Monti “Così salvai l’Italia. Oggi per abbassare lo spread dobbiamo fare le riforme”
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - E’ difficile dimenticare la notte del 28 giugno di dieci anni fa. ’Bum-Bum Balotelli’ infrange per due volte le difese della Germania e l’Italia vola a Kiev per la finale degli Europei di calcio. Ciò che in tanti hanno dimenticato è che nelle stesse ore, l’Italia mise all’angolo la Germania anche in un drammatico vertice europeo. E quella sonora disfatta di Angela Merkel, dovuta a un’inedita alleanza tra Italia, Francia e Spagna, fu cruciale per la salvezza dell’Europa. Il Consiglio europeo del 28 giugno del 2012 fu un momento “storico”, come ricorda anche François Hollande nelle sue memorie. E non solo perché varò l’Unione bancaria: le conclusioni del summit cambiarono per sempre gli equilibri e gli assetti istituzionali del continente, ponendo le premesse per il “whatever it takes” di un mese dopo, la frase pronunciata dal presidente della Bce Mario Draghi…
BERLINO - E’ difficile dimenticare la notte del 28 giugno di dieci anni fa. ’Bum-Bum Balotelli’ infrange per due volte le difese della Germania e l’Italia vola a Kiev per la finale degli Europei di calcio. Ciò che in tanti hanno dimenticato è che nelle stesse ore, l’Italia mise all’angolo la Germania anche in un drammatico vertice europeo. E quella sonora disfatta di Angela Merkel, dovuta a un’inedita alleanza tra Italia, Francia e Spagna, fu cruciale per la salvezza dell’Europa. Il Consiglio europeo del 28 giugno del 2012 fu un momento “storico”, come ricorda anche François Hollande nelle sue memorie. E non solo perché varò l’Unione bancaria: le conclusioni del summit cambiarono per sempre gli equilibri e gli assetti istituzionali del continente, ponendo le premesse per il “whatever it takes” di un mese dopo, la frase pronunciata dal presidente della Bce Mario Draghi. Frase che, unitamente al Quantitative Easing introdotto nel 2015 e di cui solo ora la Bce ha annunciato il graduale esaurimento, ha ddomesticato i mercati per dieci anni.
Ora che lo spread ha ricominciato ad attanagliare l’Italia e che la Bce sta tentando un funambolismo complicato per fermare l’inflazione senza strozzare la ripresa, il protagonista indiscusso del Consiglio europeo di dieci anni fa, Mario Monti, ripercorre quelle ore burrascose. Allora il senatore a vita era presidente del Consiglio di un’Italia che continuava a essere bombardata dai mercati nonostante le riforme e gli aggiustamenti dei conti pubblici. Quella notte, il governo italiano conseguiva il risultato, al quale lavorava da sei mesi, di strappare di dosso alla Bce la camicia di forza tedesca che la stringeva dagli esordi. E l’ex commissario europeo alla Concorrenza ci spiega anche perché lo spread di oggi “è fatto in casa”, perché sul Patto di stabilità si profila uno scontro forse ancora più duro che in passato tra Nord e Sud Europa e perché è corretto dire che “la funzione della Bce non può essere quella di chiudere gli spread”. Sul lungo ‘azzardo morale’ con il quale la politica monetaria europea ha ridotto la pressione alle riforme e alla disciplina di bilancio, Monti dà ragione alla Germania, avendo egli sostenuto questa tesi dagli anni Ottanta.
Presidente, del vertice europeo di giugno del 2012 si ricorda sempre il varo dell’Unione bancaria. E’ la prima frase delle conclusioni, quella che promette di spezzare il legame pericoloso tra titoli di Stato e banche. Ma ce n’è una più importante, contenuta in quel documento.
