Nft, ho comprato un gattino. Brutto affare
di Flavio Bini , Grafica di Paula Simonetti , Corrado Moretti e Paola Cipriani , di Flavio Bini, Grafica di Paula Simonetti, Corrado Moretti e Paola CiprianiBOOGIE non è stato decisamente un buon investimento. E dire che aveva tutte la carte in regola per essere un gatto modello: quattro zampe, sguardo vispo, muove persino la coda e si gira ripetutamente su sé stesso con una discreta eleganza. Tutte le carte in regola tranne una: non essere un gatto vero. Boogie, all’anagrafe 30326357981 (…), è un Nft. Uno dei milioni che popolano un mondo tanto ricco quanto misterioso, quello dei Non Fungible Token. Un universo fatto di oggetti digitali unici e irripetibili e di certificati che ne attestano la loro autenticità. Perché questo, in estrema sintesi, sono gli Nft. Un mercato che alla fine del primo trimestre dell’anno ha sfiorato quota 17 miliardi di dollari di scambi e che ha sedotto milioni di giovani e giovanissimi, con il rischio di alimentare una nuova gigantesca e pericolosa bolla, resa ancora più fragile dalla tempesta che si sta abbattendo sulle criptovalute. …
BOOGIE non è stato decisamente un buon investimento. E dire che aveva tutte la carte in regola per essere un gatto modello: quattro zampe, sguardo vispo, muove persino la coda e si gira ripetutamente su sé stesso con una discreta eleganza. Tutte le carte in regola tranne una: non essere un gatto vero. Boogie, all’anagrafe 30326357981 (…), è un Nft. Uno dei milioni che popolano un mondo tanto ricco quanto misterioso, quello dei Non Fungible Token. Un universo fatto di oggetti digitali unici e irripetibili e di certificati che ne attestano la loro autenticità. Perché questo, in estrema sintesi, sono gli Nft. Un mercato che alla fine del primo trimestre dell’anno ha sfiorato quota 17 miliardi di dollari di scambi e che ha sedotto milioni di giovani e giovanissimi, con il rischio di alimentare una nuova gigantesca e pericolosa bolla, resa ancora più fragile dalla tempesta che si sta abbattendo sulle criptovalute.
La loro casa è infatti la blockchain, un grande registro condiviso che tiene traccia di tutte le transazioni, e si acquistano e vendono prevalentemente, ma non solo, attraverso monete digitali. Per questo motivo il loro valore negli ultimi giorni sta andando a picco insieme a tutte le principali criptovalute, dal Bitcoin in giù.
Negli ultimi anni gli Nft stanno conoscendo grande popolarità nel mondo dell’arte, dei giochi e dei cosiddetti collectibles, cioè serie di immagini digitali create da artisti, che possono variare per caratteristiche. Eppure, criptoentusiasti a parte, sono in molti a intravedere in questo mercato il rischio di pesantissime scottature per investitori improvvisati, ingolositi da facili e rapidi guadagni. L’ultimo anatema è arrivato dal fondatore di Microsoft Bill Gates, secondo cui criptovalute e Nft sono basati sulla “teoria del più sciocco”. Cioè chi compra questi asset digitali lo farebbe soltanto nella speranza di trovare qualcuno più sprovveduto a cui venderlo ad un prezzo più alto.
Questo viaggio tra scimmie annoiate, gatti psichedelici e artisti veri parte alcune settimane fa da una domanda molto semplice: per quale motivo si dovrebbe spendere cento, mille o diecimila euro per beni digitali presenti in un ecosistema, il web, dove tutto è facilmente duplicabile?
Per trovare una risposta comincio da OpenSea, una delle principali piattaforme di acquisto e vendita. Tecnicamente, viene definito un marketplace, niente di più di un Amazon o un eBay dove anziché comprare beni fisici si acquistano beni digitali. È uno spazio aperto, una sorta di grande galleria di immagini dove chi vuole può acquistare ciò che gli piace. Parto dalle Bored Ape, scimmiette digitali dall’espressione annoiata che ho capito essere uno dei casi di maggiori successo del settore. Lo scorso novembre un pezzo della collezione Bored Ape Yacht Club è stato venduto per 3,4 milioni di dollari. Il più “economico” sulla piattaforma ora vale 125 mila dollari, un po' troppo per le mie tasche.
Che cosa sono gli Nft e come vengono utilizzati
Cambio settore, passo ai gatti e scelgo quello che chiamerò Boogie. Prima difficoltà: il prezzo principale non è espresso in valuta tradizionale ma in Ethereum, la seconda maggiore criptovaluta in circolazione dopo Bitcoin. Boogie costa 0,035 Ether, l’equivalente di poco più di 63 dollari. Decido che può essere un buon investimento. Per acquistare un Nft serve però un wallet digitale, un portafoglio in criptovaluta da utilizzare per procedere agli acquisti. Utilizzo quello che si appoggia a Coinbase, uno dei più famosi exchange di monete digitali, carico i fondi dalla mia carta di credito, li converto in Ethereum e in meno di cinque minuti posso procedere al mio acquisto. Non prima di avere pagato delle salatissime commissioni di rete destinate alla piattaforma, che di fatto mi portano a spendere 10 dollari in più di quanto previsto. Superate tutte le autenticazioni in meno di mezz’ora sono diventato proprietario di Boogie, un gatto azzurro roteante. E adesso?
