La Ue approva il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca: stop al petrolio, ma il patriarca Kirill si salva
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - Alla fine l’Ue ha approvato il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Ma ha dovuto cedere per la seconda volta ai ricatti dell’ungherese Viktor Orbán. Nei giorni scorsi infatti si è piegata sull’embargo petrolifero e ha inserito una deroga specifica per Budapest. Adesso, sempre per evitare il suo veto, ha escluso il patriarca di Mosca Kirill dalla “black list”.
Il negoziato stava diventando davvero sfibrante per l’Unione. In un mese i 27 hanno collezionato figuracce e hanno esposto in pubblico le loro divisioni. Certo non il modo migliore per contrastare le mosse di Putin e la propaganda del Cremlino. Questi trenta giorni, dopo l’annuncio imprudente fatto da Ursula Von der Leyen al Parlamento europeo, hanno dunque evidenziato non solo la fragilità del sistema decisionale europeo ma anche che l’Ungheria rappresenta un “baco” dentro l’Ue. Il premier ung…
BRUXELLES - Alla fine l’Ue ha approvato il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Ma ha dovuto cedere per la seconda volta ai ricatti dell’ungherese Viktor Orbán. Nei giorni scorsi infatti si è piegata sull’embargo petrolifero e ha inserito una deroga specifica per Budapest. Adesso, sempre per evitare il suo veto, ha escluso il patriarca di Mosca Kirill dalla “black list”.
Il negoziato stava diventando davvero sfibrante per l’Unione. In un mese i 27 hanno collezionato figuracce e hanno esposto in pubblico le loro divisioni. Certo non il modo migliore per contrastare le mosse di Putin e la propaganda del Cremlino. Questi trenta giorni, dopo l’annuncio imprudente fatto da Ursula Von der Leyen al Parlamento europeo, hanno dunque evidenziato non solo la fragilità del sistema decisionale europeo ma anche che l’Ungheria rappresenta un “baco” dentro l’Ue. Il premier ungherese ha confermato con i fatti di volersi presentare come l’alfiere putiniano nell’Unione. Anche il braccio di ferro su Kirill lo dimostra: il Patriarca russo è infatti uno degli uomini più vicini allo “zar” moscovita. Quasi un simbolo della battaglia russa contro l’Occidente.
Ma proprio per questo difficilmente saranno evitate ripercussioni nel medio-lungo periodo. I 26 hanno messo nel mirino Orbán e da questo momento coglieranno ogni occasione per metterlo in difficoltà. A cominciare dai soldi del Pnrr fino al divieto di rivendere il petrolio acquistato dai russi e i suoi derivati. Anzi, proprio questo nodo era stato inserito nella discussione degli ultimi giorni. L’idea di concedere il diritto a una forma di dumping, però, è stata respinta. Sebbene gli ungheresi stiano ancora sperando in una formulazione del testo che offra loro uno spiraglio interpretativo. Sebbene i mercati hanno già reagito e l’aumento del prezzo del greggio, nonostante l’aumento della produzione annunciato dall’Opec, è stato ricondotto proprio a questa decisione.
Questo accordo, ha detto la presidente della Commissione, «ridurrà la capacità della Russia di finanziare la sua guerra». Ma, appunto, è Orbán a cantare per ora vittoria. «Abbiamo combattuto una lunga battaglia, ma ne è valsa la pena — ha esultato il portavoce del premier ungherese — abbiamo ottenuto l’eccezione per i trasferimenti tramite oleodotti e la rimozione del nome del patriarca Kirill».
Oggi dunque ci sarà il via libera definitivo che comporterà il blocco del 92 per cento del greggio russo a partire dal 2023. Sarà vietato importarlo via nave. Ma sono previste una serie di deroghe che riguardano l’Ungheria che potrà continuare a importare petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. Per la Repubblica Ceca e la Bulgaria, invece, sono state stabilite esenzioni temporali di 18 e 24 mesi.
Tra le misure che diverranno operative già da domani c’è anche l’esclusione della importante banca russa Sberbank dal sistema Swift. Ed è prevista l’estensione dei divieti all’esportazione verso la Russia di prodotti chimici utilizzabili per la costruzione delle armi e dei prodotti petroliferi, nonché tutto l’high-tech.
Il caso politico, però, resta intatto. Nessuno pensa che la “questione ungherese” possa finire così. E sebbene Orbán oggi abbia ricordato che la posizione su Kirill era nota da tempo («Il patriarca è un leader religioso. Nel rispetto dei principi fondamentali della libertà religiosa, il governo ungherese ritiene inopportuno che l’Ue includa specificatamente il suo nome tra i sanzionati»), il tema della revisione del principio dell’unanimità è diventato ineludibile. Anche perché — è il ragionamento che fanno i vertici di Bruxelles — se la guerra in Ucraina dovesse continuare, è impensabile ritrovarsi a discutere con un partner che sistematicamente tira il freno a mano.