“Sì, è quella in cui i capi di Stato e di governo dell’Eurozona si assumono un ‘forte impegno a compiere quanto necessario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro’. Per la prima volta, , superando la storica contrarietà della Germania e della Bundesbank, tutti i leader della zona euro – compresa la riluttante cancelliera tedesca e i suoi alleati “falchi” di Olanda e Finlandia - dichiarano di considerare legittimo e anzi necessario stabilizzare i mercati dei titoli di Stato. Non di tutti, certo. Solo dei Paesi che rispettano le regole europee e le raccomandazioni ad essi indirizzate. Ma soprattutto: c’è un accenno fondamentale alla Bce che potrà condurre operazioni di mercato effettive ed efficaci. Non potevamo ovviamente imporre alla Bce di comprare titoli perché ne avremmo violata l’indipendenza. Ma, menzionandola, mostravamo l’aspettativa che proprio la Bce effettuasse tali acquisti. La Merkel, che dopo una notte di duro negoziato si era rassegnata ad accettare ciò, insistette per aggiungere una condizionalità: che gli Stati a favore dei quali la Bce avesse attivato questo scudo antispread dovessero sottoscrivere un Memorandum d’intesa. Questa condizione è stata in effetti inserita nella delibera della Bce che ha creato lo strumento Omt, riprendendo i principi della dichiarazione dell’Eurosummit. Il Memorandum comporta l’intervento della “troika” (Bce, Commissione europea, FMI). Hollande e io volevamo che solo la Commissione intervenisse nel monitoraggio. E sarebbe stato meglio. Nessun Paese, se non ridotto alla disperazione, avrebbe chiesto la protezione dello scudo, con lo stigma che la Troika evoca nei mercati. E infatti nessuno ha fatto ricorso all’OMT. Finora”.
Le conclusioni del 29 giugno furono quindi le premesse del ‘whatever it takes’ di un mese dopo?
“Certo. Con l’impulso dell’Italia, che intanto stava facendo le politiche necessarie per risanare la propria difficile situazione, l’Europa politica ha ottenuto che né la Germania né altri tenessero la Bce dentro una camicia di forza che, da sola, essa non aveva la forza o il coraggio di spezzare, pur godendo di piena indipendenza sulla carta”.
E perché i mercati non si calmarono subito?
"Non sono i governi che possono intervenire a comprare titoli creando moneta. Con la dichiarazione del 29 giugno i governi, incluso quello tedesco, hanno detto alla Bce: se nell’autonomia tu decidessi di fare interventi per calmare gli spread, nessuno di noi ti attaccherebbe. Quando il presidente Draghi, avendo la certezza di potersi muovere in quella direzione senza attacchi da parte della Germania, si pronunciò a fine luglio in quel modo molto efficace ‘whatever it takes’, i mercati capirono che l’euro sarebbe stato salvato, appunto, a ogni costo. Solo qualche mese prima, quando presentai riservatamente a Draghi il progetto di scudo antispread preparato dal Tesoro e dalla Banca d’Italia, egli ci disse che mai i giuristi della Bundesbank l’avrebbero consentito e ci scoraggiò dall’insistere a livello politico. Invece, proprio insistendo e negoziando a livello politico, abbiamo ottenuto lo sblocco della camicia di forza tedesca e abbiamo creato le condizioni in cui lo stesso Draghi, non avendo più da temere un attacco tedesco, finalmente ha ritenuto arrivato il momento per imboccare la nuova strada. Un esempio, tutto considerato, di difficile ma costruttiva interazione tra autorità politica e autorità monetaria.
Perché Merkel ci mise così tanto a capire che i mercati stavano scommettendo sulla fine dell’euro? E che non c’era un problema che riguardasse solo l’Italia? Lei aveva fatto subito la riforma Fornero delle pensioni e un importante aggiustamento dei conti.
“Perché il ministro delle Finanze della Germania era il rigorista Wolfgang Schhaeuble, perché la Bundesbank era guidata da un falco come Jens Weidmann, e perché ogni decisione europea passava attraverso il Bundestag. Il 28-29 giugno arrivò dopo mesi di pressioni europee e da parte del presidente americano Barack Obama sempre più pesanti”.
E come andò quella notte a Bruxelles?
“Io posi subito e a sorpresa il veto sul Piano per la crescita proposto dai francesi. Ma Hollande, invece di arrabbiarsi, capì. E mi appoggiò nel tentativo di trovare una soluzione credibile al problema che soffocava l’Italia, all’ondata di sfiducia che continuava a colpirci. Idem fece Mariano Rajoy, il premier spagnolo. Francia e Spagna si allinearono alla mia richiesta. E Merkel rimase scioccata da questa inedita convergenza. Si era incrinato l’asse franco-tedesco. E la cancelliera era anche spaventata dalla prospettiva, il giorno dopo, di doversi presentare al Bundestag per la ratifica del Fiscal compact ma senza Piano per la crescita. La Spd non avrebbe votato mai votato il Fiscal compact senza quel Piano. Inoltre Merkel aveva capito, finalmente, che l’euro si stava spezzando. Dunque, mentre Kohl era passato alla storia come il cancelliere che pose le premesse dell’euro, lei rischiava di passare alla storia come la cancelliera che distrusse l’euro”.
