della strategia globale della banca australiana Westpac, si tratta di una mossa che "esacerba il rischio di scarsità alimentari, in particolare per i Paesi emergenti che sono storicamente dipendenti" dall'India stessa.

Per altro, il caso indiano non è il solo: ad incidere sulle quotazioni è anche il rapporto del Dipartimento all'Agricoltura statunitense, secondo cui l'offerta negli Stati Uniti per la campagna 2022/23 dovrebbe essere inferiore del 3%, mentre i livelli di esportazione dovrebbero essere i più bassi dal 1971/72. Inoltre, si prevede che la guerra ridurrà la produzione dell'Ucraina del 35% annuo a 21,5 milioni di tonnellate. Numeri negativi che si affastellano sull'interruzione delle esportazioni dal Mar Nero ha ridotto significativamente l'offerta mondiale e le proiezioni delle scorte finali.

Restando all'India, i rincari dei prezzi hanno già portato la banca centrale ad alzare i tassi d'interesse, questo mese, per la prima volta da quattro anni.

Si aggrava, comunque, una situazione che già l'Onu aveva tratteggiato come assai problematica, con lo stop ai rifornimento dall'Ucraina che hanno esposto le catene globali di fornitura - già altamente fragili - a improvvisi shock temporanei, con conseguenze gravi per la sicurezza alimentare. Secondo Rennie, l'impatto sarà più fortre per l'Africa e il Medio oriente. >