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Filiere corte, internazionalizzazione, innovazione: le carte dei distretti italiani nella nuova globalizzazione. Export da record a 133 miliardi, ma la Russia ne costa 3

(ansa)
Il rapporto di Intesa Sanpaolo sull'economia dei distretti: fatturato boom nel 2021, +25% e superati ampiamente i livelli pre-Covid. La guerra ha chiuso un mercato importante, ma c'è fiducia su una nuova crescita in doppia cifra anche quest'anno. Da migliorare: investimenti su tecnologie e risparmio energetico
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MILANO - Filiere corte e fornitori di prossimità; predisposizione all'internazionalizzazione; competitività certificata dai dati di commercio estero; campioni di filiera che si sono dimostrati resilienti anche durante la pandemia e capaci di crescere in redditività, fatturato, occupazione. Sono queste le carte vincenti dei distretti industriali italiani, passati come da tradizione sotto la lente del quattordicesimo Rapporto annuale che la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha dedicato a questo pezzo, assai caratteristico, del tessuto produttivo tricolore. Un tessuto sano, almeno fino ai mesi più recenti.

Secondo il documento, presentato ieri a Milano dal presidente della banca, Gian Maria Gros-Pietro, con il chief economist, Gregorio De Felice, e il responsabile della ricerca Industry&Banking, Fabrizio Guelpa, il fatturato dei distretti industriali è rimbalzato del 25,2% nel corso del 2021, portandosi 4,3 punti percentuali sopra i…

MILANO - Filiere corte e fornitori di prossimità; predisposizione all'internazionalizzazione; competitività certificata dai dati di commercio estero; campioni di filiera che si sono dimostrati resilienti anche durante la pandemia e capaci di crescere in redditività, fatturato, occupazione. Sono queste le carte vincenti dei distretti industriali italiani, passati come da tradizione sotto la lente del quattordicesimo Rapporto annuale che la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha dedicato a questo pezzo, assai caratteristico, del tessuto produttivo tricolore. Un tessuto sano, almeno fino ai mesi più recenti.

Secondo il documento, presentato ieri a Milano dal presidente della banca, Gian Maria Gros-Pietro, con il chief economist, Gregorio De Felice, e il responsabile della ricerca Industry&Banking, Fabrizio Guelpa, il fatturato dei distretti industriali è rimbalzato del 25,2% nel corso del 2021, portandosi 4,3 punti percentuali sopra i livelli pre-Covid. Forte il contributo dell'export, che ha fissato il nuovo record storico sfiorando quota 133 miliardi. Solo il sistema della moda non ha ancora rimarginato la ferita aperta dalla crisi della pandemia. Per il resto, molti segni positivi. Che stavano proseguendo anche nel primo scorcio dell'anno, nonostante le tensioni già sensibili sui costi: il commercio esterno del primo trimestre viaggiava al +19,3%, spiegato solo in parte dall'aumento dei prezzi alla produzione.

I punti di forza dei distretti italiani

Poi l'invasione in Ucraina da parte della Russia ha chiuso un mercato che vale 3,2 miliardi di euro, il 4,2% del totale ma con punte del 10% in alcuni ambiti, come quello marchigiano; e l'evoluzione incerta dei prezzi delle commodity lascia aperti molti interrogativi, così come il generale rallentamento dell'economia globale e il mutato atteggiamento delle Banche centrali che con più (Fed) o meno (Bce) veemenza hanno accelerato la stretta monetaria. Ciononostante ci sono tali segnali di forza che De Felice pronostica sia comunque fattibile una ulteriore crescita, a livello di fatturato nominale, in "doppia cifra" nel corso dell'anno.