L’Italia è di nuovo sotto l’attacco dei mercati. Che analogie vede con il 2011-2012?
“Ora come allora l’Italia chiede uno scudo anti-spread. Ma all’epoca la Bce non voleva darlo perché temeva che i giuristi tedeschi non avrebbero mai fatto passare questa decisione. L’Italia quindi fu costretta a cercare di rimuovere in un altro modo, come abbiamo visto, la camicia di forza tedesca”.
Ma oggi perché è aumentato lo spread secondo lei? L’euro è di nuovo in pericolo?
“No, oggi non c’è una crisi sistemica: l’euro non è sotto attacco. Oggi lo spread di ogni Paese è fatto in casa. Allora no, dal novembre del 2011 il mio governo stava facendo le politiche giuste, e i tedeschi e gli europei approvavano. Ma le parole, anche quelle di Merkel, non bastavano. I mercati continuavano a colpire l’euro e i nostri rendimenti. E Merkel continuava a dirmi ‘andate avanti, ci vuole tempo perché i mercati capiscano’. E io cercavo di spiegarle che quel tempo non c’era. Allora gli investitori avevano già abbandonato la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo ed erano in fuga dall’Italia. Certo, anche allora il premio che i mercati chiedevano dipendeva dal debito pregresso, ma il disavanzo era sul sentiero giusto. Io quindi continuavo a spiegare ai miei interlocutori europei che c’era anche un rischio politico. Che, non vedendo progressi sui mercati, gli italiani si sarebbero cominciati a rivoltare contro le misure severe che avevamo deciso per correggere i conti pubblici. Nella lettera che scrissero Trichet e Draghi nell’estate 2011 all’Italia guidata ancora da Berlusconi si chiedeva addirittura di anticipare il pareggio di bilancio - unico Paese europeo – dal 2014 al 2013. Io chiesi segretamente al presidente della Commissione Ue Jose Manuel Barroso e al presidente del Consiglio Herman Van Rompuy di spostare quell’obiettivo al 2014 per consentire un percorso meno drastico. Ma mi dissero di no: dopo che Berlusconi aveva accettato quel vincolo dalla Bce, poteva proprio Monti chiedere minore durezza? I mercati si sarebbero scatenati ancora di più”.
Perché lei dice che lo spread è fatto in casa? L’Italia ha duecento miliardi di euro del Pnrr da spendere che spingeranno la crescita, ed è avviata su un percorso di riforme.
“Lo so, è curioso e un po’ paradossale. Se lei osserva il grafico, è proprio dal passaggio da Conte a Draghi che ha iniziato a risalire lo spread. Penso che ci sia un elemento simile ad allora nella prospettiva politica: allora pesava l’incognita delle elezioni del 2013, oggi pesa l’incognita delle elezioni del 2023. D’altra parte è vero, come dice lei, che ci sono una valanga di miliardi da spendere. E che ora abbiamo un governo con un presidente del Consiglio particolarmente autorevole. Forse, il governo ha assunto l’anno scorso un orientamento strategico di politica economica, piuttosto generoso sulla finanza pubblica e di non grande urgenza sulle riforme. E che non ha visto, come l’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers negli Stati Uniti e alcuni di noi in Europa, il pericolo dell’inflazione e di un ritorno alla salita dei tassi di interesse. Il governo italiano è parso intellettualmente più vicno a Olivier Blanchard”.
Cioè all’autorevole economista ed ex capoeconomista Fmi che sostiene che il debito pubblico in una cornice di tassi di interesse che rimarranno bassi a lungo non sia un problema?
“Sì. Ma ora stiamo vedendo che non è detto che questa cornice rimanga tale”.
