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Via libera del Parlamento Ue: stop totale alle auto a diesel e benzina dal 2035. Ma la maggioranza Ursula si spacca su riforma degli Ets e carbon tax

Ursula von der Leyen (afp)
Passa la proposta della Commissione: bocciato l'emendamento del Ppe che prevedeva una quota residua del 10% alle auto non elettriche, per addolcire il passaggio. Approvata la modifica per la Motor Valley. In precedenza gli stessi Popolari avevano votato con l'estrema destra sulla riforma dei certificati che danno diritto a inquinare. Spaccatura anche tra i socialisti
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STRASBURGO - La maggioranza Ursula al Parlamento europeo esplode e la Commissione subisce un colpo senza precedenti: in mattinata, in occasione del voto su alcuni emendamenti di modifica al Green Deal, è successo di tutto.

Il risultato finale è che il progetto di transizione ecologica verso le emissioni zero è stato considerato troppo rapido. Gli eurodeputati lo vogliono rallentare. E lo hanno esplicitato con una maggioranza inedita che ha messo insieme i Popolari del Ppe, Conservatori, i Sovranisti di Id e un gruppetto di Socialisti e Liberali dissidenti.

Il fronte ambientalista si è ripreso solo in serata riuscendo a respingere l’emendamento – sempre sostenuto dal Ppe - che avrebbe rivisto il divieto di vendere auto a benzina e diesel a partire dal 2035. E poi ha salvaguardato i piccoli produttori di eccellenza e di lusso, come la Ferrari (controllata da Exor, che edita Repubblica attraverso Gedi). Ma se anche questa proposta a tutela dei ve…

STRASBURGO - La maggioranza Ursula al Parlamento europeo esplode e la Commissione subisce un colpo senza precedenti: in mattinata, in occasione del voto su alcuni emendamenti di modifica al Green Deal, è successo di tutto.

Il risultato finale è che il progetto di transizione ecologica verso le emissioni zero è stato considerato troppo rapido. Gli eurodeputati lo vogliono rallentare. E lo hanno esplicitato con una maggioranza inedita che ha messo insieme i Popolari del Ppe, Conservatori, i Sovranisti di Id e un gruppetto di Socialisti e Liberali dissidenti.

Il fronte ambientalista si è ripreso solo in serata riuscendo a respingere l’emendamento – sempre sostenuto dal Ppe - che avrebbe rivisto il divieto di vendere auto a benzina e diesel a partire dal 2035. E poi ha salvaguardato i piccoli produttori di eccellenza e di lusso, come la Ferrari (controllata da Exor, che edita Repubblica attraverso Gedi). Ma se anche questa proposta a tutela dei veicoli a combustione fosse passata, probabilmente avremmo assistito a una crisi della Commissione.

Per “salvare” il “Fit for 55”, infatti, c’è stato un altro corto circuito politico: i socialisti di S&D hanno votato insieme ai due gruppi di destra per rinviare il testo alla Commissione Ambiente dell’Europarlamento, nel tentativo di proteggere le intenzioni originarie del provvedimento. Un atteggiamento schizofrenico dell’Aula di Strasburgo, insomma, che evidenzia lo stato confusionale in questa fase delle istituzioni europee.

Il tutto, però, è avvenuto con una spaccatura verticale del Pse e dello stesso Pd. E anche dei liberali di Renew. Il terreno di scontro iniziale sono stati gli Ets, i certificati che danno diritto a inquinare, e la nuova Carbon Tax. La proposta di modifica puntava a far slittare l’entrata in vigore della tassa, e quindi a prorogare gli Ets gratuiti. Su questo emendamento dunque i popolari hanno avuto il sostegno delle destre. Ma hanno contato pure sul voto in ordine sparso del Pse e dei liberali di Renew.

Tra i socialisti si è creata una fronda di 16 deputati quasi tutti dei Paesi mediterranei, preoccupati dal rischio che una evoluzione ecologica troppo veloce possa impattare sull’occupazione. Tra i Democratici italiani, ad esempio, il voto favorevole è stato di Paolo De Castro. Del resto si era capito già da ieri che nel Pse e nella delegazione italiana dei Democratici il clima era fosco. L’appello di ieri mattina del segretario Pd, Enrico Letta, ne era stata la dimostrazione.

Davanti allo scombussolamento della maggioranza che sostiene la Commissione, il gruppo S&D ha chiesto una pausa per riordinare le idee. Il Pacchetto “Fit for 55” stava rischiando di saltare completamente. Davvero un colpo per il fronte ambientalista, per l’esecutivo europeo, per il vicepresidente Timmermans ma anche per Ursula von der Leyen, che pur essendo popolare aveva accolto il “Green Deal” come provvedimento guida per gli ultimi due anni di mandato.

L’unica soluzione per salvare il salvabile era rimandare all’esame della Commissione Ambiente dell’Europarlamento questa parte del pacchetto insieme a quella che riguarda il Fondo sociale per affrontare le difficoltà dell’introduzione degli Ets e della tassa sul carbonio.

Ma anche su questo è successo di tutto. Con i socialisti del Pse di nuovo a soqquadro. Ventuno eurodeputati del Pse si sono infatti espressi in dissenso, tra cui l’italiana Irene Tinagli. Il capogruppo del Pd, Brando Benifei, ha ammesso che «il compromesso nella maggioranza non ha funzionato». A suo giudizio, anche «la destra si è spaccata». Il forzista Antonio Tajani invece ha difeso la scelta e ha attaccato i Dem: «C’era una volta la sinistra che difendeva i lavoratori.

Oggi a Strasburgo il Pd si schiera contro i lavoratori e per chiudere fabbriche dove siamo leader nel mondo. Gran regalo alla dittatura cinese dalla quale dipendiamo per costruire batterie». In sintonia con Raffaele Fitto, di Fdi, che ha sottolineato «il decisivo e paradossale voto del gruppo socialista e quindi del Pd alla bocciatura di importanti dossier del pacchetto Fit for 55».

Il tutti contro tutti di oggi dimostra che la maggioranza “Ursula” non esiste più. E che il cammino della Commissione Ue da qui in poi sarà sempre più complicato e confuso.