La realtà distrettuale italiana si inquadra in un contesto di forte cambiamento geopolitico, avviato dalla pandemia con le sue strozzature alle catene di fornitura e ora ulteriormente modificato dalla crisi energetica e dalle tensioni politiche. In questo contesto, è emerso alla presentazione, i distretti tricolori hanno alcuni tratti che possono diventare un importante vantaggio competitivo. Primo su tutti, il forte radicamento territoriale della filiera: analizzando i dati sui bonifici delle imprese campione, emerge che in media i fornitori distano solo 116 chilometri contro i 140 del totale dell'industria italiana. E visto che le catene si stanno sempre più regionalizzando, questa è una forza. Non a caso, hanno sottolineato più volte Guelpa e De Felice, "i distretti sono la parte industriale italiana che ha performato meglio della media, nell'ambito di una produzione industriale che ci vede a livello nazionale performare meglio della Germania". Fatto 100 il livello della produzione industriale nel 2015, l'Italia sta ora a 108 e la Germania a 98.

Significativo anche che il numero medio di fornitori nei distretti sia superiore all'industria non distrettuale (29 contro 25) e che ci sia una buona capacità di innovazione: 70 brevetti ogni 100 imprese nei distretti, contro il 51 nell'"altra" industria. Non da ultimo, a testimonianza della qualità della produzione di queste imprese, le aziende riescono a passare a valle gli aumenti di costi che stanno subendo a monte, riuscendo così a mitigare il loro impatto. Significa che hanno per le mani un prodotto che "vale".

La pagella dei distretti migliori

Il rapporto stila anche la consueta graduatoria di quali sono i distretti "vincitori" in base a un mix di valutazioni che vanno dalla capacità di far crescere il fatturato alla marginalità, passando per patrimonializzazione, export e via dicendo. In cima ci sono le Macchine agricole di Padova e Vicenza, poi la Camperistica della Val d'Elsa quindi le Macchine agricole di Reggio Emilia e Modena.

I punti da migliorare

Non tutto è luce, ovviamente. Il rapporto identifica fondamentalmente tre ambiti di intervento, in dialogo con le possibilità (e i fondi) aperte dal Pnrr. Piano che, per altro, risulta conosciuto in chiave strategica per la propria azienda solo dal 7% del campione, mentre quasi sei imprenditori su dieci ne hanno una contezza nulla o insufficiente. Primo ambito migliorabiele: tecnologie 4.0. Le industrie stanno accelerando l'adozione, ma si limitano alle medio-grandi (tre su quattro). Se si scende alle piccole, siamo solo a una su cinque. Secondo ambito: la transizione ecologica. Soprattutto in tempi di caro-energia, presidiare questi aspetti è fondamentale. Ma, ad esempio nella filiera del legno-arredo che è ad alta intensità distrettuale, meno di un'impresa su tre nell'ultimo triennio ha investito in macchinari che riducessero i consumi energetici. In questo senso, la proposta di aderire a una comunità energetica è assai interessante per i distretti, anche perché vedono una maggiore incidenza di imprese energivore rispetto alla media.

Tra gli altri aspetti indagati e da migliorare, la governance: con la pandemia ha rallentato il ricambio generazionale dei board, mentre numeri alla mano performano meglio le aziende che hanno capi o forza lavoro giovane. Anche da questo pezzo di economia emerge il mismatch tra offerta di lavoro (e percorso formativo) e bisogni di talenti da parte delle aziende. E poi c'è il tema dei capitali. "Le aziende italiane hanno 400 miliardi sui conti corrente su 600 di debiti: il sistema è sano", ha ricordato De Felice. Però gli imprenditori prevedono in media una crescita più alta del fatturato che non degli investimenti, negli anni a venire. "E' il momento di attivare il capitale dormiente - ha chiosato Gros-Pietro, ricordando che le aziende non hanno problemi di liquidità e la stessa Intesa ne ha erogata per 15 miliardi nei primi 5 mesi del 2022, alle Pmi - La ragione principale per cui non viene investito è che c’è ancora incertezza sulle direzioni opportune in cui farlo. Se l'Europa darà chiare direttive tecnologiche ed energetiche, l'Italia avrà un vantaggio. Gli investimenti si indirizzeranno su capacità produttiva e attrezzature. E con molti impianti da riconvertire, noi che siamo tra i maggiori produttori di macchinari potremo approfittarne".