Ilva, prorogato di 2 anni l'accordo Invitalia-Mittal: vertici confermati, ma resta l'emergenza finanziaria
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Marco Patucchi
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di Marco Patucchi
Il gruppo franco-indiano resta al 60% dell'azienda siderurgica, lo Stato salirà successivamente. Resta fissata a inizio del prossimo decennio la completa decarbonizzazione. Si lavora ad un'operazione di finanziamento con Unicredit
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
ROMA - Acciaierie d’Italia, la ex Ilva, compra tempo. E con lei la siderurgia italiana. L’attuazione dell’accordo tra Invitalia e ArcelorMittal, che entro questo mese avrebbe dovuto vedere l’azionista pubblico salire al 60%, viene prorogata di due anni. I termini industriali dell’intesa restano al momento invariati, compresa la graduale sostituzione degli altiforni con forni elettrici alimentati da “preridotto” e, dunque, la decarbonizzazione all’inizio del prossimo decennio. L’idea è di utilizzare il nuovo tempo a disposizione per eventuali aggiustamenti del piano in corso d’opera. Soprattutto viene confermato l’organigramma di vertice del gruppo siderurgico, con Franco Bernabè presidente (in quota Invitalia) e Lucia Morselli amministratore delegato (in quota ArcelorMittal), mentre il consigliere dimissionario Carlo Mapelli (Inviatlia) viene sostituito da Tiziana De Luca, dirigente del ministero dell'…
ROMA - Acciaierie d’Italia, la ex Ilva, compra tempo. E con lei la siderurgia italiana. L’attuazione dell’accordo tra Invitalia e ArcelorMittal, che entro questo mese avrebbe dovuto vedere l’azionista pubblico salire al 60%, viene prorogata di due anni. I termini industriali dell’intesa restano al momento invariati, compresa la graduale sostituzione degli altiforni con forni elettrici alimentati da “preridotto” e, dunque, la decarbonizzazione all’inizio del prossimo decennio. L’idea è di utilizzare il nuovo tempo a disposizione per eventuali aggiustamenti del piano in corso d’opera. Soprattutto viene confermato l’organigramma di vertice del gruppo siderurgico, con Franco Bernabè presidente (in quota Invitalia) e Lucia Morselli amministratore delegato (in quota ArcelorMittal), mentre il consigliere dimissionario Carlo Mapelli (Inviatlia) viene sostituito da Tiziana De Luca, dirigente del ministero dell'Economia.
Non un dettaglio scontato, perché se l’accordo originario prevedeva che entro maggio 2022 si sarebbero invertiti i ruoli tra azionista pubblico e socio privato, con la guida operativa passata allo Stato e la presidenza al gruppo franco-indiano, non c’era alcuna certezza sulla conferma dei nomi dei protagonisti. La stabilità manageriale, fanno notare fonti del dossier, dovrebbe aiutare ad affrontare l’emergenza numero uno di Acciaierie d’Italia: il reperimento della liquidità necessaria allo sviluppo dell’azienda oltre che alla normalizzazione dei rapporti con i fornitori. I piani originari prevedevano che i 680 milioni iniettati da Invitalia per salire al 60% sarebbero serviti a comprare gli asset (gli stabilimenti, per intenderci) oggi in affitto perché di proprietà dell’amministrazione straordinaria Ilva: un passaggio importante, anche se insufficiente di per sè, per migliorare la bancabilità della società.
A questo punto, i vertici confermati potranno proseguire nella ricerca di finanziamenti e, dopo la cartolarizzazione di crediti commerciali da 1,5 miliardi siglata nei mesi scorsi con Morgan Stanley, sarebbe in dirittura un’operazione analoga, anche se di entità inferiore, con Unicredit. Restano sullo sfondo, comunque, le altre zavorre della ex Ilva, dalle ferite insanabili alla salute della comunità tarantina, ai guai giudiziari (gli impianti sequestrati in primis) a quelli delle relazioni industriali con i sindacati sempre sul piede di guerra: “L'azienda ci aveva detto per quest'anno un obiettivo di produzione di 5 milioni e 700 mila tonnellate di acciaio – protesta il segretario della Fim-Cisl, Roberto Benaglia - invece stiamo vedendo un'azienda che produce cassaintegrazione”. Gli fa eco Rocco Palombella, leader della Uilm-Uil: "La proroga del contratto di investimento crea un'incertezza gestionale, essendo l'area a caldo di Taranto ancora sotto sequestro, e un'incertezza dal punto di vista produttivo". “Decidere di non decidere – sottolinea Michele De Palma, segretario Fiom-Cgil - è un danno ambientale, occupazionale e industriale. Non si può più giocare a carte coperte sulla vita dei cittadini di Taranto e sui lavoratori della fabbrica".
In buona parte realizzato il piano di risanamento ambientale (copertura parco minerali, filtraggio emissioni e discariche), grazie ai 700 milioni investiti da ArcelorMittal, sarebbe dovuta scattare la fase dello sviluppo del progetto industriale, con la possibilità di sfruttare la congiuntura internazionale che toglierà per molto tempo dalle quote di mercato l’acciaio russo e ucraino. Lo stesso quadro geopolitico che, in aggiunta agli effetti dei due anni di pandemia, ha però determinato lo slittamento dei termini dell’accordo Invitalia-Mittal. Oggi Acciaierie d’Italia viaggia ad un ritmo produttivo di 4/4,5 milioni di tonnellate all’anno, ben al di sotto dei target previsti dal piano industriale e, anche in questo caso, pesa la difficoltà a finanziare il circolante. Emergenza solo in parte compensabile con le risorse del Pnrr. Last but not least il versante occupazionale, con i 12mila operai di Acciaierie d’Italia che, oggi soccorsi dagli ammortizzatori sociali, a regime dovrebbero essere tutti riassorbiti. L’ottimismo della volontà di fronte al pessimismo della ragione.