La Bce chiude l'era del "denaro facile". Ora la sfida è scongiurare il baratro della stagflazione
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniDopo undici anni, a luglio ricomincerà a salire il costo del denaro. Francoforte, sotto la guida di Draghi prima e Lagarde poi, è stato il faro dell'Eurozona durante la crisi finanziaria ed economica, supplendo alle mancanze delle politiche fiscali. Ora i governi hanno dato risposte più convincenti alla sfida del Covid. E la Banca centrale deve tornare a concentrarsi sul pericolo inflazione, senza però frustrare la crescita: non sarà facile
Con l'annuncio della Bce del primo rialzo dei tassi di interesse in undici anni - un quarto di punto a luglio - e la fine dei programmi straordinari di acquisti dei titoli di Stato, finisce un'era. Quella del denaro a basso costo e dei massicci investimenti in bond sovrani che hanno salvato l'euro da una fine drammatica, i debiti dei Paesi più fragili dalla bancarotta e l'Europa da una lunga depressione economica post-crisi finanziaria.
Ma la sfida del futuro, per i banchieri centrali guidati da Christine Lagarde, non è semplice: i picchi dei prezzi nell'Eurozona, contrariamente a quelli americani, sono enormemente spinti dai rincari energetici, dunque da fattori esogeni su cui le…
Con l'annuncio della Bce del primo rialzo dei tassi di interesse in undici anni - un quarto di punto a luglio - e la fine dei programmi straordinari di acquisti dei titoli di Stato, finisce un'era. Quella del denaro a basso costo e dei massicci investimenti in bond sovrani che hanno salvato l'euro da una fine drammatica, i debiti dei Paesi più fragili dalla bancarotta e l'Europa da una lunga depressione economica post-crisi finanziaria.
Ma la sfida del futuro, per i banchieri centrali guidati da Christine Lagarde, non è semplice: i picchi dei prezzi nell'Eurozona, contrariamente a quelli americani, sono enormemente spinti dai rincari energetici, dunque da fattori esogeni su cui le politiche monetarie possono influire limitatamente. E la presidente della Bce, annunciando altri rialzi dei tassi anche a settembre - almeno un altro quarto di punto - ha ripetuto a più riprese che l'impegno della Bce sarà quello di riportare l'inflazione al 2% e di scongiurare qualsiasi tensione sugli spread, in gergo tecnico, "una corretta trasmissione della politica monetaria per evitare la frammentazione". Non sarà un impegno facile da mantenere: il differenziale tra rendimenti di titoli italiani e tedeschi è sotto pressione da settimane e si è allargato a 225 punti dopo le parole di Lagarde.
La fine del denaro "facile" arriva dopo anni complessi. A novembre del 2011 fu Mario Draghi a correggere la rotta di una Bce, troppo influenzata dalle paranoie tedesche, che aveva ricominciato ad alzare i tassi di interesse quando lo tsunami da suprime americani e le crisi dei debiti europei stavano ancora spazzando il continente. Fu il presidente italiano a cominciare il suo mandato con un taglio dei tassi a condurre la Bce con mano ferma attraverso anni di turbolenze sui mercati, ondate di sfiducia nell'euro, persino rischi deflazionistici. Nel 2012 salvò l'euro con il "whatever it takes" e suo fu anche il difficile compito di compensare con le politiche monetarie la mancanza di politiche fiscali all'altezza della sfida della crisi finanziaria ed economica più grave dalla Grande depressione del 1929.
L'Europa era dominata allora dalla Germania e dall'illusione dell'"austerità espansionistica", dall'idea che il rigore dei conti pubblici potesse guarirla dallo spettro di una stagnazione secolare e dai conti pubblici in disordine. Per fortuna, la Bce di Draghi e poi quella della sua erede, Christine Lagarde, scongiurarono una depressione economica avviando generosi programmi di acquisti dei titoli di Stato, riempiendo le banche di liquidità e spingendo i tassi ai minimi storici. Compensando le mancanze dei governi.
Dal 2020, con la pandemia e la politica dello "zero Covid" della Cina che ha spezzato le catene di forniture, la Bce si è ritrovata dinanzi a nuove sfide. Il Covid ha spinto fortunatamente i governi europei a rispondere alla recessione col più generoso programma di stimoli fiscali della storia europea, il Next Generation Eu, e con la sospensione dei vincoli del Patto di stabilità. E la politica monetaria, finalmente in armonia con il cotè fiscale, ha varato nuovi, colossali programmi di investimenti nei bond sovrani. Un matrimonio perfetto.
La crisi delle catene delle forniture dovuta soprattutto alla volontà di Pechino di contenere il virus a zero, i picchi nei prezzi energetici e la guerra in Ucraina sono nuovi gravissimi shock che hanno imposto alla Bce un epocale cambio di rotta. I banchieri centrali di Francoforte devono evitare un aumento dei prezzi eccessivo e hanno scelto di tornare dunque su politiche monetarie restrittive. Ma guardano con grande preoccupazione alla crescita: la ripresa post-Covid, che in tutte le proiezioni dello scorso anno si annunciava poderosa, è già abortita. Adesso si teme persino una possibile recessione, almeno in alcuni Paesi. La palla dovrebbe tornare, sul fronte dello stimolo alla crescita, nel campo dei governi europei. Con la Bce impegnata sul fronte della lotta all'inflazione con mosse che non possono più sostenere la crescita, starà alla politica fiscale garantire una ripresa adeguata. E scongiurare lo spettro più nero: quello della stagflazione.