Ho speso oltre 70 dollari per avere conservata nel mio wallet un’immagine digitale, o meglio un certificato di autenticità di un’immagine digitale, che chiunque può vedere liberamente, copiare, mandare agli amici. Certo in ogni momento posso aprire la app e guardarmi Boogie: è mio e solo mio. Ma tale e quale lo può vedere chiunque su OpenSea, dove l’ho comprato. C’è di peggio: scopro con amarezza che in realtà ci sono altre 446 copie di Boogie in giro. Certo uniche come la mia, ma pur sempre uguali. Non posso dire nemmeno di essere l’unico con un gatto azzurro sul telefono. Non sento di avere speso bene i miei soldi: lo rimetto in vendita sperando che qualcuno se ne voglia fare carico. OpenSea permette di fissare un prezzo oppure accettare le offerte che sono state presentate in passato. Ma valgono meno della metà di quanto ho speso, quindi preferisco tenermi il mio Nft in attesa di tempi migliori. Ne traggo una conclusione: non ho fatto una grande scelta andando allo sbaraglio guidato solo dalla curiosità. Mi serve una guida.
Federico, studente di grafica e comunicazione di 21 anni, mi fa capire in meno di un’ora di conversazione quanto fossi lontano dal capire la complessità di questo mondo, fatto in realtà di transazioni a tre zeri, artisti milionari e file chilometriche. File digitali, ovviamente. Non è un investitore professionista. “Ho cominciato con le criptovalute, quando avevo un po’ di soldi di parte investivo in cripto” - spiega - “non cifre clamorose, dell’ordine di centinaia di euro, mai più di mille”. Formazione sul tema dei criptoinvestimenti? Nessuna, tutta materia imparata sul campo tra web e social.
La sua piattaforma di riferimento è cripto.com, un altro luogo dove potere acquistare e vendere Nft oltre che criptovalute. La parola chiave di tutta questa storia è drop, letteralmente dall’inglese “qualcosa che cade dall’alto”. Ed in effetti è proprio dall’alto che sembrano piovere gli Nft del suo racconto: appena vengono rilasciati quelli più interessanti, ci si affolla per acquistarli prima degli altri. “Funziona così: ad una determinata ora si sa che esce un determinato drop, le persone si mettono in fila e sperano di potere acquistare il loro pacchetto”. Dice proprio così, “pacchetto”. Alla fine non è molto diverso che mettersi in fila per un numero limitato di pacchetti di figurine. Quando arriva il tuo turno, e puoi comprarne un numero limitato a testa, li apri e scopri cosa hai trovato all’interno.
“Compri a scatola chiusa, non sai cosa ci sarà dentro. Dipende dalle qualità di quella carta. Ma se ti va bene puoi essere anche fortunatissimo”. Le qualità sono caratteristiche definite per ogni singolo Nft e che ne stabiliscono la loro unicità. Anche in questo caso, tutte cose già viste ai tempi delle figurine e delle carte da collezione. Con una differenza importante: il volume di soldi che generano questi drop.
Ne sa qualcosa il californiano Ulysses Gonzales, vera e propria leggenda del mondo Nft con il nome di Ugonzo, che lo scorso anno ha venduto con un singolo drop tutti i suoi 10000 PsychoKittens (gattini psichedelici) in 89 secondi, portandosi a casa oltre un milione di dollari in meno di due minuti. “Ho provato a partecipare a un drop successivo, della stessa casa grafica di Ugonzo”, racconta ancora Federico. ”Io mi sono messo in fila ma non ce l’ho fatta. Un mio amico sì, ha preso tre pacchetti a 200 dollari l’uno e in un uno di questi ha trovato un Nft molto raro. In 5 minuti sono arrivate oltre 30 offerte e l’ha subito rivenduto a 5000 dollari. Un altro l’ha poi rivenduto a 2500 e il terzo al prezzo di acquisto. Alla fine con questo drop ha guadagnato quasi 7000 dollari”.
Un mercato completamente deregolamentato, accessibile anche a giovani e giovanissimi, che promette imponenti facili guadagni anche a una platea poco alfabetizzata dal punto di vista finanziario. Verrebbe da domandarsi, ironicamente, che cosa mai potrebbe andare storto?
