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L'ex ad dell'Eni Vittorio Mincato: “Gli affari sul gas tra Berlusconi e Putin? Qualche dubbio ce l’ho”

Vittorio Mincato (agf)

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Da '99 al 2005 è stato l'amministratore delegato dell'azienda:  "La mia storia di manager è piena di episodi nei quali ho disturbato una certa politica affaristica"
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MILANO - Vittorio Mincato, lei è stato amministratore delegato all’Eni dal 1999 al 2005. L’appiattimento sulle forniture russe, che ha portato alla dipendenza dell’Italia, cominciò in quegli anni, anche se lei non è mai stato supino alla politica. L’Eni è responsabile? E i governi di allora?
"Prima di ricercare le responsabilità dell’Eni riguardo alla dipendenza dell’Italia dal gas russo, occorre farsi una domanda: quale altro Paese avrebbe potuto fornire all’Italia il gas necessario a sostenere il suo sviluppo economico negli ultimi quarant’anni? Le fonti di approvvigionamento dell’Italia sono sempre state plurime e fino all’anno scorso le più sicure e costanti sono state quelle russe. Cerchiamo piuttosto le responsabilità dell’insufficienza di rigassificatori sulle nostre coste e perciò l’impossibilita dell’Eni di trasportare in Italia il gas liq…

MILANO - Vittorio Mincato, lei è stato amministratore delegato all’Eni dal 1999 al 2005. L’appiattimento sulle forniture russe, che ha portato alla dipendenza dell’Italia, cominciò in quegli anni, anche se lei non è mai stato supino alla politica. L’Eni è responsabile? E i governi di allora?
"Prima di ricercare le responsabilità dell’Eni riguardo alla dipendenza dell’Italia dal gas russo, occorre farsi una domanda: quale altro Paese avrebbe potuto fornire all’Italia il gas necessario a sostenere il suo sviluppo economico negli ultimi quarant’anni? Le fonti di approvvigionamento dell’Italia sono sempre state plurime e fino all’anno scorso le più sicure e costanti sono state quelle russe. Cerchiamo piuttosto le responsabilità dell’insufficienza di rigassificatori sulle nostre coste e perciò l’impossibilita dell’Eni di trasportare in Italia il gas liquido prodotto a Damietta (Egitto) e a Bonny (Nigeria) da impianti di liquefazione che in parte sono di sua proprietà".


Cosa dovrebbe fare il governo Draghi, e cosa i manager dell’Eni di oggi, per affrancare l’Italia dai russi con il minor danno possibile?
"Esattamente quello che stanno facendo: accrescere i flussi di gas naturale dalle altre fonti di approvvigionamento, soprattutto Algeria, Libia e Azerbaijan, e accrescere la capacità di rigassificazione sulle nostre coste, anche se io credo che, finita la guerra in Ucraina, prima o poi l’Eni ritornerà a importare gas dalla Russia, come importava petrolio dall’Unione Sovietica fin dai tempi di Mattei e gas fin dai tempi di Cefis, in piena Guerra fredda".


L’Italia vent’anni fa produceva 20 miliardi di metri cubi di gas, oggi neanche 3 miliardi. Chi ha le colpe del crollo? C’è modo di aumentare la produzione come spera il governo Draghi?
"Il declino produttivo inizia nei primi anni Duemila e le cause sono l’esaurimento progressivo dei giacimenti sfruttabili in termini profittevoli e il sopravvenuto divieto legislativo di operare nell’Adriatico a Nord di una certa latitudine. Per quel che ricordo, mi sembra davvero arduo pensare di tornare ai picchi degli anni ‘90".


Si è parlato tanto del rapporto tra Berlusconi e Putin. Lei che li ha visti da vicino, crede che la loro amicizia potessero contemplare interessi economici personali?
"Né Berlusconi, né Putin mi hanno mai parlato di loro affari personali e non ho mai avuto l’impressione che ci fossero, almeno per quanto atteneva l’Eni. Anche se l’operazione Mentasti, che rifiutai categoricamente di fare, qualche dubbio poteva suscitare".


Nella famosa cena al Westin Palace del 2003, quando le fu prospettato il contratto per lasciare 3 miliardi di metri cubi l’anno di gas russo a Mentasti, si dice che lei abbia detto ‘Col c...gli do il gas a questo’. Perché i russi insistevano su di lui? Fu anche il governo italiano a insistere?
"In realtà, dopo la cena del 2003 e un paio di brevi colloqui con Mentasti nel mio ufficio all’Eur, non mi curai più di tanto di quella richiesta. Solo nei primi mesi del 2005, alla fine di qualche mio colloquio a Palazzo Chigi, in cui si era parlato d’altro, Berlusconi mi disse che Putin a quell’accordo teneva molto, ma non si parlava più di Mentasti, bensì della Gazprom".


Il memorandum tra Eni, Gazprom e Mentasti fu siglato il 10 maggio 2005 dal direttore generale dell’Eni Sgubini. Lei non lo firmò e Paolo Scaroni prese il suo posto all’Eni. Ci fu una correlazione tra la sua uscita e la sua contrarietà a quell’affare?
"Non vorrei ricordare male, ma il memorandum di Vienna non parlava di Mentasti. All’epoca i media misero i due fatti (le mie riserve sull’accordo e la mia sostituzione al vertice dell’Eni) in un rapporto di causa ed effetto. Chissà, forse fu così o forse fu più in generale la naturale conseguenza della mia conclamata idiosincrasia nei confronti di certa 'politica affaristica'.
La mia storia all’Eni è piena di episodi in cui ho disturbato questa politica".


In quegli anni i russi cercavano di comprare attività estrattive e distributive di energia in Europa: un obiettivo strategico più per la geopolitica di Mosca che per le major come Eni. Lei ha mai avuto richieste in questo senso? Gliele fecero i russi o, anche, le istituzioni italiane?
"Soltanto verso la fine del mio mandato all’Eni, durante un colloquio con Alexey Miller a Sochi, sul Mar Nero, mi fu proposto di acquisire giacimenti petroliferi della Yukos in Russia, in cambio di giacimenti petroliferi dell’Eni in Occidente, ipotesi che scartai subito. Da nessuna istituzione italiana mi giunsero sollecitazioni in tal senso".


Se lei fosse stato ancora il capo dell’Eni, nel 2007, avrebbe messo il suo nome sotto il contratto per costruire il gasdotto South Stream? E all’acquisto di attività ex Yukos confiscate all’oligarca Khodordovsky in carcere, salvo rivenderle solo due anni dopo a Gazprom?
"Non conosco i due dossier, ma posso dire che il primo, il South Stream, confliggeva con la politica di diversificazione delle fonti di energia perseguita dall’Eni durante la mia gestione, quando rifiutai di costruire un nuovo gasdotto dall’Algeria e preferii costruire il gasdotto dalla Libia. Due Paesi che, tuttavia, sono tutt’altro che sicuri, come si è visto. Quanto all’operazione Yukos, vista da fuori sembra un portage, ma è possibile che l’Eni abbia avuto i suoi vantaggi nel farla. Se invece è stato un semplice portage senza altri vantaggi, la mia risposta è no, non l’avrei fatto".