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Il Nobel Pissarides: "Ai lavoratori italiani servirebbe il salario minimo. E le aziende devono formare di più"

Il Premio Nobel Christopher Pissarides davanti al Teatro Carignano di Torino con la moglie e il figlio 
Intervista all'economista cipriota, che ha partecipato al Festival Internazionale dell'Economia di Torino. I robot possono aiutare, ma per ridurre il mismatch tra domanda e offerta ci vuole un ruolo più attivo delle imprese nell'istruzione dei dipendenti: "Non assumano solo lavoratori già formati". Il reddito di cittadinanza? "Chi è in povertà va sostenuto"
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TORINO - Le imprese non trovano lavoratori? Forse dovrebbero smettere di cercare "lavoratori già formati, con esperienza, e dedicare invece tempo e risorse alla formazione". E' questa una delle principali cause del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro in Italia per Christopher Pissarides, Premio Nobel dell'Economia nel 2010 grazie ai suoi studi sul mercato del lavoro. Mentre non è tra le cause il reddito di cittadinanza: "E' giusto dare un sostegno ai più poveri". Al tempo stesso, il salario minimo aiuterebbe perché "i lavoratori hanno bisogno di certezze".

Al Festival Internazionale dell'Economia di Torino lo studioso di origine cipriota, docente alla London School of Economics, ha tenuto una lezione dal titolo "Dobbiamo davvero avere paura dei robot?". Domanda alla quale la risposta è "no", innanzitutto perché, anche se il 47% dei lavoratori potrebbero attualmente …

TORINO - Le imprese non trovano lavoratori? Forse dovrebbero smettere di cercare "lavoratori già formati, con esperienza, e dedicare invece tempo e risorse alla formazione". E' questa una delle principali cause del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro in Italia per Christopher Pissarides, Premio Nobel dell'Economia nel 2010 grazie ai suoi studi sul mercato del lavoro. Mentre non è tra le cause il reddito di cittadinanza: "E' giusto dare un sostegno ai più poveri". Al tempo stesso, il salario minimo aiuterebbe perché "i lavoratori hanno bisogno di certezze".

Al Festival Internazionale dell'Economia di Torino lo studioso di origine cipriota, docente alla London School of Economics, ha tenuto una lezione dal titolo "Dobbiamo davvero avere paura dei robot?". Domanda alla quale la risposta è "no", innanzitutto perché, anche se il 47% dei lavoratori potrebbero attualmente essere sostituiti dai robot, non è detto che questo sia conveniente dal punto di vista economico ("ci sono Paesi, come l'India, in cui il costo del lavoro è inferiore a quello dell'automazione", ha spiegato), oppure fattibile dal punto di vista legale. Ma poi c'è un'altra considerazione: i robot "ci sostituiranno per i lavori più noiosi e ripetitivi, ma non per quelli che richiedono interazione tra persone, o per quelli in cui bisogna prendere le decisioni. Per esempio adesso nel Regno Unito vengono utilizzati per raccogliere la frutta, oppure nel settore dell'ospitalità, vista la forte diminuzione di afflusso di lavori dall'Est europeo, a causa della Brexit". Una prospettiva che forse potrebbe essere un'indicazione per un Paese come l'Italia in cui centinaia di migliaia di aziende in questo momento lamentano la mancanza di lavoratori disponibili.

Professore, in Italia mancano 30 mila camionisti, 100 mila tra cuochi e camerieri, ci sono i primi rifiuti persino tra i vincitori di concorso della Pubblica Amministrazione. Quella dei robot potrebbe essere la strada per risolvere il problema?

"Per la Pubblica Amministrazione sono sorpreso, perché si tratta di lavori sicuri con buoni salari: si può sempre dire di "sì" per poi licenziarsi se non ci si trova bene. Per il resto non credo che si tratti di una soluzione a portata di mano: nel settore dell'ospitalità le aziende non possono lanciarsi adesso in nuovi investimenti, sono stremate dopo due anni di Covid, e infatti non possono permettersi di offrire salari alti. Vogliono economizzare, per il momento, per poi ripartire su una base più solida. In tanti inoltre sono convinti che non si tornerà al modello di business di prima: in questi due anni è molto cresciuta la home delivery, le cucine si sono trasferite fuori città, nei seminterrati, perché il cibo non viene servito nei ristoranti ma portato a casa e messo in tavola quasi alla stessa velocità, ed è probabilmente diminuito il fabbisogno di lavoratori. I lavoratori, a loro volta, che magari nel frattempo hanno deciso di fare altro, hanno bisogno di convincersi nuovamente che si tratta di impieghi affidabili, e che non mettono a rischio la loro salute. Per i camionisti infine il problema è soprattutto di ordine legale: ancora le norme non hanno stabilito a carico di chi è la responsabilità in caso di incidenti: è complicato dire di chi è la colpa se si viene investiti da un automezzo che non è guidato da una persona. E poi non c'è ancora l'accettazione sociale della guida autonoma, si tende a pensare che in caso di incidente sia sempre colpa del veicolo a guida autonoma, la fiducia va ancora costruita".

E allora nell'immediato come si può risolvere il problema del mismatch, che in questo momento è particolarmente grave in Italia?

"Intanto bisogna investire sull'istruzione, che deve andare di pari passo con le nuove necessità del momento del lavoro. Inoltre le aziende dovrebbero smettere di cercare lavoratori già formati, con esperienza, e pensare piuttosto che si possono assumere anche lavoratori con competenze generiche, e che poi siano loro stesse a istruirli nello specifico. Per i settori particolarmente precari, come quelli della Gig economy, non ancora pienamente rappresentati dai sindacati, bisogna che il governo intervenga per imporre migliori condizioni, a partire dal salario minimo, assenza per malattia, ferie".

Ma in Italia buona parte dei sindacati si oppone al salario minimo.

"Invece io credo che aiuterebbe i lavoratori ad avere delle certezze, e ad essere meno manipolati. E' sbagliato lasciare tutto alla contrattazione, soprattutto in settori in cui le regole sono affidate a tanti contratti diversi in competizione tra di loro".

Aiuterebbe mandare i lavoratori in pensione prima? In questo momento c'è un importante dibattito sull'età di pensionamento, i sindacati si oppongono con fermezza a che si torni alla legge Fornero e chiedono un pensionamento flessibile a partire dai 62 anni.

"Sessantadue anni è troppo presto adesso, che cosa fai dopo se vai in pensione a quell'età? Probabilmente cerchi un altro lavoro! Ormai si è in ottime condizioni di salute almeno fino a 70 anni. Si potrebbe pensare a un compromesso: dopo i 62 si dà la possibilità alle persone di ricevere una pensione parziale e di lavorare part-time, al massimo per quattro giorni la settimana, lasciando tempo libero per esempio di andare dal medico, o per svolgere altre attività. Anche perché, a quell'età, magari il danaro non è più la priorità, però poterne disporre è ancora una bella cosa!".

Molti imprenditori pensano che il reddito di cittadinanza sia un ostacolo al lavoro, che chi lo percepisce sia disincentivato ad accettare un incarico. Che ne pensa?

"Penso che chi si trova in condizioni di povertà vada sostenuto, ma che i governi debbano anche  incentivare le condizioni perché chi gode del sussidio accetti le proposte di lavoro. Paesi come Danimarca e Svezia sanno farlo  molto bene".