Valeria Portale, presidente dell’Osservatorio Blockchain & Distribuited Ledger del Politecnico di Milano, non ha dubbi. “Siamo certamente davanti a una bolla. Anche se è difficile dire se abbia già raggiunto il suo massimo oppure no. Credo ci sarà una fase di razionalizzazione e di pulizia, sia da parte del mercato che porterà ad un aggiustamento automatico, sia da parte di autorità di regolamentazione. Vedo sicuramente il pericolo che i risparmiatori possano farsi affascinare dal fenomeno senza però averne capito le potenzialità”. Penso a Boogie, acquistato improvvidamente a 63 dollari e che ora ha offerte per meno di un terzo di quanto speso, e mi pare francamente difficile darle torto. Ma c’è a chi è andata molto peggio: il primo tweet del fondatore di Twitter Jack Dorsey, trasformato in Nft, era stato venduto per 2,9 milioni di dollari nel marzo 2021 e oggi si trova in vendita su OpenSea con offerte da meno di 1000 dollari.
I numeri alimentano comunque le preoccupazioni di Portale. Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio, il 12% della popolazione italiana oggi possiede o ha posseduto token digitali, che siano criptovalute o Nft, e a questo si aggiunge un ulteriore 17% di persone che si dice interessato a farlo nei prossimi mesi. Vuol dire che quasi un italiano su tre si è avvicinato o pensa di avvicinarsi a questo mondo. “Distinguerei però il valore economico degli Nft dal valore della tecnologia: il primo lo sceglie il mercato. Il secondo è quello davvero importante e da non sottovalutare. Cioè la possibilità di certificare l’unicità di un bene digitale che in questo mondo è sempre stato un problema”.
Per il mondo dell’arte ad esempio gli Nft stanno aprendo vere e proprie autostrade. Giuseppe Veneziano, pittore siciliano e artista apprezzato a livello mondiale, è stato tra i primi ad esplorare questo tipo di mondo. Prima obiezione che gli pongo: l’arte digitale esisteva anche prima, perché c’era bisogno degli Nft? “Perché prima i file potevano essere copiati. L’Nft attesta l’unicità di quel bene: dice che che quel file è unico”. C’è anche un beneficio concreto. L’Nft conserva al suo interno una sorta di contratto, lo smart contract, che definisce anche in maniera automatica quanto deve essere riconosciuto all’artista ogni volta che la sua opera passa di mano. Nel caso di SuperRare, la piattaforma dove espone Veneziano, ad ogni passaggio di proprietà gli spetta il 10% della transazione. “Questo tipo di meccanismo esiste anche nel mondo fisico. Si chiama diritto di seguito e prevede che ad ogni passaggio il 4% vada versato alla Siae, che poi trattiene l’uno per sé e lascia il 3% all’artista, ma con gli Nft è sicuramente più facile esercitarlo ogni volta e all’artista resta di più”.
Autostrade sì, ma anche praterie senza leggi chiare e definite. Basti pensare alla recente polemica che ha coinvolto alcuni grandi musei italiani, tra cui gli Uffizi di Firenze, che hanno siglato un accordo con una società privata per “tokenizzare” alcune delle proprie principali opere d’arte fisica, cioè trasformarle in Nft, a fronte del versamento di una sorta di royalty sui profitti legati alle opere Nft. Cioè la società poteva creare delle copie digitali delle opere, limitate, destinate alla vendita o il noleggio, e il museo avrebbe incassato la metà dei proventi. Un’operazione che ha sollevato molteplici incognite, a partire da quali diritti possa vantare alla fine lo Stato, proprietario delle opere fisiche, sui beni tokenizzati.
Il tema del diritto di proprietà resta uno dei più complicati da afferrare. Come definire, e proteggere il possesso di un bene in mondo dove la duplicazione è così facile? Marco Boldini, partner dello studio legale Orrick specializzato nel fintech, è tra quelli che provano a fare ordine in questa giungla giurisprudenziale. “Se consideriamo un bene immateriale, cioè nativamente digitale, chi compra un Nft non ne acquista la proprietà, perché di fatto non si ha la possibilità di fare tutto quello che si vuole con il bene, spiega. “Più che rappresentare un diritto di proprietà, l’Nft rappresenta un mezzo di gestione della proprietà, cioè per capire da chi passa la titolarità”.
Ma se il mondo del diritto comincia interrogarsi sui principi da applicare a questo universo dai confini ancora sfumati, la completa deregolamentazione del settore spiana intanto la strada alle peggiori speculazioni. E i giovani rischiano di essere i più vulnerabili. Anche Federico ne è consapevole. “Io - dice - mentre studio lavoro anche come cameriere: arrivo se va bene a 1000 euro al mese e non tutti i mesi: è davvero poco. Lavorando un intero anno prendo a malapena a quello che ha guadagnato il mio amico in un’ora, con un drop. Devo essere sincero: mi fa impressione”. E non solo a lui. Quanto a Boogie, il mio gatto azzurro roteante, non se la passa benissimo. Il crollo delle monete digitali ne ha sensibilmente abbattuto il valore e in assenza di compratori pare di capire che resterà a farmi compagnia nel portafoglio virtuale ancora a lungo. In attesa di criptotempi migliori.