Descalzi: "Senza un tetto al prezzo del gas, inverno in emergenza. Ma il futuro è la fusione nucleare"
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - «Il prossimo inverno non sarà semplice, senza un tetto sul prezzo del gas, perché i volumi ci saranno ma le bollette saranno pesanti per le aziende e i consumatori, in quanto non bisogna dimenticare la distorsione speculativa del mercato». L’allarme viene dall’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, durante un incontro con i giornalisti italiani al termine di una visita negli Usa, che lo ha portato anche a Boston allo scopo di vedere i progressi nella costruzione del prototipo di reattore per produrre energia attraverso la fusione a confinamento magnetico.
L’Italia, secondo Descalzi, fa bene «ad insistere» sul tetto al prezzo del gas: «Per l'inverno, visto che il gas russo ancora c'è, non c'è un problema di flussi ma di prezzi. Per questo è importante che Draghi continui a spingere. Senza ragioni, abbiamo un prezzo che è più alto 6-7 volte di quell…
NEW YORK - «Il prossimo inverno non sarà semplice, senza un tetto sul prezzo del gas, perché i volumi ci saranno ma le bollette saranno pesanti per le aziende e i consumatori, in quanto non bisogna dimenticare la distorsione speculativa del mercato». L’allarme viene dall’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, durante un incontro con i giornalisti italiani al termine di una visita negli Usa, che lo ha portato anche a Boston allo scopo di vedere i progressi nella costruzione del prototipo di reattore per produrre energia attraverso la fusione a confinamento magnetico.
L’Italia, secondo Descalzi, fa bene «ad insistere» sul tetto al prezzo del gas: «Per l'inverno, visto che il gas russo ancora c'è, non c'è un problema di flussi ma di prezzi. Per questo è importante che Draghi continui a spingere. Senza ragioni, abbiamo un prezzo che è più alto 6-7 volte di quello che avevamo nel 2019. Mettere un tetto vuol dire ridurre il prezzo dell'elettricità, e garantire la sicurezza energetica perché dà la possibilità di riempire gli stoccaggi al 85-90%, essenziale in un momento in cui dovessimo vivere un freddo intenso».
L’accordo non sarà semplice, anche perché ci sono interessi economici diversi fra i paesi del Nord e del Sud Europa. «L'abbiamo già visto con l'embargo del petrolio russo. L'Italia però fa bene ad insistere, perché avrebbe un impatto molto positivo. Oltretutto rappresenterebbe anche un mini embargo per la Russia perché guadagnerebbe di meno, e sarebbe anche un deterrente per il gas americano qualora il prezzo tendesse a crescere».
Per il medio, invece, l’amministratore delegato dell’Eni è più ottimista: «Entro due anni mezzo, o tre, riusciremo a sostituire il gas russo. Il governo ha lavorato da subito per trovare alternative, e noi siamo molto diversificati. I nostri predecessori sono stati lungimiranti con le connessioni con l’Africa settentrionale. Noi non stiamo andando a comprare gas, ma andiamo nei paesi dove abbiamo investito e abbiamo del gas. In queste nazioni abbiamo anche le riserve. Lavoriamo in paesi in cui siamo presenti da 60 anni, garantiamo le forniture per il fabbisogno locale, e chiediamo di portare il nostro gas in Italia e in Europa. La priorità ovviamente è l'Italia».
Anche sullo stop al petrolio russo da parte dell’Unione Europea le cose si muovono. I media americani hanno riportato che il dipartimento di Stato ha dato il permesso all’Eni e alla spagnola Repsol di riprendere l’importazione di piccole quantità di greggio dal Venezuela, come compenso per i debiti di Caracas verso le due aziende. L’Opec ha dato il via libera ad aumentare la produzione, ma la carenza degli investimenti degli ultimi tempi limita le stesse capacità di paesi come l’Arabia Saudita, anche dove ci fosse la volontà politica di procedere.
Anche l’attenzione degli azionisti, secondo Descalzi, è passata dalla transizione verso le fonti pulite alla sicurezza energetica: «Durante il Covid, e fino a giugno 2021, il 90% delle domande era sulla transizione energetica. Da giugno-luglio è cambiato tutto e non ci sono state più domande sulla transizione energetica, ma tutto upstream. C'è stata un'inversione a U. La preoccupazione degli investitori è: riuscite a fare investimenti? Avete riserve? Noi siamo visti bene, perché abbiamo fatto un sacco di esplorazioni e abbiamo trovato molto, ma molti non hanno riserve».
L’amministratore delegato dell’Eni guarda anche al futuro, scommettendo sull'energia generata dalla fusione nucleare. La sta sviluppando in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology tramite la Commonwealth Fusion Systems, una startup appoggiata anche da Bill Gates, dove la compagnia italiana è tra i maggiori investitori: «In America stiamo puntando molto sulla parte rinnovabile, e su questa iniziativa scientifica. Siccome ne vediamo le potenzialità, siamo venuti a vedere i progressi. C'è il sito dove si sta costruendo il nucleo centrale della fusione. Questa è stata un'occasione per rivedere tutte le tappe che ci porteranno alla costruzione dell'impianto, che sarà operativo nel 2030, con un prototipo pilota in scala per il 2025».
Nel 2030 l’impianto dovrebbe essere collegato alla rete, producendo molta energia a basso costo, senza rischi per la sicurezza o scorie: «Si sta lavorando già lavorando al raddoppio del progetto pilota. Sarà il primo impianto pseudo industriale nel mondo a emettere in rete energia elettrica da energia nucleare. Siamo partiti come promotori e siamo fra i principali azionisti. Abbiamo fatto un aumento di capitale per costruire il prototipo, che nel giro di dieci giorni ha raccolto 1,8 miliardi di dollari, mostrando che ci sono società finanziarie che ci credono».
Secondo Descalzi potrebbe essere «una vera rivoluzione. Con una bottiglia d'acqua presa dal mare si potranno produrre 250 megawatt in un anno». E questo si potrebbe fare ovunque, Italia compresa se le norme lo consentiranno, cancellando i problemi geopolitici dell’energia che sono ora al centro della disputa con la Russia. «Stiamo già selezionando altre aree negli Stati Uniti. Cerchiamo di avere questi impianti industriali e di averne in parallelo più di uno. E' una vera rivoluzione. Sono impianti piccoli che possono creare molta energia, basata sulla tecnica della fusione di isotopi di idrogeno. Per produrla basta l’acqua pesante, che si trova ovunque, e non richiede un grande fabbisogno idrico. Essendo una fusione, al contrario della fissione, non crea scorie o rischi per la sicurezza. Per fermarla basta interrompere l’energia necessaria ad attivarla. Crea una temperatura dieci volte quella sole, e da questa temperatura viene il vapore che fa funzionare le turbine, e quindi può essere messo in connessione con le infrastrutture esistenti».
Secondo Descalzi «il sistema a caduta porterà benefici ad altri settori dell'economia, dalla sanità all'alimentazione, dall'educazione alle infrastrutture. Potrebbe insomma creare un dopo con conseguenze positive, basti pensare all'Africa e all'impatto sulla deforestazione. Si tratta di un sistema che garantirebbe elettricità a costi bassissimi, facendo finire la dipendenza di alcuni paesi da altri. Il grande valore insomma è il dopo, perciò ci potrebbe essere una corsa ad adottarlo».