De Puyfontaine: "Vivendi crede nella rete unica, ma Tim abbia il giusto valore"
di Sara Bennewitz , di Sara BennewitzPARIGI - Arnaud de Puyfontaine, Ceo di Vivendi, siede dal dicembre 2015 nel cda di Telecom Italia, di cui i francesi sono il primo azionista, e in questi anni ha imparato a conoscere le dinamiche delle istituzioni tricolori. Il manager, che in Francia viene considerato un ambasciatore dell’Italia, è pronto a lavorare a fianco della Cassa depositi e prestiti (Cdp) per la creazione della rete unica, purché le valutazioni rendano giustizia ai fondamentali di Tim.
Monsieur de Puyfontaine, domenica Tim ha firmato il memorandum per dare vita alla rete unica con Open Fiber. Gli analisti valutano la rete Tim tra 17 e 21 miliardi di euro, prima delle sinergie, lei quale valore considera adeguato?
«Guardi voglio essere molto chiaro sul tema del valore della rete: Vivendi non appoggerà mai la cessione della rete ai valori che lei ha citato, e questo nel migliore interesse di Tim. Tra l’altro, a proposito delle stime a cui fa riferimento, non posso n…
PARIGI - Arnaud de Puyfontaine, Ceo di Vivendi, siede dal dicembre 2015 nel cda di Telecom Italia, di cui i francesi sono il primo azionista, e in questi anni ha imparato a conoscere le dinamiche delle istituzioni tricolori. Il manager, che in Francia viene considerato un ambasciatore dell’Italia, è pronto a lavorare a fianco della Cassa depositi e prestiti (Cdp) per la creazione della rete unica, purché le valutazioni rendano giustizia ai fondamentali di Tim.
Monsieur de Puyfontaine, domenica Tim ha firmato il memorandum per dare vita alla rete unica con Open Fiber. Gli analisti valutano la rete Tim tra 17 e 21 miliardi di euro, prima delle sinergie, lei quale valore considera adeguato?
«Guardi voglio essere molto chiaro sul tema del valore della rete: Vivendi non appoggerà mai la cessione della rete ai valori che lei ha citato, e questo nel migliore interesse di Tim. Tra l’altro, a proposito delle stime a cui fa riferimento, non posso non notare che il fondo Macquarie ha acquisito la sua partecipazione in Open Fiber a multipli ben superiori (7,3 miliardi o 29 volte il margine operativo lordo, ndr). Penso quindi che la separazione della rete, e la conseguente creazione di una rete unica, sia l’opzione che potenzialmente creerebbe più valore per Tim; ma se il reale valore non fosse riconosciuto, dato che siamo un investitore industriale di lungo periodo, siamo pronti a valutare altre opzioni capaci di rivelare tutto il potenziale di Tim nell’interesse di tutti gli stakeholders. Deve essere chiaro che Vivendi è il più forte difensore degli interessi di Tim in questa partita».
Però gli investimenti in Italia, da Mediaset a Tim, finora non vi hanno dato molta soddisfazione…
«Sono fiducioso sulle prospettive delle nostre attività in Italia, un Paese che in questi anni ho imparato a conoscere. Ammetto che all’inizio abbiamo sottovalutato alcune dinamiche complesse, ma ora abbiamo intrapreso un percorso virtuoso di creazione di valore in Tim. Abbiamo inoltre cercato un buon rapporto con il governo Draghi. Siamo orgogliosi delle ottime relazioni tra Italia e Francia, dell’accordo bilaterale siglato tra i nostri due Paesi, dal Presidente Mattarella e Macron. Ogni volta che faccio un roadshow negli Usa e in Europa gli investitori mi chiedono dell’Italia, mi faccio ambasciatore di questo Paese meraviglioso, che ha tante affinità con la Francia».
Come sono i vostri rapporti con la Cdp?
«Cdp nel 2018 ha votato al fianco di Elliott (che si opponeva a Vivendi, ndr), ma da allora molte cose sono cambiate. Il presidente Giovanni Gorno Tempini, è entrato nel cda di Tim e dallo scorso ottobre, quando la situazione si è fatta più urgente dato l’andamento dei conti che ha portato a tre “profit warning”, abbiamo intrapreso un dialogo costruttivo con Cdp. Vivendi è un investitore di lungo termine che ha a cuore l’interesse dell’Italia e di una delle sue più grandi aziende, che porta con sé 45 mila dipendenti e che certamente gioca un ruolo cruciale nella digitalizzazione del Paese».
Che mi dice della governance di Tim, è vero che non siete soddisfatti dell’attuale assetto?
«La nostra posizione sul tema della governance è stata più volte esplicitata: se si vuole avere una assemblea coesa nel voto per lo scorporo della rete penso sia imprescindibile riflettere sui necessari miglioramenti della governance nel rispetto delle esigenze del mercato. E non ci sono dubbi che il governo Draghi questo rispetto lo abbia. Confido quindi che questa nostra preoccupazione venga recepita in tempi utili».
Non trova che i tempi della politica non collimino con le necessità di Tim, che deve intraprendere senza indugio scelte coraggiose?
«Certo con tempi più lunghi di quanto da tempo auspicato da Vivendi, ma adesso il percorso è stato instradato, Tim ha firmato un memorandum per provare a dar vita alla rete unica. Per Vivendi non è stato facile scegliere di rinunciare all’idea di una Tim verticalmente integrata, ma forse oggi i tempi sono davvero maturi per un cambio epocale. L’ad Pietro Labriola annuncerà il nuovo piano industriale il 7 luglio, per allora avremo definito qual è la strada e quali sono le tappe fondamentali per separare la rete dai servizi. La fusione tra la rete di Tim e l’infrastruttura di Open Fiber è la scelta industriale maestra, ma non è l’unica».
Il potenziale conflitto d’interesse di Cdp, socio di Tim (10%) e Open Fiber (60%) rappresenta un problema?
«Sono fiducioso che verrà trovata una soluzione che è nell’interesse di tutti gli stakeholder e del Paese. Come azionisti di riferimento, il nostro dovere è tutelare il valore e l’interesse dell’azienda, nei confronti dei nostri azionisti e di tutti gli altri investitori di Tim».
Si parla di un interesse di Vivendi nei contenuti, da Timvision a Sky Italia. È vero?
«Siamo interessati a continuare a investire in Italia, stiamo vagliando l’acquisizione di alcune società di produzione di contenuti tv. Quanto a TimVision, siamo già soci tramite Tim, confidiamo ci possano essere sinergie industriali sempre più producenti con Canal Plus».
Vivendi ha valorizzato con successo Universal, ma il mercato vi valuta a sconto come una holding, invece che come un colosso dei media. Come mai?
«Perché a volte gli investitori si fissano sull’albero, e non vedono la foresta. Abbiamo scorporato e quotato Universal anche per questo, restituendo il valore creato in questi anni a tutti i soci. Nel 2014 abbiamo rifiutato un’offerta per 7 miliardi, nel 2021 abbiamo quotato Universal per una valutazione superiore a 45, restituendo agli azionisti 27 miliardi di valore. Abbiamo fatto lo stesso con Gvt, Ubisoft e Fnac Darty».