Oggi non rischiamo di nuovo una pesante spaccatura tra Nord-Sud in Europa? La Germania è tornata rigorista e ha ricominciato anche a ostentare la sua strutturale sfiducia nella Commissione Ue. Ad esempio, non vuole che sia Bruxelles a gestire un eventuale negoziato con i singoli paesi per tagliare il debito.
“Lei ha perfettamente ragione. Mi ricordo tante conversazioni con Schaeuble. Lui non diffidava della Commissione Ue di per sé, ma temeva i margini politici di interpretazione del Patto. E’ una strutturale diffidenza tedesca in materia economica verso Bruxelles che spiega l’errore di aver messo nella troika anche il Fmi, a fare da contrappeso ad una Commissione che, pur abbastanza dominata da dirigenti tedeschi, lascia insicuri alcuni tedeschi…”
Ora che si parla di un nuovo scudo anti-spread, lei pensa che debba essere come l’Omt o dovrebbe somigliare piuttosto al NGEU in cui la Commissione monitora strettamente gli aggiustamenti?
“Non c’è solo la Bce; in Europa ci prepariamo probabilmente a uno scontro ancora più duro che in passato tra Nord e Sud sul Patto di stabilità. Perché alcuni Paesi del Sud si illudono, dopo la sospensione del Patto a causa della pandemia, dopo il Next Generation Eu e le misure straordinarie della Bce, che l’Europa possa funzionare – senza regole o quasi e più spesa pubblica. E il NGEU in cui la Commissione accompagna il cammino delle riforme e degli aggiustamenti piace di più perché Bruxelles è più ‘vicina’ ai sorvegliati, li aiuta anziché redarguirli. . Ma c’è una questione fondamentale che riguarda la Bce: è il suo compito chiudere gli spread?”
Christine Lagarde rispose di no, nel marzo del 2020, attirandosi enormi critiche e la reazione irritata persino del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
“Non era il momento giusto per dire quel che ha detto la presidente Lagarde. Ma, anche secondo me, non è compito della Bce azzerare lo spread di ogni Paese, indipendentemente dalle politiche di quel Paese e dal grado di conformità con le linee generali e per Paese concordate a Bruxelles. In fondo, è la discussione del 2012 che si ripresenta”.
Ma cos’è che l’Italia non sta facendo, allora, per tranquillizzare i mercati?
“Questo è un bel tema per un approfondito servizio giornalistico. Non so darle una risposta completa. Sopra ho accennato ad alcuni inconvenienti, accanto a cose importanti e positive, che riscontro nell’impostazione del governo.”
E se i mercati invece si stessero innervosendo perché è tornata la Germania austera che non riesce a capire i mercati?
“Però la Germania non si è opposta - a parte qualche mugugno - all’enorme QE, ai piani di acquisti di titoli colossali da parte della Bce partiti nel 2015. Non vedo un ritorno alla Germania pre-2012, con la quale avevamo dovuto misurarci allora. Ma forse dovremmo anche chiederci come sta evolvendo la cultura economica in Italia, il modo in cui la politica considera quel che si dovrebbe e che non si dovrebbe fare in economia. Se non fossi un anziano italiano di oggi ma un italiano che nasce oggi o che nascerà tra dieci anni, sarei abbastanza preoccupato. Tanti italiani hanno preso al volo la distinzione tra disavanzo buono e disavanzo cattivo, correttamente evocata alcune volte da Mario Draghi in ambito tecnico-economico e stanno trovando – lo sento in Parlamento – sempre nuovi motivi per dilatare l’area della bontà del disavanzo. Tanti altri italiani – mi perdoneranno l’amico presidente Draghi e il collega senatore Salvini per l’accostamento audace – si stanno allineando alla dottrina Salvini secondo la quale è dovere della Bce finanziare con moneta i disavanzi degli Stati. O comunque dello Stato italiano. Ecco, forse i mercati seguono anche il dibattito economico italiano. Gli italiani si stanno avvicinando, come da Ciampi in poi con fatica avevano cominciato a fare, ad un’economia sociale di mercato sostenibile e competitiva? E forse i mercati si chiedono: quando mai si ripeterà una condizione così favorevole come oggi? Con Mario Draghi capo del governo, una valanga di soldi dall’Europa, un Qe che fino ad oggi è stato a pieno regime e il Patto di stabilità sospeso? Se l’Italia non riesce a fare progressi definitivi oggi, quando mai ci riuscirà?”