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Birra, "così porterò Poretti nel mondo". La sfida di Serena Savoca. "Difficile passare da collega a capo"

Serena Savoca, Marketing & Corporate Affairs director di Carlsberg Italia 
Si occupa del marketing per il colosso danese Carlsberg in Italia
5 minuti di lettura

In Carlsberg ha imparato la founder's mentality, ragionare come se l'azienda fosse tua. Non importa se il quartier generale del grande birrificio danese è a Copenhagen. Serena Savoca sa che tutto nella sede italiana di cui dirige il marketing e il corporate affairs, dall'innovazione di prodotto alla strategia di brand e della comunicazione, viene deciso in Lombardia, in nome della regola dell'autonomia di gestione sui brand locali, come pure in tutti gli altri paesi in cui Carlsberg opera.

È a Induno Olona, in provincia di Varese, nello storico sito birraio Angelo Poretti, dal nome del suo fondatore, antico e suggestivo esempio di 'art nouveau' realizzato nel 1903 dall'architetto toscano Ulisse Stacchini, in cui il gruppo danese per il restauro ha investito 56 milioni di euro. Nel 1975 l'industria Angelo Poretti, divenuta uno dei capisaldi della produzione di birra in Italia, ha siglato con il gruppo danese United Breweries A/S, che poi …

In Carlsberg ha imparato la founder's mentality, ragionare come se l'azienda fosse tua. Non importa se il quartier generale del grande birrificio danese è a Copenhagen. Serena Savoca sa che tutto nella sede italiana di cui dirige il marketing e il corporate affairs, dall'innovazione di prodotto alla strategia di brand e della comunicazione, viene deciso in Lombardia, in nome della regola dell'autonomia di gestione sui brand locali, come pure in tutti gli altri paesi in cui Carlsberg opera.

È a Induno Olona, in provincia di Varese, nello storico sito birraio Angelo Poretti, dal nome del suo fondatore, antico e suggestivo esempio di 'art nouveau' realizzato nel 1903 dall'architetto toscano Ulisse Stacchini, in cui il gruppo danese per il restauro ha investito 56 milioni di euro. Nel 1975 l'industria Angelo Poretti, divenuta uno dei capisaldi della produzione di birra in Italia, ha siglato con il gruppo danese United Breweries A/S, che poi diventerà Carlsberg Group, un accordo per la produzione e commercializzazione dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 2002 Angelo Poretti diventa interamente di proprietà danese.

La manager, nata a Roma nel 1984 con radici familiari messinesi, è arrivata in Carlsberg nel 2013 come junior general manager di Tuborg, uno dei marchi del gruppo. "Metterci la testa e ragionare su quello che è meglio per il mercato italiano era ed è la mia mission". Terzo produttore nazionale, con oltre 1,3 milioni di ettolitri prodotti, e un portafoglio di marchi conosciuti in tutto il mondo, tra cui Birrificio Angelo Poretti, Tuborg, Grimbergen, Brooklyn Brewery, Kronenbourg 1664, Carlsberg serve il mercato italiano sia attraverso il settore horeca, hotel, ristoranti, bar, che la grande distribuzione organizzata, per un giro d'affari di oltre 100 milioni di euro.

Tante donne al lavoro, il 50 per cento, nel top management con due direttrici, hr e finance. "Mi ritengo fortunata perché Carlsberg ha nei suoi obiettivi un focus importante sulla diversity. Avere un board fatto da donne vuol dire anche coinvolgere le giovani". Serena Savoca ha avuto una crescita professionale molto veloce, quattro promozioni dal suo ingresso in azienda. "Come marketing manager nel 2015 ho assunto il coordinamento del team, poi sono entrata nel board della società. Dall'anno scorso mi occupo anche di relazioni istituzionali e della comunicazione dell'azienda a 360 gradi. Tutta la parte corporate è affascinante, soprattutto per i molti progetti in ambito di sostenibilità". In questo Carlsberg ha un'impronta forte, in Italia è stata pioniera, quest'anno è al suo undicesimo report. "Ci sto lavorando in prima persona, è un mondo nuovo per me. Tutti i processi, oltre al business, sono nel cuore dell'azienda. Il nostro obiettivo è produrre birra al massimo livello di qualità, al di là dell'immediato profitto".

Non tutto fila necessariamente liscio. Il suo passaggio alla dirigenza, per esempio. "Fortunatamente faccio un lavoro che adoro. Non è stato tutto facile. Quando sono diventata manager e ho cominciato a gestire il team, da un giorno all'altro mi sono trovata da collega a essere capo. È stato un momento molto complesso. Io cerco di lavorare con buone relazioni in azienda, ma non è stato semplice bilanciare i ruoli. All'inizio non sempre è venuto bene. Non c'è progetto che mi possa spaventare a livello lavorativo, ma la sfida più grande è guidare un team, avere a che fare con le ambizioni delle persone. Ogni parola conta".

Per la manager che segue corsi liberi di mitologia greca ed egittologia su siti web americani, che vorrebbe iscriversi a Storia dell'Arte, che è pilates-dipendente, ha un marito, Francesco, fiscalista, e due gatti, la storia non comincia qui. Lei che a Messina, dove ha vissuto dai cinque ai 18 anni, sognava di diventare una archeologa, ha virato una volta ottenuto il diploma al liceo classico 'Francesco Maurolico', verso una facoltà che le imponesse "un bagno di realtà". Ed eccola alla Bocconi, per una triennale in Economia per le arti, cultura e comunicazione, e un master in marketing management. "Dopo la laurea, nel 2008 mi sono tuffata nel meraviglioso mondo degli stage. Ne ho cercato uno nel settore del marketing e sono arriva a Bistefani, quella delle merendine Girella, Yoyo e Ciocorì. Mi sono messa alla prova. La cosa bella è che era un'azienda padronale dove i team erano molto piccoli e l'impegno quotidiano nelle attività era totalizzante. Mi ha aiutato ad avere una visione complessiva e a coltivare lo spirito imprenditoriale".

E' il marketing ad accendere la luce. "Ha il ruolo di collettore e trascinatore di tanti progetti in azienda. Per un semestre sono stata anche in Francia, alla Essec, una business school prestigiosa vicino Parigi, io come seconda lingua avevo studiato il francese. Al ritorno sono andata alla Parah, un'azienda di moda, intimo e costumi".

Da Gallarate, provincia di Milano, dov'era Parah, ad Hanoi, capitale del Vietnam. "Mentre ero lì e mi sarei dovuta laureare a ottobre, ho visto l'annuncio de La Perla, un marchio di lusso di lingerie, chiedevano giovani che andassero nel sud est asiatico, in Vietnam. È stato un po' il mio regalo di laurea, tre mesi di assoluta sorpresa. Ho chiesto il permesso ai miei genitori. Con entusiasmo e un po' di incoscienza. Papà stava riposando. Io parto, e quando gli ho detto per dove, ha fatto un salto. Le prime settimane sono state di training a Singapore. Arrivata ad Hanoi, quasi avevo paura di uscire dall'hotel dov'ero alloggiata. Poi mi sono innamorata, è stato meraviglioso, mi infilavo dappertutto. Le colleghe erano giovani donne vietnamite, parlavano inglese con difficoltà. Mi colpiva che spendessero tutto il loro stipendio per comprare l'ultima marca di cellulare. Per loro tutto ciò che era occidentale era affascinante, mi guardavano le mani. Per me è stata grande esperienza. Dividevo una stanza in albergo con Clelia, una ragazza italiana e con un topo che ogni tanto spuntava da un buco della parete".

La Perla cominciava a distribuire i suoi prodotti di intimo e beach wear super lusso nel Far East, e il Vietnam era il paese numero uno per vendite. Iniziavano le prime sfilate, i contatti con la stampa. "Posizionavano il brand di lusso nei corner e avevano creato un manuale operativo per le persone che ci lavoravano. Io arrivavo lì da esterna a dare istruzioni di comportamento. All'inizio erano a piedi scalzi, spacchettavano davanti ai clienti, cose che in via Montenapoleone non sarebbero potute accadere. Le clienti erano ricche signore, mogli di funzionari governativi che, mi ricordo, pagavano tutto in contanti. Ho scoperto di avere un grande spirito di adattamento, mi si sono aperti tanti orizzonti. Professionalmente mi ha insegnato a non dare le cose per scontate, e a coinvolgere il team per portare a bordo le persone".

Studia, adesso, la manager il saper fare una buona birra con le sue fonti d'acqua purissima, a Valganna, sempre la stessa da 144 anni, la chiamavano 'la fontana degli ammalati', ingrediente indispensabile per una vera birra di qualità. La volta che Angelo Poretti si spinse fino a Vienna per cercare le migliori botti di legno. Così oggi si utilizza la tecnologia Draught Master Tm, un sistema di spillatura che adopera fusti in pet riciclabile, senza Co2 aggiunta. Recuperare i fusti e produrre arredi urbani per alcuni quartieri di periferia di Milano, Lancetti-Dergano-Bovisa, è lo scopo del progetto Take back – Give back.

Serena Savoca lavora a quattro mani per internazionalizzare il brand Angelo Poretti, ragiona su che strada può prendere, in particolare partendo dall'Inghilterra. "Il nostro fondatore aveva l'idea che la sua azienda dovesse avere un impatto sociale. Era uomo appassionato di scienza, promuoveva la ricerca di base sulla birra. Nei laboratori Carlsberg si sono fatti studi che hanno rivoluzionato la qualità con la scoperta pionieristica di una coltura di lievito puro del 1883 che ogni volta produceva una bevanda al top. "Allora non era così scontato. Dopo un anno di ricerca attiva, sono stati in grado di estrarre cellule di lievito vive dalla bevanda. Il fondatore di Carlsberg la donò anche ai principali marchi internazionali, Heineken, Dreher, non trovava giusto tenerle per sé”.

Dal 2019 è stata stretta una partnership con la start up Italian Hops Company, la prima azienda impegnata dal 2014 nella produzione e commercializzazione di luppolo. Il consumo di birra tra i giovani è un altro tema oggetto di studio. "È chiaro che l'azienda ha tra i suoi pilastri il consumo responsabile, come industria siamo molto impegnati nella battaglia per vietarla ai minorenni. Battiamo il segmento della birra analcolica e l'anno scorso abbiamo lanciato la birra 'zero zero'".

A fronte di due genitori con una fortissima etica del lavoro e del dovere, nella sua vita c'è anche la zia Giovanna, sorella del padre, ex insegnante. "Lei mi ha spinto a rimanere leggera, a restare bambina e non perdere la voglia di ridere e giocare. È ancora quella che vuole andare a Euro Disney tutti gli anni. Nei week end, le mie ambizioni sono alte. In estate passerò del tempo in Sicilia e poi volerò in Colombia o in Turchia. Mi chiamano tutti gli anni a parlare al laboratorio di eventi in cui insegnava il professore con cui ho discusso la tesi alla Bocconi, e mi fa sempre molto piacere raccontare la mia esperienza. Per i ragazzi è bello vedere chi certe cose le ha fatte in concreto. La ricetta è passione tantissima e grande impegno, La verità è che mi diverto e questo fa la differenza".